Intervista a Alice Di Stefano

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Non conosco personalmente Alice Di Stefano, ma ho letto il suo Publisher con attenzione e forse adesso conosco davvero qualcosa di lei, oltre alla biografia che circola sul web. Un romanzo criticato, denigrato perfino: alla fiera PiùLibri PiùLiberi di Roma circolavano battute al vetriolo su Elido Fazi e la moglie, che aveva osato - addirittura! - scrivere una biografia sul coniuge (editore guarda caso, del libro stesso), allo scopo immorale, disdicevole, furbo, commerciale di vendere copie sguazzando tra autofiction e gossip. Mi sono sembrate ragioni sufficienti per spendere due euro di ebook e farmi un'opinione. Alla Fiera della piccola e media editoria romana, ad onor di cronaca, c'era pure chi dispensava omeprazolo ai colleghi colpiti da reflusso gastro-editoriale: certi colpacci, si sa - vedi Stoner - pare risultino più indigesti del panino con la porchetta. Questa chiacchierata via mail ci presenta Alice nella sua dimensione di scrittrice e di donna, appagando tutte le nostre curiosità sull'autrice e il suo lavoro.




La biografia romanzata della vita di Elido Fazi e tua ti ha consentito di trarre materiale narrativo dalla realtà, con eventuale licenza di spararle grosse, in un equilibrio funambolico e surreale tra vita vera e invenzione, che confonde il lettore ingolosendolo. Publisher: eureka! di partenza o illuminazione in corso d'opera?
Idea (originale) connaturata, credo. In generale, mi sono sempre vista vivere piuttosto che sentita vivere e questo, forse, mi ha facilitato nell’adozione di una terza persona narrativa per la descrizione di fatti e situazioni riguardanti la mia stessa vita, all’interno del libro. In corso d’opera, è chiaro, ho anche aggiustato il tiro mettendo il mio personaggio sempre più in burletta, soprattutto su sollecitazione di Elido che soffriva, evidentemente, a essere l’unico bersaglio comico delle mie pagine.


Nel romanzo c'è qualche passaggio talmente sincero da suonare  imbarazzante. Ho perfino immaginato  Fazi urlarti contro (magari guidando alla sua maniera psicotica): “Se non cancelli questo episodio non ti pubblicherò mai!”. Congetture da fervido lettore o realtà?
Pura realtà. L’ha urlato più volte, e non solo in macchina, guidando. L’obiezione principale, però, riguardava non tanto gli accenni a fatti intimi quanto la rappresentazione oggettiva di alcuni suoi comportamenti. I passi eliminati dal libro, alla fine, hanno coinvolto battute neanche troppo cattive, ma che andavano forse a toccare tasti delicati o zone troppo vicine al tallone d’Achille dell’editore-protagonista; paradossalmente, i passaggi più “scabrosi” hanno passato indenni la censura.


Nel libro descrivi Alice come una donna sull'orlo di una perenne crisi di pianto, eppure hai condotto Fazi all'altare (sgominando una pletora di ex, alcune perfino rimpiante...), ti sei perfino concessa il lusso di prenderlo amorevolmente per il didietro. Piuttosto cazzuta direi... di  nascita o di necessità?
Per adattamento forzoso, direi. E le lacrime sono state abbondanti durante tutte le fasi di questo processo, una mutazione quasi obbligata, necessaria per riuscire a restare viva accanto a un uomo di tale esuberanza come il Publisher. Prenderlo amorevolmente per il didietro, invece, è stata una sorta di vendetta rispetto all’energia impiegata per stargli dietro senza mai soccombere. Comunque, cazzuta no, mai (a meno che la cieca tenacia non sia cazzutaggine) ma semmai incosciente e un tantino sprovveduta nell’incaponirmi in una situazione del genere, senza cercare di evitare il classico meccanismo crocerossino dell’io ti salverò.


Inizi questo romanzo dopo la morte di tua madre, Cesarina Vighy,  vincitrice del Campiello opera prima. La scrittura ha rappresentato un modo di  ricongiungerti a lei, un  momento di alienazione dal dolore, o forse l'esigenza di concretizzare un progetto durevole contro l'esiguità del nostro tempo?
La prima, senz’altro. La scrittura, specie quella dal taglio umoristico,  mi ha portata a sublimare una situazione ancora poco chiara e allo stesso tempo dolorosa, distogliendomi dal ricordo di mia madre e soprattutto dalla sua mancanza, che, a un anno dalla morte, si faceva sentire con forza. Il fatto che lei stessa, poi, fosse stata una persona molto spiritosa (nel suo libro, L’ultima estate, aveva incitato il lettore a coltivare il senso dell’umorismo anche nelle situazioni peggiori) mi ha aiutato a trovare la voce giusta per una storia difficile da raccontare,proprio perché così privata, ma che – era più forte di me – volevo raccontare.


Elido Fazi è un uomo ingombrante, un pacchetto all inclusive con ex moglie inglese più prole. Anche tu hai un figlio da un precedente matrimonio: come ci si barcamena in una famiglia allargata?
Bene, in realtà. I nostri figli tutti maschi, per fortuna, sono sempre andati molto d’accordo. In più, cosa da non sottovalutare, hanno tutti dei caratteri molto “angelici” al contrario di me e Elido, magari, che siamo più ostici e “porcospineschi”. Se si pensa che il viaggio di nozze lo abbiamo fatto in 9 (compresa una fidanzata), si capisce che una certa armonia doveva pur esserci già allora. Più che in una famiglia allargata mi sembra di stare in una bella compagnia di amici, data anche l’età, ormai adulta, di ognuno e gli interessi spesso in comune per la propensione di ciascuno verso attività e lavori creativi.


Il tuo umorismo dissacrante, che non risparmia dettagli privati, sembra frutto di una macerazione interiore, un groppo che si scioglie ridendoci su, consentendoti un'emancipazione dalle meschinità dell'amore quotidiano. Alice affina l'autostima attraverso l'esercizio della presa in giro, oserei definirla “catarsi da presa per il culo”. Retaggi freudiani o ci sono andata vicino?
Ci sei andata vicino. Anche se a me l’autostima rimarrebbe bassissima anche dopo il conseguimento del Nobel! Più che di emancipazione, però, io parlerei di sana accettazione, un sentimento non sempre negativo che, in alcuni casi, può avere persino valenze filosofiche. Il quotidiano, in realtà, nasconde sempre il sublime.


Nel libro i personaggi sono raccontati come attraverso la macchina da presa, il lettore  risulta  cooptato nelle loro vita eppure ne ignora i moti dell'animo. La sfera interiore resta off-limits. Una forma estrema di pudore per porre al riparo se stessi?
Non ci ho mai pensato. Però sì, senz’altro. La narrazione oggettiva di fatti e stati d’animo (sempre colti dall’esterno, senza alcun coinvolgimento emotivo) è stato sicuramente un meccanismo di difesa messo in pratica per contrastare la partecipazione diretta a una storia che conoscevo fin troppo bene. Prendere le distanze è stato spontaneo e anche corretto per non correre il rischio di cedere alla cronaca. Per evitare le trappole dell’autobiografismo, quindi, ho adottato la tecnica del distacco e contemporaneamente quella dell’umorismo, capace com’è, sempre, di giocare con gli elementi a disposizione mescolando tra loro, fino a confonderle, realtà e finzione.


Mi piace pensare al tuo romanzo come ad un presidio medico per le coppie che aspirano alla sopravvivenza, perché illustra,  attraverso le vicende narrate, come le differenze caratteriali possano diventare una ricchezza condivisa, valorizzando  soprattutto  i difetti dell'altro. Come ci sei arrivata?
Si potrebbe proprio dire: grazie per la domanda! Fin da piccola, ho sempre cercato delle regole per mettere un po’ d’ordine nel caos della mia esistenza e, nel tentativo - disperato - di trovarle, ho analizzato negli anni valanghe di romanzi, saggi, poesie. Cercavo regole ovunque e soprattutto nell’osservazione del comportamento altrui. Nella volontà di evitare la sofferenza amorosa, più avanti, ho cercato di imitare il modello di mia nonna, donna d’altri tempi e tutta d’un pezzo, un modello piuttosto classico ma collaudato. La domanda se “le differenze caratteriali possano diventare una ricchezza condivisa, valorizzando soprattutto i difetti dell’altro” così io non l’avrei mai formulata ma forse il risultato è lo stesso. In generale, non amo espressioni quali “libertà individuale”, “ricerca di sé”, ecc. (a mio avviso troppo spesso fraintese, usate a sproposito o abusate) e preferisco ricorrere alle parole della tradizione: sopportazione, ad esempio, o tolleranza, nel migliore dei casi, o magari pazienza, la virtù per eccellenza delle mogli (e dote di cui sembriamo ormai tutti sprovvisti o scarsamente equipaggiati). Così, a certi comportamenti basati sulla fiducia, in un mondo in cui non si può star certi più di nulla e in cui siamo tutti un po’ ondeggianti, slegati, oppongo sempre con piacere l’adagio di mia nonna: “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.
  

Hai lanciato  una collana umoristica per la Fazi: Le Meraviglie; quando leggi il manoscritto di un esordiente, parti dalle note biografiche, dalla sinossi, o apri il libro a caso e vedi come suona?
Dipende. A volte mi basta la lettera di presentazione, che già dice molto. In ogni caso, letta o meno la sinossi, studiate o meno le note biografiche, le prime pagine di un libro sono benissimo in grado di farmi capire tre cose:
1)    Se la persona sa scrivere
2)    Se l’autore del testo ha idea di cosa sia un (buon) incipit
3)    Se sia il caso o meno che io vada avanti con la lettura


Di recente è andato in onda Masterpiece, il primo  talent show italiano per scrittori. Qual è l'x factor che ti fa puntare l'indice proprio su quell'autore? 
Per me, è sempre la qualità della scrittura. Al di là della trama, per prima cosa in un libro cerco un suono, una voce, e quella in genere se c’è c’è, se non c’è non c’è. Se il testo risuona ed è più o meno capace di restarti in testa si sente subito. In più, lo ammetto, per ragioni di gusto tutte personali adoro la bella scrittura, le frasi compiute, la narrazione distesa, un po’ all’antica, senza troppi scossoni. Ben vengano invece le sperimentazioni e la ricerca di novità, non solo formali, riguardo al genere. Chi poi ha una lingua musicale e ben ritmata mi conquista per sempre.


C'è uno scrittore, un passatempo, un cibo, un luogo, verso cui nutri un sentimento di gratitudine per il ricovero mentale che ti offre nei momenti di malinconia?
Venezia, in assoluto. E poi camminare preferibilmente a Venezia, mangiare di tutto, tanto e spesso, pensando magari a qualcosa che mi ha fatto ridere o riflettere,come ad esempio un libro ma anche una persona, una musica, un paesaggio. Fare le foto, infine, mi rilassa in maniera particolare così come girare senza meta nel centro di una città.


Jonathan Franzen è piuttosto polemico verso l'uso smodato dei social network, ritiene nuoccia al bisogno di silenzio interiore in cui risuona la creatività di uno scrittore.Tu quando lavori pratichi il solipsismo o ti concedi la schermata di Facebook in sottofondo?
Beh, la sbirciatina a Facebook oggi è di rigore. Però, dipende: quando scrivo o leggo, stacco tutto, mi estraneo; se rispondo alle mail o faccio lavoretti più tecnici, invece, mi interrompo spesso e volentieri. Relativamente alla sola scrittura, quando per me si scatena la creatività è come un fiume in piena e non c’è social che possa distogliermi da quello che diventa presto un chiodo fisso e dal proliferare di spunti e immagini che a quel punto si moltiplicano senza sosta nella testa.


Nel romanzo, con molta nonchalance, Alice ammette di aver avuto una storia a scopo di riconferma contrattuale, ma di non essere riuscita ad ottenere il corrispettivo sperato nonostante la “dazione”. Come giudichi la gestione oculata e speculativa della “virtù” femminile?
Esiste da che mondo è mondo, anche se a me piacerebbe che non fosse così e che le storie prescindessero dall’ottenimento o meno di un incarico. A volte le relazioni nascono da attrazioni sincere con il rapporto di potere, spesso scambiato per passione autentica secondo meccanismi primordiali, di cui è difficile liberarsi. In realtà, il passaggio di cui parli riguarda il mio passato all’università e la battuta sul mancato salto di carriera è stata inserita appositamente su suggerimento di Elido che voleva rimarcare così il candore del personaggio di Alice anche per aumentare l’ambiguità rispetto alla mia figura di autrice e insieme di personaggio, per un gioco metanarrativo in bilico tra verità e finzione.


Un uomo carismatico accanto tende a confinarti nel suo cono d'ombra; se ha venti anni di vantaggio poi, ed è anche il capo... Hai qualche tecnica salvifica da condividere con  donne munite di maschio soverchiante?
No, purtroppo no, per ora almeno. Con Elido, del resto, è impossibile ogni decisione autonoma, sia al lavoro che a casa. Pensa che io, tuttora, dopo quattro anni di matrimonio, non ho molta libertà di prendere decisioni nel nostro appartamento in cui, tra l’altro, non ho mai portato mobili miei. Mi dispiace per le altre donne munite di maschio soverchiante ma ci lavorerò, prometto.


Ho letto che ti piacerebbe scrivere una biografia romanzata, magari di Valentino Zeichen, figura immaginifica e surreale che gravita intorno all'aura amicale e letteraria del Publisher, oltre che al suo desco.  Quali sono i tuoi immediati progetti lavorativi?
Vorrei dedicarmi soprattutto alle Meraviglie, la collana della Fazi dedicata espressamente alla narrativa umoristica, genere ancora un po’ bistrattato in Italia, che ancora non ha avuto un suo pieno riconoscimento. Le prossime uscite, in particolare, sono molto interessanti: Adelante, un romanzo sulla precarietà sentimentale e lavorativa (e non solo) dell’esordiente Silvia Noli, La ragazza di Scampia dell’altrettanto brillante Francesco Mari e Affari di famiglia, il nuovo libro, attesissimo, di Francesco Muzzopappa (già autore per noi di Una posizione scomoda), scritto con uno stile unico, ispirato ai migliori umoristi inglesi. Per la biografia di Valentino Zeichen, quindi, si vedrà. Il suo permesso intanto l’ho ottenuto e, a meno che non decida di riprenderselo, ho tutto il tempo per decidere.

I libri di Alice Di Stefano

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