Intervista a Alfredo Tocchi

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È una storia vera. Qualche anno fa, mentre oziosamente setacciavo l’affollatissima cartella nella quale abitualmente archivio gli ebook realizzati in self-publishing o da case editrici full digital che piovono incessantemente nella casella di posta di Mangialibri, la mia attenzione fu catturata da uno intitolato Confessioni di un pazzo di raro talento. Decisi così, d’impulso, di dargli una chance e iniziai a leggerlo. Alcune ore dopo ero ancora lì, ammaliato da quella storia drammatica e amara ma non priva di uno sboccato sarcasmo. Recensii entusiasticamente quel romanzo e fui contattato dall’autore, un avvocato milanese, persona squisita con l’esistenza sospesa tra lusso e tormento, tra noia mortale e sfrenati impulsi vitalistici. Da allora seguo con affetto ma anche costernazione i suoi febbrili tentativi di entrare nel mondo editoriale con la dignità e l’attenzione che senza dubbio meriterebbe. Attenzione perché lo ritengo un narratore di indubbio talento, costernazione perché mi risulta difficile capire come mai ‒ nel momento storico in cui è più facile arrivare alla pubblicazione di un libro ‒ questa possibilità sia negata proprio a lui, che non ha nulla da invidiare a molti autori italiani che vanno per la maggiore. In attesa che questo poco gaudioso mistero si chiarisca, ho deciso di intervistare Tocchi per voi. Per voi lettori, perché possiate scoprire un autore che ha poca visibilità. Per voi editori, perché possiate guardare con attenzione a un talento da non farsi sfuggire.




Quanto contano Milano e la Lombardia per te come scrittore? Ti senti uno di quegli scrittori legati necessariamente a un territorio?
Milano è la mia città. È un ottimo punto di osservazione per una persona curiosa e mi rifornisce sempre di personaggi interessanti. È sufficiente prendere la metropolitana all’ora di punta, è un teatro. Basta cercare di immaginarsi le vite degli altri (film meraviglioso, tra l’altro). Però non mi sento uno scrittore legato a un territorio, assolutamente no. Prima di tutto, non mi sento uno scrittore. Ci ho molto riflettuto: non basta avere pubblicato, non conta avere venduto. Bisogna essere intervistati da Fabio Fazio. Essere intervistati da te è il primo passo di un lungo percorso di avvicinamento a Fabio Fazio. Comunque, ho scritto un romanzo ambientato a Donetsk (in Ucraina) e uno ambientato a Nizza.

Finora in quello che hai scritto c’è stato molto di autobiografico. Anche qui: è una tua cifra stilistica irrinunciabile o il futuro ha in serbo qualcosa di completamente differente, estraneo al tuo passato e al tuo mondo professionale e umano?
Ho scritto l’autobiografia di una signora di colore e qualcuno ha commentato che sono un raro caso di schizofrenia. Può darsi che sia vero. Io però trovo che non abbia importanza che una storia sia o meno autobiografica. Flaubert pronunziò la celebre frase “Madame Bovary c’est moi” per sottolineare che un autore può mettere qualcosa di se stesso dovunque, nell’io narrante, nella protagonista o in un personaggio secondario. Leggendo Lolita, l’ultima cosa che mi domando è se Nabokov abbia sublimato nel romanzo i suoi istinti da pedofilo. Ho iniziato a scrivere un romanzo di fantascienza che non ha nulla di autobiografico, ma il personaggio ha un cane e nei comportamenti (sia del personaggio che del cane) c’è molto di autobiografico. È così anche il mio Undici al 17: io non sono Luigi. Lui è molto più giovane, è laureato in filosofia, non ha mai lavorato eppure su Edmund Husserl la pensa come me che sono un avvocato e lavoro almeno 50 ore a settimana. È un romanzo autobiografico? In parte sì, ma non mi sembra che abbia importanza.

I tuoi libri sono (anche) una carrellata di personaggi femminili incredibili. Quanto contano le donne nelle tue storie e quali sono quelle che hai più amato raccontare?
Non soltanto mi piace scrivere di donne, mi piace che l’io narrante sia donna. Il mio romanzo Da A a B ha un’architettura complessa ‒ tre io narranti e un narratore ‒ e due io narranti sono donne. Mi piace pensare di essere una scrittrice, ho amato scrivere la storia di una madre, del suo rapporto con i due figli maschi. Amo incondizionatamente le donne, mi sono sposato due volte, ho due figlie. Amo raccontare storie d’amore, mi sento uno scrittore romantico.

Quali sono gli scrittori del passato e del presente a cui guardi come modelli? E quelli che ami come semplice lettore?
Sono sempre stato un lettore compulsivo. Ho fatto mia la celebre frase di Alfred de Vigny “Du jour où il sut lire il fut Poète, et dès lors il appartint à la race toujours maudite…”. Tra gli scrittori contemporanei, il mio preferito è Andrei Makine, perchè trovo che abbia una sensibilità romantica affine alla mia. Paul Auster è come un fratello maggiore. Ho amato Milan Kundera, ma gli ultimi romanzi sono davvero poca cosa rispetto agli esordi. Tra gli americani, David Foster Wallace è stato il più innovativo. Mi piace Michel Houellebecq per la sua intelligenza, il suo sarcasmo disperante mi ricorda Céline. Giudicando l’eleganza, Stefan Zweig e Joseph Roth sono modelli classici insuperabili. Tra gli italiani, Italo Calvino, Goffredo Parise e Giuseppe Berto sono i miei preferiti ‒ e Paolo Maurensig il più bravo tra i viventi. Tuttavia, il romanzo italiano più bello è Il gattopardo.

Alfredo Tocchi e il mondo dell’editoria italiana, cronaca di una storia d’amore mai sbocciata: ti sei sicuramente chiesto tante volte perché così poca attenzione alla tua scrittura, hai provato però a darti qualche risposta?
Il problema è comune a tutti gli esordienti: se si è giornalisti, traduttori, editor o comunque addetti ai lavori, si hanno migliori probabilità di essere letti. Io non conosco nessuno, ho pubblicato con quattro case editrici e ho venduto circa 1.500 copie di Confessioni di un pazzo di raro talento, ma non sono riuscito a trovare un agente letterario o un editore realmente distribuito nelle librerie. Ne soffro al punto che è diventata un’ossessione, una malattia. Non posso entrare in una libreria senza soffrire perché non c’è neppure un mio libro. Onestamente, gli argomenti di Confessioni di un pazzo di raro talento erano un po’ troppo scandalosi per il quieto mondo dell’editoria italiana.

Se tu dovessi tracciare il profilo del tuo editore ideale, quello che farebbe bene a scommettere su Alfredo Tocchi, come sarebbe?
Da molti anni, senza marketing, non si vende più nulla. Finché non troverò un editore disposto a scommettere sui miei romanzi, non riuscirò a diventare uno scrittore. Addio Fabio Fazio. Eppure quando dESte publicò il mio Confessioni di un pazzo di raro talento, era alla pubblicazione del suo primo romanzo e vendette in poche settimane 1.500 copie, tanto che per un mese fu tra i dieci romanzi più scaricati da Amazon libri. Sono stato per mesi tra i tre scrittori più letti di una nota community di aspiranti scrittori, poi mi hanno bannato. Lo ammetto, a volte esagero col politicamente scorretto e scrivere che alcune donne sono parassiti sofisticati è una verità scomoda che però dà fastidio (a mia discolpa e per rispondere a chi lì per lì mi accusò di misoginia, garantisco che ho molti amici che hanno “attaccato il cappello” e per parità di genere prima o poi scriverò anche un romanzo su di loro!).

E per quale motivo un editore siffatto dovrebbe pubblicare i tuoi libri? Dagli 3 buone ragioni per farlo...
Un editore decente dovrebbe pubblicare sì i libri dei cuochi e delle veline, le storie lacrimevoli delle vittime della brutalità umana e quelle di sesso per casalinghe, ma in mezzo a questa vera e propria selva di orrori riservare un poco di spazio anche a chi sia un romanziere con un timbro di voce diverso dai piccoli imitatori italiani di Philip Roth. Insomma, mettere in catalogo anche uno o due titoli del “Bucoschi de Milan”. Tre buone ragioni? Venderebbe e, se mi traducesse, più in Francia, in Germania o in Russia che in Italia, perché in questi Paesi si ha voglia di storie che provengano dall’Italia in generale e da Milano in particolare. Storie eleganti, non i soliti piagnistei degli onanisti di successo, ambientati nel più orrendo squallore materiale e culturale. Non ci vogliono altri motivi, questo è più che sufficiente. Io finalmente sarei uno scrittore e diventando quello che sono tornerei ‒ dopo la spaventosa esperienza del coma che ho descritto in Confessioni di un pazzo di raro talento ‒ ad essere felice.


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