Intervista a Allan Folsom

Allan Folsom
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Ci metterei la firma subito ad essere come Allan Folsom a settant'anni suonati: fisico asciutto, eleganza casual, una faccia sexy che potrebbe essere quella di uno Steve McQueen imbiancato, uno sguardo spiritoso e vivo. Lo incontro in un prestigioso albergo del centro di Roma, e facciamo due chiacchiere seduti su un divano, lui in procinto di andare a una cena di rappresentanza io incimurrito e febbricitante ma che non mi perderei l'intervista per nulla al mondo. Ci vuole ben altro che una figlia piccola che torna dall'asilo e ti contagia con tutti i batteri dell'universo per fermare Mangialibri...
Giuro che distrattamente la seconda volta che ho preso in mano la mia copia del tuo romanzo Il dossier Hadrian ho cercato di infilarla nel dvd-player prima di ricordarmi che era un libro e non un film. Il fatto è che tu non descrivi le scene, è come se schiacciassi il tasto Play e le facessi succedere... quanto c'è del tuo background in questa capacità?
Beh, direi proprio di sì. Appena finito il college - ormai tantissimi anni fa - sono partito per Los Angeles con l'idea di lavorare nel mondo del cinema. Trovai posto in una piccola casa di produzione di documentari, però ho sempre fatto contemporaneamente tanti lavori: cameraman, montatore,  enon ho mai smesso di scrivere. Questo mi ha regalato il ritmo, mi ha insegnato a capire cosa essenziale in una storia e cosa no. Quando scrivi per il cinema o la televisione, non scrivi e basta: scrivi per il cinema e la televisione. Lo svantaggio forse è che non puoi approfondire nulla, mentre con i romanzi puoi fermarti, dare un background ai personaggi. Come scrittore faccio entertainment, quindi lavoro in modo visivo: anche perché ehi, io volevo fare il filmaker. E quando scrivo un libro è come se girassi un film. Comunque, se prima o poi riesci a infilare il mio libro nel dvd player fammi sapere, eh! Scherzi a parte, se trovi un finanziatore per fare un film tratto dal romanzo fammi un fischio: ci possiamo accontentare di un budget di 50 milioni di dollari, eh eh.

 

Parliamo di John Barron/Nicholas Marten e in generale dei tuoi personaggi: dai quasi l'impressione che ti interessi più la loro evoluzione e il loro percorso che non le loro azioni, come se contasse più quello che hanno dietro che non quello che hanno davanti. È un'impressione giusta o sbagliata?
Dipende. Ci sono storie che vengono 'trascinate' dal personaggio, e invece storie che trascinano con loro i personaggi. Per esempio molti film commerciali sono guidati dalla dinamica buono-cattivo. Nicholas Marten è un eroe riluttante, non vuole esserlo. E specialmente ne Il dossier Hadrian arriviamo a conoscerlo meglio, sappiamo (e so io stesso) di lui molto di più di quanto non sia successo fino a ora, anche se questo rimane un thriller e non è certo un saggio psicologico. Si dice "Se hai un eroe non fai che metterlo nei guai, ma ricorda che il tuo obiettivo è farlo salvare", e comunque non si conosce nessuno se non lo si mette alla prova.

 

Quando si pensa al lavoro di architetto di giardini vengono in mente calma e silenzio...
Anche a Nicholas Marten veniva in mente questo infatti! E invece...

 

I traffici internazionali dei servizi segreti sono un male necessario?
Sì. Quando cominci a capire qual è il loro lavoro quotidiano sembra una roba incredibile, sembra fantascienza. Eppure è utto vero. Proprio qualche giorno fa ho conosciuto il capo dei servizi segreti Usa a Roma, e facendo due chiacchiere con lui mi raccontava che per esmepio i funerali di Papa Giovanni Paolo II per il loro lavoro sono stati un incubo, con tutti quei capi di stato concentrati in un poco spazio, i milioni di pellegrini, il caos della città. C'è stato uno spiegamento di mezzi pazzesco, un numero incredibile di veicoli blindati e di uomini di scorta. Mentre parlava mi domandavo: perché tutto questo? Recentemente in un hotel di Berlino ho visto il presidente della Finlandia in visita di stato in Germania: beh, girava con due agenti di scorta e in taxi, negli Stati uniti sarebbe impensabile, non ti fanno avvicinare a meno di 5 miglia dal Presidente. Probabilmente influisce la nostra storia di attentati ai presidenti.

 

Che rapporto hai con il Web?
Ne so poco, lo uso ancora meno. Ma i ragazzi di www.allanfolsom.nl, il mio sito ufficiale olandese, hanno creato in un'oretta davanti a me un booktrailer - si chiama così, vero? - de Il dossier Hadrian che ho trovato bellissimo, un mix di immagini, effetti sonori e musica davvero suggestivo.

 

Forse non lo sai, ma noi italiani siamo un popolo bizzarro. Qui da noi se uno scrittore vende molto, automaticamente la considerazione che la critica ha di lui scende vertiginosamente, e i più celebrati sono gli scrittori che pochi conoscono, e che ancora meno persone comprano. Succede così che addirittura alcuni scrittori sembra si vergognino di vendere tanti libri! Per quel poco che conosco gli Usa, da voi è l'opposto. Tu ti vergogni mai di vendere milioni di copie?
Ah, per niente! E se qualcuno si vergogna di vendere bisognerebbe chiedere a lui perché. Sì, da noi negli usa vale la legge contraria: se non vendi non sei nessuno, se vendi puoi dire e fare quello che vuoi. Addirittura io ricevo più inviti a cena a seconda di quanto sono in alto nella hit-parade delle vendite dei libri... Certo è sbagliato giudicare la qualità dalle vendite, ma probabilmente questo modo di pensare deriva dall'industria cinematografica e si è affermato negli anni del reaganismo, qualche decennio fa. Quasi tutti i network tv hanno una sorta di borsino dei film martellante che crea nel pubblico un effetto del tipo "Ehi, lo devo vedere!" che intriga gli spettatori. La mentalità del gregge, la chiamo io: il passaparola non è così democratico e spontaneo come la gente ama pensare. Non sai quante volte mi è capitato che mi abbiano consigliato di leggere assolutamente libri che ho trovato noiosissimi e illegibili. Personalmente credo che un libro sia bello se mentre lo leggi ti fa venire voglia di girare pagina, altrimenti no. [foto di Bill Butler]

I libri di Allan Folsom

 

 

 

 
 
 
 
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