Intervista a Alban Lefranc

 Alban Lefranc
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Il processo che porta Alban Lefranc a scrivere i suoi romanzi sempre a metà tra storia e finzione assomiglia al percorso che potrebbe fare uno sciatore che si mette in testa di fare un fuori pista. Lefranc passa un sacco di tempo a raccogliere informazioni, un'operazione lunga e faticosa, un po' come salire su una montagna con degli sci sulla spalla; una volta che ha tutto quello gli serve inizia a scrivere ed è come scendere facendo lo slalom tra i paletti della storia, le cose che sono successe davvero: tra una curva e l'altra Lefranc inventa e il risultato sono trame avvincenti e una scrittura veloce e scorrevole.




Perché hai scelto di raccontare la storia di Cassius Clay nel tuo Il ring invisibile? Perché la storia di un vecchio pugile di colore oggi è così importante?
Pratico la boxe da diversi anni – anche se a livelli dilettantistici – ed è uno sport che fa articolare in modo appassionante sia il corpo che lo spirito. Volevo provare a saldare con le modalità proprie della scrittura (ritmo e prosodia, ma anche montaggio, inserimento di elementi mitologici o biblici) gli stati fisici estremi che attraversano i pugili di alto livello: un misto di panico, di godimento e di spossatezza. La figura di Mohammed Alì si imponeva perché la sua vita è un momento di storia politica americana, perché è stato vicino a Malcom X e ai Black Muslims, perché è stato trascinato nella passione politica di quel periodo.  Volevo combinare questo strato di sentimenti e la grande storia del movimento dei diritti civili, mostrare come la condizione del corpo può  essere anche condizione politica. I miei libri precedenti esploravano la Germania del dopoguerra, attraverso Fassbinder, la cantante Nico o i membri della Raf. Volevo continuare a far risorgere questo periodo (anni ’60 e ’70) ma cambiando il continente, con un’altra ottica. Per parlare in modo più generico: i temi si impongono a me (non scriviamo ciò che vogliamo, dice Flaubert) ma quello che veramente mi interessa, ciò che sento prima del tema, è la sfida del ritmo, della velocità, del montaggio. Avrei la stessa scrittura se parlassi della cultura della patata nella Francia del diciottesimo secolo.


Quanto tempo hai impiegato per fare tutte le ricerche che ti servivano a scrivere questo romanzo? Come hai proceduto?
Ho lavorato circa tre anni su questo libro. Ho letto diverse biografie, mi sono anche molto nutrito della vita, degli affetti di altri pugili come Mike Tyson, di cui ammiro enormemente la carriera. Il mio Alì romanzato è un misto di molti pugili. La realtà di fatto poco m’interessa, la si può trovare in qualche riga su qualsiasi biografia  Wikipedia. Quello che è interessante, è il sotterraneo, quello di cui Alì non parlava mai, quello che contraddice la leggenda dorata che dispensava ai media: i suoi sentimenti, le sue paure, il giubilo, l’esaltazione, linee che si potrebbero definire molecolari, tutto questo formicolio di affetti che ci attraversa ad ogni istante (e che lasciamo da parte, per poter vivere e prendere delle decisioni). La parte emersa di una vita ( quello che le biografie classiche raccolgono pietosamente sotto il nome “piccole storie vere”) non ha molto interesse per un romanziere, è soltanto il quadro generale nel quale la sua scrittura prova a rendere conto del magma di tutta una vita. Per me, il metodo di interessarsi poco alle piccole storie vere, è più vicino alla realtà, alla vita come viene effettivamente vissuta.


Nel tuo libro Cassius Clay decide di diventare un pugile dopo l'omicidio del giovane ragazzo nero Emmett Till. Se Cassius Clay vivesse oggi perché deciderebbe di salire sul ring?
È difficile trasportare Mohammed Alì ai giorni nostri, perché è molto ancorato alla sua epoca, l’incarna con molta forza. Motivi per essere esasperati non mancano neanche oggi, posso citare la sorveglianza generalizzata e la scomparsa delle libertà fondamentali in nome della lotta anti-terrorista, in Francia si può menzionare la crescita del razzismo,  il modo in cui numerosi uomini politici di partiti detti tradizionali riprendono a modo loro i discorsi e la paranoia del Fronte nazionale di Jean-Marie e Marine Le Pen. Più generalmente, lo sport è diventato estremamente professionale dagli anni '60 e lo stesso Alì ha contribuito. Si ha l’impressione che molti sportivi gestiscano le loro carriere come dei funzionari un po’ opachi, con la massima prudenza, per non fare paura agli sponsor e alle istituzioni. Se si fanno notare, è unicamente nel campo delle piccole graziose provocazioni tollerate dal sistema. L’imprevedibilità, la follia di un Alì o di molti altri sono scomparse. Tutto accade come se lo sport si sviluppasse in un ambiente chiuso, completamente separato dalle scommesse politiche o sociali. Molti sportivi se ne fregano delle questioni politiche e tutti li incoraggiano a fregarsene.


Dopo questo libro la tua idea della boxe e dello sport è cambiata?
No. La boxe è un mito efficace ma sempre un mito, un’illusione. Tutti ci insegna che nel mondo contemporaneo, un individuo da solo non è nulla, assolutamente nulla. Indubbiamente, il peso delle determinazioni sociali non è stato mai così potente.  Se tu nasci povero, nelle nostre società, avrai grandi  probabilità di rimanerlo – ogni ricerca sociologica lo prova -  e la privatizzazione latente dei sistemi educativi europei aggrava le cose. La boxe invece mantiene il mito arcaico di un uomo solo sul ring, quasi nudo, unico padrone del suo destino, che ce la fa solo con la forza dei suoi pugni. Ma per un Tyson che è riuscito, ci sono centinaia di migliaia di apprendisti calciatori o pugili che sono rimasti nel quadrato. Nonostante tutto, questo mito continua a generare fascino e credito. Guardare un grande combattimento di boxe (e il più bello di Alì è quello che ha perso cotro Joe Frazier, nel 1971) è un’esperienza intellettuale, estetica, sensoriale unica: un concentrato di mito e di tragedia. In un’epoca in cui la violenza è delegata, relegata lontano dal centro delle città occidentali, in un’epoca in cui la morte e la sofferenza rimbalzano sul quotidiano, il pugilato ci rimando in un’altra epoca dell’esperienza umana.


Se dovessi scegliere un personaggio italiano per scrivere un romanzo quale sceglieresti?
Pasolini. Ho un’ammirazione immensa per il cinema di Pasolini. Il “Vangelo secondo Matteo” è per me il più bel film del mondo.


Se avessi l'opportunità di prendere una birra con Cassius Clay che cosa gli domanderesti?
Gli farei delle domande su Malcolm X, sulla storia della loro amicizia e della loro rottura. Alì era molto dispiaciuto di questa rottura, Malcolm fu ucciso prima che potesse riconciliarsi con lui.

I libri di Alban Lefranc

 

 

 
 
 
 
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