Intervista a Ali Smith

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Nel bellissimo giardino interno di un hotel a due passi dalla Bocca della Verità, sorseggio un caffè seduto accanto ad Ali Smith, una delle più importanti e acclamate scrittrici contemporanee. È a Roma per partecipare alla serata finale del Premio Strega Europeo e grazie all’intercessione di Maria Galeano e Martina Testa di SUR sono riuscito ad avere la ghiotta opportunità di fare due chiacchiere con lei. Le chiacchiere diventano quattro, sei, otto. I colori del pomeriggio cambiano, l’oro scende sulla città e nel cuore rimane il segno di un piacevolissimo incontro.




Che famiglia sono gli Smart del tuo Voci fuori campo e che ambiente è la famiglia, in generale?
Io sono l’ultima di cinque figli, e sono nata molto dopo i miei fratelli e sorelle: la più grande aveva 13 anni, il più piccolo prima di me 8. Così sono cresciuta in una famiglia già formata, una famiglia che in un certo senso io guardavo dall’esterno. La famiglia Smart di Voci fuori campo è intrappolata nella idea stessa di famiglia che hanno i suoi membri. È già strutturalmente una famiglia complessa: c’è una coppia che ha già i suoi problemi malgrado lui e lei stiano insieme da poco, ci sono due figli che non sono figli dell’uomo di casa. Tutto quello che riguarda questa famiglia, che riguarda chiunque in questo romanzo è sfidante. I personaggi si imbattono in cose che chiedono loro di essere più di quello che in realtà sono: cosa vuol dire davvero essere una madre o un patrigno o un maschio adolescente o una bambina? Che cos’è davvero una famiglia? Credo che il mio sia stato un dono, intendo ad avere tutto quello spazio da bambina. Mia madre e mio padre erano gente normale del dopoguerra, erano ancora giovani, avevano vissuto al Seconda guerra mondiale durante i loro vent’anni, poi si erano sposati, avevano avuto figli e vivevano in un mondo nuovo. Un mondo che stavano facendo loro, un mondo che avevi davvero l’impressione di contribuire a costruire, allora.

Nella famiglia Smart il caos portato da Ambra/Alhambra è più un veleno o più una medicina?
Entrambe le cose, credo. Ambra bussa alla loro porta come un dio dell’antichità, come facevano gli dèi nei miti, per vedere come si comporta qualcuno con uno straniero, per metterlo alla prova. Lo straniero e la società: ecco il tema che è alla base di questo libro, ma sempre nascosto in profondità, quasi invisibile. La storia di un estraneo che entra in una società (o in una famiglia) cambiandola per sempre è un antico tòpos narrativo: toc toc, chi è? Un dio o un diavolo? In realtà quello che abbiamo sempre voluto essere o non essere lo abbiamo proiettato sull’altro, sullo straniero. Non c’è nessun altro. Non c’è nessuno straniero. Siamo tutti uguali. Abbiamo inventato l’altro per potere inventare le storie. Ed è ancora così, oggi. La questione dell’immigrazione è ancora l’ennesimo capitolo della nostra narrazione sull’altro. E quando guardo i filmati degli sbarchi dei migranti nei telegiornali prima di tutto mi viene da pensare alla nostra mitologia. Non si rifiutano mai cibo e acqua, questo è sacro. È Omero. L’Odissea è incentrata su questo: si dà il benvenuto ad un viaggiatore, lo si invita a sedere, a mangiare e bere. E si ascolta la sua storia. Si deve dare il benvenuto a tutti – persino ad un nemico – perché altrimenti si è disonorati, si perdono l’onore e l’umanità, si disonorano gli dei. Viviamo in un secolo che appartiene alla fantasia e alla narrazione come quasi nessun secolo finora: un secolo di cinema.

A proposito di cinema, molti hanno avvicinato il tuo Voci fuori campo al film Teorema di Pasolini…
Terence Stamp. Meraviglioso. Cambia quella famiglia dal di dentro. Rivela la santità, rivela la stupidità e la perdita, rivela le paure, l’intrappolamento e la libertà, rivela la sessualità. Anche qui, tutti vogliono agire e vivere a livello della fantasia, tutti vogliono la consapevolezza che questo porta con sé.

Presente, passato, futuro. Nei tuoi libri spesso si intrecciano. Cos’è il tempo per te, come lo percepisci e come può “usare” il tempo uno scrittore in un romanzo?
Pensa al tuo corpo. Il tuo corpo contiene il “te” bambino, ma anche il “te” vecchio che ancora non hai raggiunto. Proprio ora stiamo vivendo il nostro passato e il nostro presente, e al tempo stesso prepariamo il nostro futuro. Anche se non ce ne rendiamo conto abbiamo vissuto passato, presente e futuro contemporaneamente tante volte. Per esempio stamattina: scommetto che hai pensato a qualcosa che ti è successo anni fa oppure a qualcuno che non vedi da anni ma che è sempre dentro di te per un motivo o per l’altro. Questo è ciò che noi chiamiamo passato. Viviamo presente e passato nello stesso momento, ci prepariamo al futuro. Non è semplice. Non è un trucco. Il tempo è una dimensione proprio come lo spazio, è multi stratificato: questo preciso istante esiste perché è inserito in una sequenza e la sequenza è qualcosa che ci costruisce fisicamente e mentalmente. E se guardiamo a questo in un contesto più ampio, significa che ogni singola persona che è mai vissuta ha contribuito a crearci, come noi contribuiamo a quelli che verranno dopo di noi. Siamo in una sequenza, appunto: ed ecco l’importanza di ogni singolo attimo, perché ogni azione è inserita in una sequenza. È una responsabilità.

A proposito di passato, che rapporto hai con i classici greci e latini? Tornano spesso nella tua scrittura…
Sì, ne ho parlato in due libri, Girl meets boy e La storia di Antigone. Ma anche nel mio nuovo romanzo Autunno tornano i miti classici. Nonostante il libro sia ambientato in un oggi che più oggi non si può: parla di migranti, di Brexit, della Gran Bretagna di oggi. Ma inizia con un verso di Omero. Un uomo giace su una spiaggia. È Odisseo, reduce da un terribile naufragio, non ha nulla con sé, nemmeno i vestiti perché le onde glieli hanno strappati via. Cerca di coprirsi con delle foglie perché ha visto una bellissima ragazza venire verso di lui, Nausicaa. Questa è l’Odissea ma somiglia alla cronaca. Crediamo che le storie che sentiamo siano nuove, ma non sono mai nuove. Le vecchie storie ci portano ancora e ancora freschezza e la capacità di vedere e interpretare il presente. I classici sono classici perché sono sempre moderni.

Autunno è il primo di una serie di romanzi dedicati alle stagioni: perché questa scelta?
Sì, sarà una quadrilogia, come quattro sono le stagioni. In Autunno, come accennavo prima, vi racconto un mio sogno: un uomo che dorme in un letto ma sogna di svegliarsi su una spiaggia. È un rifugiato di oggi, sa cosa vuol dire essere uno straniero, accettato o rifiutato. Soltanto perché ha vissuto la storia, perché fa parte della storia del genere umano.

Preferisci scrivere racconti o romanzi? E che differenza tecnica c’è nello scrivere gli uni e gli altri?
Scrivere racconti è durissimo. La differenza tra racconti e romanzi non è soltanto che i primi sono brevi e i secondi lunghi. Il racconto ha una debolezza strutturale, è debole per definizione. Perché sappiamo leggendolo che finirà presto, e quindi ogni racconto implicitamente ci ricorda la nostra mortalità, ci parla della morte. Tutto accade in pochi momenti preziosi, in quasi niente. I romanzi invece ci suggeriscono che la vita va avanti. Nell’ambiente editoriale c’è questo luogo comune per cui i libri di racconti non hanno successo. Credo che ci voglia coraggio, a leggere racconti. Ma le persone che amano davvero leggere, amano i racconti. Prendiamo Katherine Mansfield, che secondo me ha cambiato la storia del racconto: era come se sapesse che la sua vita sarebbe stata breve, breve come un racconto. Piccoli passi verso la mortalità, ma anche momenti immortali. E i racconti di Giorgio Bassani? Sono straordinari, perché senza compromessi, credo che in assoluto Bassani sia lo scrittore che scende meno a compromessi che abbia mai letto. Sì, li ho letti tradotti, ma ho avuto questa sensazione. E i suoi romanzi sono più leggeri, più socialmente accettabili. Ma i racconti, mio dio, sono affilati, fanno male, feriscono in profondità. Scioccanti. Terribili. Stupendi. Credo che sia uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.

Parliamo de L’una e l’altra. Come hai conosciuto il lavoro di Franco del Cossa e perché hai voluto scriverci un romanzo?
Stavo leggendo La zattera di pietra di José Saramago. Ad un certo punto si domanda: perché gli scrittori devono scrivere in segreto? Perché questa frase deve andare da una parte all’altra? Perché tu stringi il microfono e io rispondo alla domanda? Sincronicità e spontaneità… Lavoravo per circa due ore a settimana come volontaria in un negozio di Amnesty International e c’era questo libro sugli affreschi di Firenze danneggiati dal grande alluvione del 1960 in cui si spiegava che per farli restaurare hanno staccato una parte dei muri su cui erano dipinti e li hanno mandati a laboratori specializzati in tutta Europa. Bella questa cosa che si stacca un muro e lo si manda in giro per il mondo, no? Comunque, la cosa che mi aveva colpito più di tutte era che sotto a questi affreschi erano state trovate versioni alternative degli stessi dipinti. C’erano. Ma non c’erano, perché tu vedi la superficie. Ma anche se non la vedi, quella cosa è lì. Preme per raggiungere la superficie. Questa cosa degli affreschi mi aveva affascinato molto, volevo scrivere un libro su questa cosa e mi sono messa alla ricerca dell’affresco giusto. Un giorno, sfogliando una rivista d’arte chiamata “Frieze”, per puro caso mi sono imbattuta in questa immagine così potente eppure così pura, ho visto quando era stata dipinta e sono rimasta sconvolta che fosse così antica eppure così moderna, ho letto il nome dell’autore e non ne avevo mai sentito parlare in vita mia. In inglese non trovavo quasi materiale, piccoli paragrafi, poche righe biografiche. Allora ho proposto alla mia partner un viaggio a Ferrara per vedere da vicino il dipinto. Abbiamo scoperto però che a Ferrara c’era stato da poco il terremoto e allora il mio cuore si è riempito di paura, perché temevo che un’opera d’arte così preziosa potesse essere andata perduta. Poi abbiamo saputo che il museo avrebbe riaperto in un paio di settimane e ho tirato un sospiro di sollievo. Ho scaricato tutto il materiale possibile dalla rete usando un terribile Google translate per capirci qualcosa. E poi sono andata a vedere il dipinto. Ti toglie il fiato, emette scintille di innocenza. Un luogo meraviglioso. Mi sentivo come inciampata in un grande dono, per caso o per destino.

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