Intervista a Alessandro Fullin

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Alessandro Fullin, poliedrico uomo di cultura, laureato al DAMS di Bologna, vive a Torino, è attore teatrale e scrittore, ha partecipato a trasmissioni televisive di successo. Deriva forse da questo la sua scrittura fuori dal coro, che si distingue per pregevolezza dello stile e originalità scintillante dei contenuti? Proviamo a chiederlo direttamente a lui...




Che relazioni hai con la botanica e quanto ti sei documentato sul tema per scrivere il tuo Panico botanico?
Con le piante non vado d’accordo. Mi muoiono malgrado le mie cure. Questo libro quindi è una rivincita.


Quanto è importante per te la presenza la dimensione del sentimento, che infine sembra vincere sull’arida scienza?
La passione amorosa è sempre il motore della mia azione, come tutti gli schiavi dei libri di Jane Austen. Quindi mi definirei come scrittore una Liala contemporanea, che non aspetta più il suo aviatore, ma mescola il sentimento con l’ironia, e l’autoironia, più feroce.


Come sei passato dalla redazione di testi teatrali a romanzi?
Ho scritto sempre contemporaneamente testi teatrali, prosa, anche aforismi se sono in treno e dispongo solo di una biro e del retro di un biglietto. Virginia Woolf parlava di una stanza tutta per sé. A volte basta un vagone di Italo.


Nel testo c’è la figura della cuoca dall’identità sessuale indefinita, quasi ermafrodita direi, che in realtà si scopre poi essere omosessuale. Ho inteso bene? E c’è una relazione tra ermafroditismo e omosessualità?
Era la prima volta che inserisco un amore tra donne in un mio romanzo. E credo che la signorina Prugineim sia uno dei mie figure più perfette e a cui più sono legato. Uno scrittore alla fine è sempre un po' il dottor Frankenstein: ci si innamora delle proprie creature.


Il romanzo presenta un plot con continue scene ad effetto, quanto ha contribuito la tua esperienza teatrale nel crearle?
Uno che scrive per il teatro e che nella sua vita ha fatto il comico sa quanto importante siano i tempi sulla scena. Il lettore non va sedotto ma letteralmente arpionato.


Come ti è venuta la geniale idea di ambientare il romanzo in un parco e quali sono i valori simbolici del testo?
In realtà il parco in cui si svolge il romanzo è un vero e proprio labirinto. La prima stesura del romanzo risale alla metà degli anni ’80. Era uscito Labirinth con David Bowie, lo stesso tema era stato inserito da Eco ne Il nome della rosa, feci un intero esame al DAMS su questo tema. Il labirinto, forse una delle forme più affascinanti di Architettura o di Giardino era in quegli anni straordinariamente attuale. Decisi di inserirlo quindi nel lavoro che stavo scrivendo.

I libri di Alessandro Fullin

 

 

 

 
 
 
 
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