Intervista a Adele Vieri Castellano

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Quando scrive usa come pseudonimo il nome della sua bisnonna, cugina di un ufficiale che combatté a fianco di Garibaldi, in Sud America e per l’Unità d’Italia. È una delle “new sensations” della scena dell’entertainment letterario italiano con i suoi romance storici che sono via via diventati un vero culto tra le lettrici e i lettori. La abbiamo intervistata per voi.




Perché hai scelto di usare il nome della tua bisnonna – Adele Vieri Castellano, appunto – come pseudonimo?
Sono cresciuta con le foto di nonna Castellano davanti agli occhi, una signora austera con una lunga treccia di capelli bianchi sul vestito nero, una vera matriarca. Mi ha sempre colpita la sua espressione decisa, volitiva, immortalata sulle foto sbiadite dal tempo. Ho voluto ricordarla così, anche se non l’ho mai conosciuta. La prima volta che ho firmato un romanzo con il mio “nom de plume”, e quindi con il suo nome, l’ho fatto con naturalezza, quasi una mano invisibile guidasse la mia e ho provato una grande emozione. Non è strano e meraviglioso?

A cosa è dovuto l'interesse per il periodo della Roma Imperiale?
La storia è sempre stata la mia materia preferita, non ho mai smesso di studiarla. Soprattutto quella di Roma e l’Egitto dei faraoni. Ho coniugato un argomento che ben conoscevo con l’altra mia passione, la scrittura e non potevano che nascere, dal connubio, romanzi storici. Ho scelto la Roma imperiale soprattutto perché, a quei tempi, la condizione della donna era più evoluta di quanto non fosse nel Medioevo e l’epoca degli imperatori del I secolo è la più splendida nella storia della capitale del mondo antico.

C’è uno scrittore, un libro o un episodio che ha fatto nascere in te la voglia di raccontare e di scrivere?
Amo la storia, il passato ma sono affascinata anche dalla fantascienza. Cominciai a leggere giovanissima l’imperdibile collana “Urania” di Mondadori. Il primo romanzo letto mi colpì moltissimo: si intitolava Il morbo di San Francesco, l’autore era Zach Huges, la trama prendeva spunto dal passato, dal gesuita San Francesco Saverio ‒ morto in Cina nel 1552. Seppellito alla meglio dai compagni nella calce viva e, dopo tre mesi, ritrovato in perfetto stato di conservazione. Passato e futuro amalgamati in una storia misteriosa e avvincente. Credo sia stato quel romanzo ad accendere in me la scintilla creativa che non si è ancora esaurita.

Un fil rouge che accomuna la serie Roma Caput Mundi è la condizione della donna nell’antica Roma...
Mi ha sempre interessato la condizione della donna nei secoli, scoprire come il ruolo femminile sia cambiato col mutare delle condizioni sociali, politiche e culturali. La protagonista del mio romanzo Il Leone di Roma, quinto della serie Roma Caput Mundi, è Ottavia Lenate, una giovane erudita che nasconde l’amore per la cultura e la sua intelligenza per proteggersi dal mondo prettamente maschile in cui vive. Ottavia non è solo un omaggio alle erudite che ci hanno lasciato testimonianze scritte ma, soprattutto, alle donne del silenzio, centinai, migliaia, di cui non leggeremo mai nessuna opera perché la loro eredità è dentro ciascuna di noi, donne emancipate dell’età moderna. Nel romanzo cito Saffo, e la presenza di Ipazia d’Alessandria è sottintesa in ogni riga dedicata a Ottavia. Ipazia, martire della libertà di pensiero, di una mentalità che tutti noi ancora oggi dobbiamo ripudiare, perché il libero pensiero e la cultura non hanno età né sesso, né religione.

Cosa ne pensi dell’evoluzione del genere romance in Italia? Perché molti lo considerano paraletteratura sebbene abbia caratteristiche proprie ‒ e dignitosissime ‒ ed un altissimo numero di tirature?
Il romance sostiene il mercato editoriale mondiale e le donne sono lettrici fortissime. Se qualcuno ha dubbi, si legga le statistiche di vendita di questo genere letterario nei Paesi anglosassoni, soprattutto negli Stati Uniti. Persino in Italia, i numeri della casa editrice Harmony (ex Mondadori ora passata ad Harper Collins) parlano chiaro. Da noi, quando si parla di libri, ci si deve sempre riferire a “letteratura impegnata”, mai di “intrattenimento”, come se scrivere un buon libro divertente e senza messaggi sociali sia un peccato capitale, a meno che non vengano d’oltreoceano. Qui è quasi d’obbligo citare la saga delle Cinquanta Sfumature, un vero e proprio romance che molti hanno letto senza saperlo e che, vorrei farvi notare, non era tra quelli che annovererei tra più ben scritti. Non solo, spesso gli autori italiani si nascondono dietro pseudonimi anglosassoni per vendere di più e meglio. Non abbiamo ancora capito, e le case editrici si ostinano a non volerlo capire, che oggi si deve conciliare vendite e business con il divertimento, così come si può far divertire mandando nello stesso tempo messaggi sociali forti. Forse, ciò che disturba una certa cerchia di intellettuali, sono i sentimenti, l’amore, il romanticismo, i pilastri che sostengono la trama di questo genere letterario. Ma sfido chiunque a trovare un romanzo, di qualsiasi genere, in cui non vi sia una storia d’amore: Ken Follett, Wilbur Smith, tanto per citare i più famosi. Non vi dico poi quanti libri ha venduto nel mondo la signora del romance americana, Nora Roberts: da far impallidire di invidia qualsiasi scrittore. E pensare che i libri dovrebbero servire soprattutto a sognare.

Progetti futuri?
Un progetto molto ambizioso che di sicuro la bisnonna Adele approverebbe, visto che sarà un romanzo a quattro mani con mio cugino… “affari di famiglia”, come si sul dire, ma terrò la bocca cucita per scaramanzia. Vi posso solo rivelare che sarà un romanzo storico dedicato alla mia città di adozione, che amo moltissimo: Milano.

I LIBRI DI ADELE VIERI CASTELLANO



 

 

 

 
 
 
 
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