Intervista a Alberto Minnella

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Avete presente quei trentenni che per gusti, carattere, modi cortesi ti fanno pensare di avere di fronte qualcuno con qualche lustro di più? Ecco, Alberto Minnella, girgentino classe 1985, giornalista, musicista e scrittore, è uno di loro. Sarà per questo che il personaggio protagonista dei suoi romanzi, il cinquantenne commissario Paolo Portanova, è così credibile? Abbiamo provato a capirlo rivolgendogli qualche domanda.




Il commissario Portanova, protagonista delle tue storie, di romanzo in romanzo appare sempre più fragile. Forse non lo ammetterebbe nemmeno a se stesso ma la situazione tesa con sua moglie lo sta sfibrando e adesso anche la salute che vacilla. Poi pare avere seri dubbi anche sulla sua professione. Cosa dobbiamo aspettarci?
È ormai chiaro che Portanova è ai ferri corti con il suo mondo. Credo sarà inevitabile per lui un cambio di rotta. Come spesso accade, non riusciamo a svegliarci dalla nostra condizione di torpore fino a quando una situazione tremenda, che ci dissangua, non ci costringe a una scelta. Il punto di non ritorno per Portanova inizia dalla vicenda col suo ex vice Diliberto. Partirà da Diliberto il nuovo Portanova. Dal prossimo romanzo vedremo un commissario cambiato, ma non credo in meglio.

Per favore, a questo proposito, togliamoci un dubbio atroce: ci liberiamo finalmente della vedova del piano di sopra che lo mette continuamente alla prova?
Sì, con Lucia è finita, ma per Portanova la sfera sentimentale continuerà a rappresentare un problema. Questo è il lato più umano che il commissario non riesce a nascondere e gli ricorda, probabilmente più del mestiere che fa, che bisogna fare continuamente i conti con la propria fallibilità e con i propri istinti.

Perché la scelta di un periodo storico così preciso, gli anni '60, per ambientare i tuoi romanzi?
All’inizio è stato un gioco. La macchina da scrivere che mi è stata regalata nel 2012 è stata costruita in quegli anni e su quella Lettera 82 ho scritto un racconto che poi è diventato Il gioco delle sette pietre. Ho dovuto chiedere informarmi e capire cosa fosse la Siracusa di quegli anni, cosa significasse vivere senza social network, senza fotografare il tramonto al porto e invece goderselo a passo lento, in silenzio, osservare il mondo da vicino, sbattendo il muso sulle difficoltà, senza che google o wikipedia potessero porre immediatamente rimedio. Con il secondo romanzo, poi, ho trovato la dimensione ortigiana che mi serviva ed è uscita l’isola nell’isola, un’altra Sicilia in Sicilia. Ho lasciato una parte vuota dal punto di vista storiografico che ho riempito con la mia fantasia e certe esigenze letterarie, creando un mondo parallelo, una possibile Siracusa di un possibile 1964.

Cosa c'è, se c'è, della tua esperienza come giornalista nelle figure che appartengono a questo mondo presenti nei tuoi romanzi?
Ammetto di aver attinto alla mia breve esperienza da cronista e credo di aver utilizzato maggiormente la tecnica dell’articolo di cronaca per rendere ancora più tridimensionale il mondo del commissario. Succede lo stesso quando Portanova ci legge la prima pagina de “l’Unità” di quel preciso giorno.

Quali sono i tuoi autori o i tuoi libri del cuore?
I libri sono moltissimi. A cinque anni, circa, m’era venuta la febbre per il mondo antico e per le tragedie greche. Mi piacevano gli abiti, la mentalità, gli dei, il mito, la disperazione. Una febbre che non mi è mai passata. A dodici, dopo le classiche letture per piccini, ho imprudentemente letto Il nome della rosa. L’avevo afferrato dalla libreria di mio padre. Mi attirava la copertina e volevo finalmente leggere un romanzo che non fosse “per bambini”. L’esperienza è stata traumatica e ho dovuto rileggerlo da più grande per amarlo. Nell’adolescenza è arrivato Georges Simenon, il giallo e tutto un mondo nero straordinario. C’è stato un periodo in cui ero più concentrato sulla musica che sulla lettura, studiando e suonando la batteria con serietà e divertimento. Ma poi ho ripreso subito, senza ingolfarmi o fare inutilmente a gara a chi leggeva il libro più grosso. Amo il mondo-romanzo e non potrei farne a meno. L’attività da scrittore è un incidente non programmato.

Ci sono autori ai quali ti sei ispirato per il tuo Portanova? Non so bene perché ma a me fa venire in mente Raymond Chandler…
Portanova è figlio delle mie letture, tutte, ma è figlio primogenito del Polar e di quel modo di fare gialli alla Léo Malet e alla Simenon. Questi, di certo, i due autori più importanti. Impastati con loro, le letture su Barthes e altri pazzi fuori controllo.

Quanto c'è di Alberto Minnella in Paolo Portanova? Insomma, basta seguirti un poco su facebook e si capisce bene che adori i sigari, ascolti volentieri jazz e non disdegni un bicchierino per il relax dopocena. Che altro ancora?
Fumo anche la pipa, ma quella a Portanova la risparmio. Diciamo che di me ha tutto e niente. I vizi, non certo nella misura eccessiva del personaggio, sono anche i miei e gli occhi su Ortigia glieli presto più che volentieri. Per il resto… non sono un cinquantenne e non vivo negli anni Sessanta, anche se qualcuno di mia conoscenza su questo avrebbe da ridire.

Io sono sempre stata convinta che gli scrittori siciliani abbiano qualcosa di indefinibile e speciale che li distingue. Tu, da siciliano, cosa pensi? E se credi sia così quale pensi possa essere questo “ingrediente misterioso”?
È vero, però credo riguardi certi grandi scrittori, come Consolo, Pirandello, Verga, Sciascia e così via. Sono i miei padri, ma purtroppo da loro non ho ereditato, per dirla alla Simenon, che la vocazione all’infelicità. Dire che in uno scrittore siciliano ci sia qualcosa di speciale solo per il fatto di essere nato in quest’isola lo trovo surreale. Ci sono pessimi scrittori siciliani. Mi auguro, dopotutto, di non finire fra questi ultimi.

A proposito, una curiosità. Come ci sei finito dalla Sicilia ad essere pubblicato da un editore genovese?
Intorno ai primi mesi del 2013 avevo pronto un lungo racconto con Portanova. L’ho inviato un po’ a tutti. Molte risposte sono arrivate da editori a pagamento. Non sapevo lo fossero. Non sapevo esistessero. Tremendi. Niente di più cancerogeno per la letteratura. Poi è arrivata una chiamata da Carlo Frilli e mi ha detto: «se da questa storia riesci a tirarmi fuori un romanzo, ti pubblico». Ero al settimo cielo. Io, però, non sapevo bene come si mettesse in piedi un romanzo e devo dire che, personalmente, sento tantissimo l’inesperienza nel mio romanzo d’esordio. Non che adesso sia una vecchia guardia, ma mi difendo con le armi che servono: la lettura, tanto studio e tanto esercizio. A Carlo e a suo padre devo moltissimo e non finirò mai di dirlo.

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