Intervista a Alessandro Bertante

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Alessandro Bertante ha vissuto sulla sua pelle le grandi trasformazioni dell’Italia dagli anni ’70 a oggi. Questo “ultimo ragazzo del secolo”, come ama definirsi, ci ha cortesemente rilasciato un’intervista in cui si parla fuori dai denti di esperienze di vita vissuta nella Milano degli anni ’80, dipinta con uno sguardo ben diverso da quello della Milano da bere di un famoso spot pubblicitario, e di un conflitto, quello nell’ex-Yugoslavia, che ha rappresentato una delle pagine più nere della storia dalla fine della Guerra Fredda a oggi. Si parla però anche di controcultura, di musica e di generazioni di oggi e di ieri che, con sincerità, si guardano allo specchio.




Nel tuo romanzo, che copre circa trent’anni di narrazione, parli de Gli ultimi ragazzi del secolo. Ad oggi sono passati già sedici anni del nuovo secolo. C’è qualcosa che, da ultimo ragazzo del secolo, vorresti dire di/a questi primi ragazzi del secolo (perdona il gioco di parole)?
Credo che sia una generazione completamente nuova. Negli ultimi dieci anni si è assistito a una rivoluzione tecnologica senza precedenti, pari solo alla grande accelerazione di fine ‘800-inizio ‘900. Del resto i mezzi tecnologici odierni fino a quarant’anni fa appartenevano al mondo della fantascienza. Per capire questa generazione dovrà passare del tempo e bisognerà vedere quanto questa tecnologia che è in grado di annullare ogni tipo di distanza dal punto di vista informativo, inciderà sul loro quotidiano.

Ti piace questa nuova generazione?
Insegno alla NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti, e per la mia esperienza e per i contatti che ho con questa generazione si tratta di giovani interessanti e interessati. Non voglio fare la parte di quello che dice che i ragazzi non sono più come prima. È evidente che sia così perché ogni generazione è diversa dall’altra. E mi sembra inoltre che si siano liberati definitivamente di alcuni retaggi ideologici del ‘900 che hanno pesato molto sulle generazioni precedenti, compresa la mia.

Vedi il ruolo delle ideologie come qualcosa di limitante rispetto all’esuberanza delle nuove generazioni?
Non credo che la situazione sia così dicotomica, ma che sia più complessa. Non sono contrario alle ideologie e vorrei che ci fossero più ideali. L’ultima parte del secolo aveva confuso un po’ le acque, tuttavia trovo che ora ci sia più chiarezza. Certi moti di estremismo degli anni ‘70 erano quasi pose caricaturali, seppur molto tragiche e violente, nonché malriposte, con la borghesia che faceva sia governo che opposizione ed è stato proprio in questa confusione che si è inserita la subcultura berlusconiana, la quale ha fatto man bassa.

Rimanendo sempre sul tema degli ideali. Per cosa si battono i giovani oggi?
Non ne ho la più pallida idea. Credo che siano molto interessati al loro futuro perché li preoccupa. Noi avevamo più tempo a disposizione mentre loro a ventidue anni vogliono già capire cosa fare della loro vita. Del resto sanno bene che le opportunità e i posti nel mondo del lavoro si sono notevolmente ridotti.

Anni ’70, anni ’80 e anni ’90: la componente subculturale ha avuto un ruolo di primo piano nella formazione dei giovani. Ravvisi delle entità sottoculturali anche adesso oppure si è trattato di periodi non più ripetibili?
La straordinaria fioritura artistica delle controculture underground degli anni ‘80 non credo sia più ripetibile. Si trattò di un momento di grande creatività, tipico dell’apertura delle epoche. Sebbene ci fosse un clima politico molto oppressivo, basti pensare a Reagan e alla Thatcher e ci fosse un’impennata dello stile di vita consumistico, è proprio in questi momenti che si sviluppano le grandi controculture. La new-wave, nata dalle ceneri del punk, dal 1978 al 1984 creò un nuovo modo di interpretare la musica in maniera più artistica e creativa. E da lì poi nacque l’indie rock inglese che fu un’altra grande fucina di straordinari talenti e creatività, per non parlare poi dell’hip-hop. È nato tutto negli anni ‘80 e io sono figlio di quelle controculture e questa matrice culturale mi contraddistinguerà sempre. Allora la musica era un tratto distintivo fondamentale, condizionava l’aspetto estetico, il look e gli atteggiamenti. La musica ti marchiava e tu appartenevi alla musica quanto la musica apparteneva a te.

Se dovessi scegliere una canzone o una band per ogni decennio di cui hai parlato nel romanzo, quali sceglieresti?
Per gli anni ‘70 I’m so bored with the USA, dal primo album dei Clash. Per gli anni ‘80 sceglierei sicuramente There is a light that never goes out

Niente grunge, quindi?
Secondo me il grunge è stato un fenomeno artisticamente reazionario. Dopo la grande innovazione dell’indie rock americano (Sonic Youth, Pixies…) e inglese (Dead Can Dance, Cocteau Twins…) loro tornarono a un rock più canonico e per certi versi rigido. Ci sono stati grandi talenti anche lì, ma allora l’ho vissuto più che altro come un fenomeno di riflusso.

A quale decennio sei rimasto più legato, alla fine?
Sicuramente agli anni ‘80. Credo che le decadi vadano analizzate nella loro complessità. Gli anni ‘80 sono stati essenzialmente un decennio tragico,soprattutto nel primo quinquennio, con le metropoli invase dai tossicodipendenti e dall’eroina. Era anche un fatto estetico: li vedevi dappertutto, con siringhe sparse ovunque e una diffusissima microcriminalità a causa dei costi molto alti delle dosi. Si trattò di una piaga sociale che portò a una vera e propria generazione mancata, con migliaia di morti di cui nessuno parla più. Anche la mia esperienza privata di normale ragazzo fu circondata dal lutto in quanto noi, da abitanti del mondo occidentale e della società del benessere, non eravamo abituati ad avere tanti morti nelle nostre strade e nelle nostre città. E poi ci fu l’HIV: leggermente ridottasi la marea montante di morti per tossicodipendenza, dal 1985 in poi arrivò questa nuova malattia di cui non si sapeva niente e di cui si dicevano cose assurde e strampalate sia sul piano mediatico che su quello scientifico, tanto che addirittura agli inizi la si definì il “cancro dei gay”. All’epoca dell’arrivo di questa malattia in Italia avevo 16 anni e stavo entrando completamente nell’età sessuale. Questa malattia devasta i rapporti perché crea diffidenza, in quanto il passato delle persone diventa motivo di indagine.

La Guerra dei Balcani, con il suo carico di orrori e contraddizioni, ha rappresentato uno dei primi banchi di prova di quel mondo unipolare nato alla fine della Guerra Fredda e finito con gli attentati dell’ 11 settembre. Credi che la situazione dei Balcani sia stata e sia gestita correttamente?
No. Credo che durante la guerra dei Balcani sia venuta meno l’idea di Europa, Europa che è si è mostrata distratta e colpevole. Inoltre questa guerra ci è stata presentata come una guerra tribale e di odio etnico quando in realtà è stato un accaparramento di bande criminali. C’era un Paese in disfacimento che, pur essendo uno Stato ex-socialista era alquanto ricco, e c’è stata l’opportunità di fare questo sacco criminale con l’appoggio di Stati nazionalisti come Croazia e Serbia, sotto lo sguardo colpevole dell’Europa, degli Stati Uniti e di chiunque abbia avuto un ruolo in quella guerra. Inoltre era più semplice parlare di Balcani anziché di ex-Yugoslavia perché l’ex-Yugoslavia era un Paese come il nostro, vicino a noi, civile e con una grandissima cultura che per certi versi era anche superiore a quella italiana di quel periodo, con grande storia sportiva nonché Stato fondatore dei Paesi non allineati. Se smettiamo di usare quel termine e li chiamiamo Balcani tutto diventa possibile. Si è trattato quindi di una narrazione falsa e consolatoria.

La tua opera presenta tutti i caratteri del romanzo di formazione. Hai avuto dei modelli letterari a cui ti sei ispirato per Gli ultimi ragazzi del secolo?
Non ho avuto modelli letterari per il mio libro. Sono d’accordo sulla definizione di romanzo di formazione soprattutto per quanto riguarda gli anni ‘80. Ho avuto dei modelli per quanto riguarda la documentazione sulla guerra nell’ex-Yugoslavia e il riferimento principale è stato La guerra in casa di Luca Rastello, grandissimo scrittore da poco scomparso. È stato l’unico ad aver descritto la situazione in ex-Yugoslavia con uno sguardo vero e non contaminato da quella che definisco propaganda occidentale. Sul piano letterario invece ho scritto un romanzo autobiografico, che già nella sua definizione contiene una ambiguità, dato che la biografia è sinonimo quasi immediato di realismo e verità mentre il romanzo ci porta immediatamente nel campo della finzione; il termine romanzo autobiografico ci dà immediatamente la risposta.


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