Intervista a Alessio Dimartino

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Alessio Dimartino è un “quasi giovane” autore che oltre a scrivere ama molto la gricia e l’A.S. Roma. In passato ha vissuto nei bar aperti h24 della suburra romana e ogni tanto ci passa ancora oggi a salutare e far la conta dei sopravvissuti. Nel tempo libero gli piace leggere e fare l'amore. Quando scrive preferisce la birra Ichnusa e la voce olttretombarica di Tom Waits. Il suo rapporto con Roma, dice lui, è simile a quello che si potrebbe avere con una donna che si ama molto ma che sia anche molto puttana, un momento la porteresti in braccio sulla luna, il momento dopo vorresti sgozzarla soffocando col suo sangue gli amanti. Dalle sue variegate e rabdomantiche letture ci ha detto di aver capito soprattutto una cosa: bisogna scrivere di quello che provi dentro inserendolo in quello che conosci fuori. Adesso proviamo noi a conoscere un po’ meglio questo scrittore originale e iconoclasta.




I tuoi romanzi giocano spesso con la specularità dei personaggi, da cosa nasce questa tua voglia di mettere in relazione situazioni apparentemente opposte?
Nasce dalla mia convinzione che ciò che forma la nostra coscienza in maniera più forte e duratura è l’esperienza degli altri. Degli altri e con gli altri. Persino i soggetti come me, fondamentalmente misantropi, amanti della solitudine più spinta, vivono sul serio solo quando entrano in contatto col prossimo. Siamo animali che necessitano del confronto, dello scontro, della giustapposizione di realtà agli antipodi.


Ne Il professore non torna a cena il protagonista inizia a scrivere perché lo psichiatra gli consiglia di tenere una sorta di diario emozionale. Anche per te la scrittura ha in qualche modo un valore terapeutico?
Il termine ‘terapeutico’ implica, nella sua etimologia, il concetto di percorso verso un qualche tipo di guarigione, di salvezza. In questo senso no, non credo che la scrittura abbia valore terapeutico. Credo invece che la scrittura sia una finestra metafisica dai doppi vetri e doppi cardini, aperta sia sul mondo che dentro noi stessi, priva di una scala di valori che la giustifichino. E senza dubbio provoca delle correnti d’aria molto forti.


Sempre ne Il professore non torna a cena era presente una critica spietata al mondo della sanità, pensi che la letteratura debba avere anche il compito di denunciare gli aspetti più critici della società?
Non penso assolutamente sia un obbligo o un merito particolare. A volte, come in questo caso, si palesa come una necessità. Reazionari apolitici tipo Fernando Pessoa hanno scritto pagine indimenticabili sulla condizione umana, mentre uomini meritoriamente impegnati nell’agorà sociale non sono riusciti a conferire forza letteraria alle loro parole. Non bisogna dimenticare che la letteratura, a differenza del giornalismo, prima di tutto è estetica, con un’etica di fondo che la sorregge sulle spalle.


In C’è posto fra gli indiani – al contrario – mi pare che la tua narrazione si sia concentrata su aspetti più intimistici e personali…
Sì, è vero. È un romanzo molto personale. Ci sono parecchi fatti realmente accaduti nella mia vita e realmente avvertiti con quell’intensità. Adombrati dai dovuti camuffamenti, è ovvio. Perché, per tornare a Pessoa, il poeta è un fingitore.


Nella Roma notturna descritta nelle pagine di C’è posto fra gli indiani non c’è alcuna traccia di grande bellezza…
Un mio amico che ha letto le bozze mi ha detto che il romanzo è una sorta di La grande bellezza di matrice inversa. Una grande bruttezza, insomma. La definizione mi ha divertito parecchio e la trovo in qualche modo corretta. Nel film si osserva la dissoluzione dall’alto di una società di vincenti nati morti, che bevono e copulano senza trasporto all’ombra del Colosseo. Nel mio romanzo, invece, la si osserva dal basso di una società di perdenti che un giorno si sono pensati vivi, e forse non lo erano nemmeno loro. Che bevono e copulano disperatamente, per tentare di rimanere avvinghiati a quel primo pensiero di vita, all’ombra di un bar di merda sulla Casilina.

I libri di Alessio Dimartino

 

 

 
 
 
 
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