Intervista a Alan Pauls

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Roberto Bolaño lo ha definito uno dei migliori scrittori sudamericani viventi. I suoi libri non vanno soltanto letti, vanno ripercorsi lentamente, per godere il panorama aperto che si apre dietro a ogni curva sintattica di periodi lunghi, costruiti come una spirale. È a Roma, alla fiera Più libri più liberi 2017, ospite del suo editore SUR, per presentare il suo nuovo romanzo. Pauls non è soltanto uno scrittore, sceneggiatore e critico letterario è un vero letterato. Per lui “scrivere è come inventare un linguaggio e dentro questa invenzione, la storia ha soltanto un ruolo da compiere”. Ho un po’ di apprensione, ma è ora di accendere il registratore e lasciarsi incantare da quest’uomo venuto da Buenos Aires, che parla una lingua adorabile. Ma, ahimè, non afferro tutto. Perciò, grazie Violetta Colonnelli per avere fatto da interprete!




Come nasce la storia del romanzo Il passato?
Nasce mentre stavo lavorando a un altro libro. Avevo già scritto centoventi pagine, quando ho ricevuto una sorta di “telegramma mentale”, un messaggio che mi ha molto colpito, che diceva “donna morta torna dall’aldilà per tormentare l’uomo che ha amato”. Non mi accade spesso di sentire voci come questa, perciò ho considerato la cosa con molta attenzione e ho annotato il messaggio. Poi, però, sono tornato a scrivere il libro sul quale stavo lavorando. Nel frattempo, intorno a quella frase si coagulava un insieme di accadimenti, idee e pensieri. Io continuavo ad annotare tutto e per altri due mesi ho continuato a dedicarmi al libro che avevo già iniziato. A un certo punto, mi sono reso conto che mi interessava molto di più la storia che stava per nascere, che non quella che stavo già scrivendo e che alla fine ho abbandonato. E così è nato Il passato.

E che ne è stato del libro a cui stavi lavorando?
È morto… per il momento.

Perché scrivi?
Perché mi diverte molto, mi distrae e mi separa dal mondo, ma allo stesso tempo, mi permette di pensare molto al mondo. E poi, perché non so fare altro. Scrivo ormai da molto tempo e da quando avevo diciassette, diciotto anni, non ho provato alcuna esperienza tanto entusiasmante come la scrittura.

Nel tuo romanzo Il passato riesci in modo magistrale a definire la psicologia dei personaggi. A un certo punto sembra che Rimini, il protagonista, sia una persona che conosciamo da sempre e nel profondo. Come fai a ottenere questo risultato?
Mi interessa molto più il modo in cui le persone percepiscono la propria vita, piuttosto che la psicologia degli uomini. Trovo che il modo in cui gli individui cercano di spiegare a se stessi ciò che accade loro sia molto interessante. Si tratta spesso, di spiegazioni errate, che hanno un livello di finzione maggiore delle stesse finzioni letterarie.

In una tua precedente intervista, pubblicata su “Internazionale” nel 2014, parli del ritmo della scrittura e affermi che bisogna assecondare la musica della scrittura. Come capisci qual è la musica del romanzo che stai scrivendo?
È come ballare. A volte si fa più fatica a entrare in sintonia e ad accordarsi con la musica che si ascolta. Altre volte è più semplice. Dipende molto dalla situazione, dalla melodia che si ascolta e dal grado di disponibilità che ciascuno ha a lasciarsi andare alla musica che si sta ascoltando. Nel caso de Il passato, sono entrato subito nella melodia che la storia, il testo mi proponeva. La cosa difficile è stata mantenere il ritmo per più di seicento pagine. A volte è più semplice, a volte è difficile, ma è proprio in questo che consiste il lavoro dello scrittore.

La tua scrittura è stata definita spiraliforme. Un’immagine suggestiva, ma tu che ne pensi?
A questo punto della mia carriera non riesco a scrivere in modo diverso. Ovviamente, è un modo di scrivere non spontaneo, ma costruito, perché non ci sono modi naturali di scrivere. Scrivere, infatti, significa fabbricare qualcosa che non esiste. Considerata mia esperienza di scrittura, sono consapevole che, d’ora in avanti, non scriverò frasi semplici. In realtà, quel che viene identificato con il modo di scrivere di uno scrittore è il concetto stesso di letteratura che ha lo scrittore.

Chi sono i tuoi maestri?
Ne ho davvero tanti. Nel caso de Il passato, un importante riferimento è stata per me la letteratura romantica del XIX secolo. Considero infatti, Il passato come un romanzo dell’Ottocento, trapiantato nel XXI secolo, una capsula spaziale anacronistica, atterrata nel presente. Mi piace molto Stendhal, Benjamin Constant. Ho un riferimento importante nella tradizione e nei grandi romanzi del XX secolo, Ulisse di Joyce, Alla ricerca del tempo perduto di Proust e poi, Kafka. Più leggo e più mi rendo conto che tutto ciò che la letteratura ha ancora da darci è in quella mezza dozzina di romanzi del passato.

A proposito di Ulisse, oltre l’eroe omerico e l’odissea dell’anti-eroe moderno del romanzo di Joyce, il protagonista de Il passato, Rimini, potrebbe essere considerato un moderno Odisseo letterario? Al termine del suo viaggio esistenziale, Rimini non ha una Penelope che lo attende, ma una donna che briga in ogni modo affinché l’amato torni da lei…
È possibile. Anche se a me del racconto di Ulisse mi ha sempre interessato più Penelope, che fa e disfa, mentre Ulisse vive le sue avventure. Credo che Rimini si avvicini più a Penelope che non a Ulisse, perché il personaggio che agisce è Sofia, mentre Rimini è una mente che a che fare in continuazione con le sue percezioni e i suoi fantasmi. Sì, indubbiamente Penelope mi affascina di più.

Pensi mai al lettore quando scrivi?
No, non ci ho mai pensato. La figura del lettore non è per me uno stimolo, né un riferimento mentre scrivo. Il mio è un lavoro autistico e va bene che sia così. Penso che se il lavoro che faccio mentre scrivo è veramente autistico, potrà poi, connettersi con i lettori. E quando mi è capitato di assumere il punto di vista del lettore, la cosa mi ha inibito e non ha funzionato come motivazione, né mi ha entusiasmato.

Nei tuoi romanzi, un leit motiv è rappresentato dalle ossessioni dei personaggi. L’ossessione è per te un tòpos letterario o una ferita che può guarire grazie alla scrittura?
Entrambe le cose. Per me l’ossessione è un metodo, non tanto una malattia. Un metodo per organizzare l’esperienza, darle un senso, per stabilire connessioni. Pensando all’ossessione in questi termini, mi sembra che sia facile trovare più o meno in tutte le persone, anche in coloro che affermano di non averne, una serie di ossessioni che, invece, ne definiscono l’identità.

Dove e quando preferisci leggere e qual è l’ultimo libro che hai letto?
La vera vita di Sebastian Knight di Nabokov è l’ultimo libro che ho letto, l’ho letto per la seconda volta proprio mentre ero in aereo per venire in Italia. Proprio l’aereo è uno dei miei posti preferiti per leggere, perché consente la massima concentrazione e non ti permette di fare altro. Penso che sia la cosa più simile al vivere in carcere, probabilmente, il posto migliore per leggere.

I LIBRI DI ALAN PAULS



 

 

 

 
 
 
 
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