Intervista a Alessandro Zannoni

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Alessandro Zannoni, per andarlo a trovare, basta prendere un treno e scendere a Sarzana, estremo ponente ligure. A dire il vero casa sua è già in Toscana, perciò ogni mattina gli tocca attraversare il confine. È lì che vive e scrive. Sarzana e i suoi dintorni sono anche il luogo del suo ultimo romanzo, un insolito giallo per ragazzi. Zannoni ha debuttato nell’editoria grazie al compianto Luigi Bernardi, guru indiscusso della letteratura noir italiana, che lo ha fatto esordire con Perdisa. Ha scritto romanzi, racconti, fumetti, testi per il cinema e per il teatro. Qualche tempo fa, come chiusa a un’intervista, ha detto: “le donne sono superiori e io ne ho preso atto da tempo”.




Partiamo dal tuo ultimo romanzo, La leggenda di Berenson, un giallo per giovani lettori. Che differenza c’è, se c’è, tra un libro per adulti e uno per ragazzi? Che cosa cambia nel tuo lavoro di scrittura?
La differenza è enorme, cambia tutto. Coi ragazzi posso utilizzare trucchetti e vecchie regole di base del thriller e dell’avventura che coi grandi non userei mai, proprio perché stra/abusati. I ragazzi sono ancora lettori acerbi e ingenui, e soprattutto ‒ spero – con tanta voglia di lasciarsi andare alla storia e essere sorpresi. Questo non vuol dire riempirli di banalità o stupidaggini (la mia prima regola è di non prendere in giro il lettore), ma trattarli con rispetto e scrivere in maniera da formarli a una lettura futura decente. Ma la cosa più importante è che scrivere per ragazzi mi fa star bene, cosa che non accade con gli adulti. Per i ragazzi scrivo per divertirli e per divertirmi, agli adulti cerco sempre di fare del male.

Dal Texas che fa da sfondo al tuo più noto personaggio Nick Corey, a Sarzana, città che ben conosci, in cui si muovono Mongi e Tommi, i protagonisti del tuo ultimo romanzo. I luoghi sono per te fonte di ispirazione? Qual è l’innesco delle tue storie?
No, l’ispirazione parte sempre dal personaggio o dalla storia che deve accadere. Di solito i luoghi sono solo accessori necessari che influiscono sui personaggi, sul loro modo di muoversi e pensare, di vivere nella storia. Sono importanti, certo, perché mi ispirano l’atmosfera dove i personaggi dovranno dare vita alla storia, e sono molto attento a ricreare il più realmente possibile il luogo scelto.

In questo libro parli, tra le altre cose, di un desiderio che diventa realtà: la vecchia barca che Mongi riceve in regalo, una specie di casa galleggiante, che permette in ogni momento di portarsi in un altro posto. Per la tua creatività, quanto è importante viaggiare? Quanto mettere radici?
Ho fatto l’antiquario per vent’anni, avevo necessità di spostarmi in tutta Italia, a volte per l’Europa; ho visto molti stili di vita differenti, ho vissuto in città diverse, e sono certo che la mia creatività ne abbia giovato. Come puoi inventarti delle storie realistiche se non hai mai vissuto lontano dalla tua casa? Poi le radici, certo, quelle servono per fermarti, ragionare su quello che hai visto, distillare la fascinazione di un posto, rilasciarne gocce veritiere nella prossima storia da scrivere che decidi di ambientare in quel posto che ti è così piaciuto.

Ti capita di ispirarti a fatti di cronaca per i soggetti dei tuoi romanzi?
Scrivo storie realistiche, adoro la cattiveria della vita; se non mi ispirassi a certi fatti di cronaca, non riuscirei a inventarli. Sono piuttosto carente di immaginazione.

In caso di bisogno, quale libro manderesti a memoria?
Uno corto, perché tendo a dimenticare facilmente. Ma se devo fare un titolo, Tropico del capricorno di Henry Miller.

Se dovessi scegliere – da autore e da lettore – tra l’ironia e la sospensione dell’incredulità, di che cosa non potresti fare a meno?
Da autore, scelgo sempre e solo l’ironia, specie quella cattiva che sconfina nel sarcasmo. Senza ironia saremmo uomini insopportabili. Da lettore, la sospensione di incredulità non la sopporto più.

I LIBRI DI ALESSANDRO ZANNONI



 

 

 
 
 
 
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