Intervista a Alberto Garlini

Alberto Garlini
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Incontriamo Alberto Garlini dentro una piattaforma virtuale a forma di social network. Tra i tanti fronzoli e trappole per ex compagni di scuola, fidanzati e commilitoni, il meccanismo ci permette anche di interagire in modo più repentino e diretto con gli autori, agevolando di  molto la voglia di noi lettori di soddisfare certe curiosità. E Alberto Garlini si presta volentieri a uno scambio di battute virtuali, utili per capire meglio il suo ultimo e corposo lavoro, ambientato nei non facili anni di piombo, il cui protagonista è una non facile figura di neofascista, illuso e giovane, con due caratteristiche cioè potenzialmente letali.




Come in Fùtbol bailado, anche ne La legge dell’odio personaggi reali convivono con altri immaginari, Pasolini “recita” un piccolo cameo. Il meccanismo, anche in questo caso, sembra funzionare egregiamente. Quindi, una scelta ben precisa?
Sì, mi piace lavorare su laterale storico, anche se in questo caso sono stato più attento all’aspetto mitopoietico. Non volevo quindi aggiungere un’altra verità alle tante verità storiche e giornalistiche che hanno cercato di descrivere quegli anni e quegli eventi. Il gusto del romanziere è sempre rivolto all’immaginario collettivo, chiamiamolo pure universale, e quindi la verità che cerco sta appunto nelle forme mitiche e narrative che ci fanno essere ciò che siamo. La presa di distanze con la realtà quindi, in questo romanzo, è più forte che nei precedenti.


Stesso contesto storico, ancora un giovane neofascista estremista: possiamo considerare questo ultima tua opera una sorta di continuum con Fùtbol bailado?
Direi di no. Sono due libri molto diversi che parlano di aspetti diversi di uno stesso periodo, e cioè degli anni settanta. In Futbol bailado c’è la voglia di libertà il desiderio anarchico, pur con molte difficoltà, la gioia. La legge dell’odio è invece un libro più cupo, e antropologico, attraverso una vicenda esemplare, quella di un giovane neofascista cerca di scandagliare quelle che sono le radici, appunto antropologiche, della rabbia, dell’odio, della violenza. L’unica cosa che li lega è forse quella che io chiamo genetica dell’attualità, in sostanza guardare al recente passato per capire chi siamo oggi.


Stefano Guerra è un giovane in perenne conflitto. Ma, alla fine di tutto, è un vincitore o un vinto?
Direi in ogni caso un vinto. Non si può vincere se si è come lui. Stefano è abitato dalla rabbia e dalla violenza. La violenza è il suo modo di entrare in contatto con il mondo. Vive grazie allo spirito di rappresaglia che lo determina in ogni azione. Come ho imparato scrivendo questo libro, lo spirito di rappresaglia è umano e fa parte di ognuno di noi, da livelli bassi e quasi innocui a quelli violentissimi di Stefano, ma l’unico modo per conviverci e non venire mai a patti, anzi, distruggerlo dentro di noi. Dobbiamo annichilirlo.


Udine, Roma, Afghanistan, Patagonia. Possiamo dire che questo libro è dedicato al viaggio interiore e esteriore ?
In un certo senso tutti i libri raccontano viaggi. Nel caso di questo romanzo forse c’è un perché più pregnate. Di solito scrivo libri che hanno come protagonisti degli scrittori, prima Pasolini e poi Tondelli. In un romanzo pubblicato solo in Francia per ora c’era invece Hemingway. Anche in questo caso avevo pensato come protagonista uno scrittore, Bruce Chatwin, perché pensavo che la sua prospettiva nomade potesse essere spendibile nella nostra precaria attualità. A un certo punto, mentre pensavo a questo romanzo, mi è venuto in mente di mettere in frizione il nomadismo di Chatwin con l’ideologia opposta, la stanzialità, ripesando alla frattura fondamentale dell’antropologia fra cacciatori raccoglitori e agricoltori. Pensai immediatamente a un colloquio-scontro con l’ideologia sangue e suolo, e quindi pensai al fascismo. Ma subito mi posi una domanda, cosa ne so io del fascismo. La risposta, a parte pochi cliché, fu: nulla. Cominciai a documentarmi, e da un romano su Chatwin con il cameo di un fascista, venne un romanzo su un fascista con un cameo di Chatwin. Perché ho deciso di cambiare tanto la rotta del romanzo? Perché Credo che siamo di fronte a una perdita di senso complessiva della politica. Siamo in un momento di crisi. Fino a ieri la politica che ci hanno insegnato era la trasformazione della rabbia sociale e del senso di ingiustizia in progetto di durata. In sostanza, il comunismo ci diceva: “è vero che sei sfruttato, è vero che vivi una vita da cane, ma non spaccare oggi la testa di chi ti sfrutta, metti piuttosto la tua rabbia a frutto, coordina i tuoi sforzi con quelli della tua classe sociale e un domani ci sarà la dittatura del proletariato, quindi un mondo perfetto.” Il cristianesimo diceva più o meno la stessa cosa, “non spaccare una testa oggi perché domani sarà tuo il regno dei cielo”. E il liberalismo, l’ideologia in cui siamo nati e cresciuti, variava il detto così: “non spaccare la testa di chi oggi ti sfrutta ma metti a frutto le tue capacità perché ti verrà data un’opportunità e potrai diventare ricco anche tu”.


Invece oggi a che punto siamo?
Oggi, se una persona è cassintegrata, se non sa come sfamare i propri figli, a quale orizzonte politico può riferirsi per trasformare la sua rabbia in un progetto di durata? Per fare, paradossalmente, diventare la sua rabbia e il suo senso di ingiustizia un progetto utile per la societ? Sinceramente io non vedo niente. É quindi evidente il pericolo che la rabbia possa trasformarsi subito in violenza. E quindi il fascismo diventa paradigmatico. Il sacro manganello di Mussolini significava che l’azione veniva prima della parola, del pensiero. In sostanza, al di là dell’ideologia e del fascismo come concrezione storica, credo che siamo di fronte a un periodo con un forte rischio di fascismo “antropologico”, non legato alla simbologia di destra, anarchico: persone senza orizzonti che hanno nell’azione violenta l’unico modo per sfogare la rabbia. I casi sono sotto gli occhi di tutti a partire dal norvegese Breivik, ma anche dagli atti di violenza pura e nichilista che vediamo nei cortei da parte dei cosiddetti black bloc.

I libri di Alberto Garlini

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