Intervista a Amitav Ghosh

Amitav Ghosh
Articolo di: 

Partendo da Milano, fermandomi a Verona e raggiungendo Mantova la mattina successiva, avrei dovuto avere tutto il tempo necessario a stemperare la tensione per il mio incontro con Amitav Ghosh. Ma diciamoci la verità: tremavo come un bambino al primo giorno di scuola. Del resto vorrei vedere voi di fronte ad un autore dal curriculum spaventoso, avete mai provato a cercarlo in Rete? Come vedete le mie ansie erano del tutto normali, no?! Eppure giusto il tempo di sedermi, di incontrare il suo sorriso 'indiano', intrecciare uno sguardo e tutto cambia: la conversazione è scorrevole, le domande sono quelle giuste, Ghosh ed io ci rilassiamo e l'intervista ingrana.

Sembra che l’India, paese simbolo della multiculturalità, sia un contesto perfetto in cui ambientare vicende differenti e in cui sperimentare una miscellanea di generi: dal romanzo storico (Un mare di papaveri), al thriller fantascientifico d’epoca futuribile (Il cromosoma Calcutta). Che Ghosh sarebbe stato un Ghosh senza la sua India? Quanto il tuo paese influenza la tua scrittura?
La risposta è molto semplice: non sarebbe mai esistito nessun Ghosh senza l’India. L’influenza che l’India ha su di me è fondamentale per le mie opere; tutte le storie che narro sono ambientate in questo paese e molte delle idee che ho per lo sviluppo dei miei testi sono tratti dal contesto sociale indiano, dalla storia di questo paese, dal suo tessuto urbano, piuttosto che dallo splendore della natura indiana, ancora così selvaggia per certi aspetti.
 

Nato a Calcutta, hai poi studiato ad Oxford Antropologia sociale: quanto ha inciso il confronto con l’ambiente intellettuale occidentale nella tua formazione?
Certamente questo confronto è stato importante, però vorrei sottolineare quanto la mia formazione dipenda soprattutto dall’educazione intellettuale che ho ricevuto all’università di Delhi: lì ho trovato un ambiente culturale interessante, sviluppato e vitale che ha contribuito molto alla formazione della mia persona. Per cui, come posso dire, una volta arrivato ad Oxford mi sembrava di essere piuttosto preparato su quasi tutto: ecco, è stata una bellissima e piacevole vacanza, più che altro.
 

Calcutta è spesso presente come contesto centrale in cui si svolge la narrazione dei tuoi libri o come sfondo periferico dei tuoi romanzi. Com’è cambiata la città in questi anni?
Ovviamente è cambiata tantissimo, io ci sono cresciuto tra gli anni ’60 e ’70 ed era un periodo terribile, ti faccio degli esempi: capitava di avere luce e corrente elettrica per non più di due ore al giorno, camminare per strada voleva dire imbattersi in attentati o bombe e poi c’erano migliaia di rifugiati dal Bangladesh che scappavano dal loro paese; insomma era una città veramente complicata. Oggi è certamente più semplice vivere a Calcutta e di certo non manca più l’elettricità, pensa che nei campi dietro la casa in cui sono cresciuto, al posto della natura selvaggia, degli animali, ora c’è un gigantesco negozio di Prada [n.d.r. ride]. Parlando seriamente non saprei se questo sviluppo renda migliore Calcutta, è una città che, a differenza di Bombay, non ha ancora trovato la sua identità e il suo posto nel mondo. Però resta la mia città, la mia Calcutta, con un passato interessantissimo, un popolo multiculturale e una società pluri-stratificata; insomma ha dell’ottimo materiale per i miei romanzi.
 

Confrontando le tue differenti opere, balza subito all’occhio il tuo amore per l’intreccio, il destino dei personaggi finisce sempre per collidere: ciò comporta una complessità strutturale del testo non indifferente. Ecco, questa struttura si crea sulla carta, mano a mano che scrivi? O è già presente in modo definitivo a livello mentale, prima della stesura?
Ho un’idea complessiva prima di cominciare la stesura, non si potrebbe fare altrimenti, però la struttura vera e propria viene a delinearsi proprio mentre scrivo, nel corso dell’opera. In questo i personaggi hanno un ruolo veramente importante: sono i protagonisti dei miei scritti, con le loro caratteristiche individuali, a determinare il senso delle mie stesure, mi orientano a procedere in una direzione piuttosto che un’altra, per me è come se fossero persone reali con le loro storie da raccontarmi ed io non faccio che trascriverle. Come puoi vedere la mia idea di scrittura è simile ad un organismo vivente, un processo generativo: una volta che una storia incontra la carta, da lì si sviluppa e origina altre storie.
 

Parlando delle tue opere non possiamo fare a meno di notarne le somiglianze, ma anche le differenze stilistiche e di genere. Quale tra i tuoi testi senti più vicino? In grado di definirti meglio come scrittore?
No, non potrei proprio risponderti, davvero non saprei. Tutti i miei testi, anche per le loro differenze, mi rappresentano pienamente. Immaginali come un insieme inscindibile le cui identità, una volta presi singolarmente, finiscono per impoverirsi: vedi, è molto meglio tenerli insieme, uniti, così mi rappresentano correttamente.
 

A livello mondiale l’India sta attirando verso di sé notevole attenzione, questo anche grazie ad opere artistiche come "The Millionaire" di Danny Boyle e romanzi come Shantaram di Gregory Roberts. Dato che sono state scritte o girate da persone che non hanno origini indiane, ti sembrano rappresentare correttamente il tuo paese?
Non trovo che la nazionalità o l’origine degli artisti che decidono di parlare dell’India sia molto influente, è proprio questo il bello dell’India, riesce a farsi apprezzare incantando i suoi visitatori e lasciandoli liberi di parlare di sé apertamente. Gli esempi artistici potrebbero essere molti… Tuttavia nel caso specifico di "The Millionaire" credo che sia difficile trovare un indiano soddisfatto del film, non ha avuto una grande accoglienza e suppongo dipenda dal fatto che la pellicola non rispecchia la realtà che racconta. Agli occhi di uno spettatore neutrale può non sembrare, ma per un indiano è diverso, comunque non sta a me giudicare.
 

E quali sono gli scrittori indiani che preferisci?
Oh, domanda difficile, ce ne sono così tanti, non saprei proprio. Posso farti qualche nome che puoi trovare tradotto anche in Italia, ma sappi che sono solo una piccola rappresentanza sia degli autori indiani in generale, sia dei miei preferiti. Vediamo… Anita Desai e la figlia Kiran Desai, oppure di Manju Kapur forse puoi trovare qualcosa in Italia, poi c’è Shashi Deshpande e Mahasweta Devi che ha vinto il premio Nonino.

 
I libri di Amitav Ghosh

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER