Intervista a Amleto De Silva

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Le cose sono andate proprio così, è una storia vera. C'era una volta un giovane redattore di Mangialibri che voleva scrivere usando il registro comico, ma si sa che quando scrivi cercando di far ridere è assai probabile che invece tu faccia piangere, traguardo al quale il giovane redattore di Mangialibri si avvicinava un po' troppo pericolosamente. Una carriera da stroncare sul nascere? Un momento. L'imberbe aspirante umorista una qualità in realtà ce l'aveva: era napoletano. Aveva un talento antropologico, antico, atavico. E poi un caratterista napoletano nel cast funziona sempre, si sa: serviva solo di procurargli un modello, di indicargli la strada. Gli intimai di leggere notte e giorno fino a quando non li avesse imparati a memoria peggio dell'Avemaria i post di Amlo, pasquino partenopeo cinico e smagato. Lui lo fece, lo fece, lo fece fino a innamorarsi di Amlo, al secolo Amleto De Silva. Il redattore poi è diventato editore e ha pubblicato proprio un romanzo di De Silva, tra gli altri. E noi di Mangialibri siamo rimasti qui e ogni tanto, puntuali come i raudi a dicembre e altrettanto piacevoli, rompiamo l'anima ad Amlo e aggiungiamo un capitolo a questa intervista.




Cosa o chi ha influenzato il tuo modo di scrivere? La società? Uno scrittore in particolare, le tue esperienze di vita o sono tutte fregnacce?
Se parliamo di modo di scrivere, il mio è l'unico possibile. Nel senso che io racconto delle storie con dei personaggi, e le cameriere parlano come le cameriere e le contesse come le contesse e come tali si muovono nella storia. Non come dovrebbero parlare: come parlano. Ma non è il mio modo: è l'unico modo. Che poi io lo faccia bene o male è un altro discorso, ma è così che scriveva Salgari, è così che scriveva Dickens, è così che scrive Stephen King. Quelli che non fanno così o sono sperimentatori o mezze calzette da premio letterario. Il guaio è che gli sperimentatori non esistono più, quindi fatti due conti. E poi è chiaro che il mio modo di vivere mi ha influenzato. E meno male. Se parli con uno scrittore di quelli quotati per più di dieci minuti ti sembra di parlare con un disagiato rinchiuso in un qualche istituto da chissà quanti anni: a parte chi si scopa chi e chi firma con quale casa editrice, non sanno chi ha vinto lo scudetto, cos'è la cassa integrazione, come funziona Facebook. Prova e vedrai. E questi sarebbero quelli che dovrebbero raccontarti la realtà. Stiamo con i cazzi, come si suol dire.


I personaggi del tuo libro Statti attento da me sembrano veri: t’ispiri alla tua quotidianità? Prendi spunto dalle manie dei tuoi amici? Ti hanno mai denunciato per questo?
Questo è un vizio molto più frequente di quanto non si creda: nel senso che io conosco almeno due libri di successo che in realtà non sono altro che l'assemblaggio dei cazzi privati degli amici degli scrittori. E questa è una cosa prima di tutto schifosa, perché un uomo che sputtana gli amici non è un uomo, è una merda. E poi perché significa che tu, di tuo, non ti sai inventare niente. A parte che se scrivessi un decimo delle cose che mi sono capitate, la gente direbbe che esagero. E lo dice adesso che mi freno, pensa te. Comunque no, posso raccontare e adattare degli aneddoti straconosciuti, ma sono e resto una persona di cui potersi fidare. Solo in seconda battuta sono uno che scrive.


Dal tuo blog www.amlo.it apprendo che sei molto attento all’attualità. Descrivimi brevemente e a parole tue l’Italia di oggi.
Questo è un posto pieno di schiavi che vogliono diventare schiavisti. Anzi, di schiavi cattivi e ignoranti che vogliono diventare schiavisti più cattivi e più ignoranti.


Ti hanno mai detto: “Amlè ma perché si così spuorco? Io preferisco leggere tuo fratello Diego”. E se sì, come li hai mandati a cagare?
Onestamente? Se un fan di mio fratello non mi dicesse così mi preoccuperei e mi chiederei dove sto sbagliando. E ovviamente, così dovrebbe fare lui. Conosco pochi fan sfegatati dei Dead Kennedys che apprezzano Morgan, e viceversa. A meno che ovviamente non siano degli imbecilli totali, nel qual caso, chi se ne frega. E poi questa cosa che io sarei “spuorco” è una fesseria magistrale. Nel mio libro i personaggi parlano come parla la gente per strada. Mi rendo conto che vanno di moda i libri italiani dove la gente dice cose come “perbacco”, e poi magari “intraprende percorsi dolorosi nella memoria”, ma io so che quelli che scrivono così sono sostanzialmente degli imbecilli, gente che scrive ancora per impressionare la loro vecchia professoressa del ginnasio. Dei coglioni. Pensano che se fanno i tipi difficili sembreranno più intelligenti, o che chiaveranno di più. Beh, sai la novità? Sempre stronzi sembrate, e non chiavate uguale. Sai come diceva Gadda? Che la persona intelligente “va” al bar, il cretino “si reca” al bar.


Hai un buon rapporto con tuo fratello? Vi scannate? Fa finta di non conoscerti?
Ma no, ma no. Io e mio fratello non ci scanniamo per niente. Siamo talmente diversi che non potremmo neanche volendo. Non credo che riusciremmo a  trovare un punto di contatto sul quale litigare nemmeno se ci impegnassimo a fondo. E' il bello della completa e assoluta diversità.


Racconta una giornata tipo di AMLO (il nickname che Amleto De Silva utilizza come blogger)...
Beh, adesso sono un family man, and my bark is much worse than my bite, come dicevano Hall e Oates. Sto con la mia famiglia, leggo, guardo film, scrivo, mi alleno. Parlo al telefono col mio amico Fulvio e con Marziano (Gianfranco Marziano è un musicista-cantantautore Campano ndr). Niente di che. E ne sono soddisfatto. A me la crisi di mezza età mi deve fare solo 'o yoyo'. Quello che dovevo fare l'ho fatto a tempo debito, come si doveva e per anni, e adesso viaggio con gli occhiali di Essi vivono. Capisci a me.


Quindi sei diventato un “azzeccato”. Come riesci a diffondere il tuo libro? Quali mezzi usi?
E che mezzi devo usare? Il mio blog, Facebook e il passaparola. Punto. Va bene così. Se mi chiamano a fare una presentazione ci vado, se no me ne sto a casa mia nella pace degli angeli. Vedi, il mio libro non è costato un cazzo e vende anche benino. Una grossa casa editrice vende mediamente duemila copie di un libro come il mio, ma ci deve investire una caterva di lavoro, denaro e leccate di culo che io, se fossi un editore, userei per scopi più nobili, tipo alcol o mignotte. Sono bravi tutti a vendere tremila copie con dieci recensioni, tre passaggi tv in prima serata e la pubblicità su Repubblica. Come si dice negli ambienti scientifici, grazie al cazzo.


Statti attento da me è un libro autoprodotto. Come mai sei arrivato a questa scelta? Non volevi rotture di cazzo dagli editori italioti, o nessuno voleva pubblicarti?
A questo punto potrei fare il tipo sfaccimmo che dice “no l'autoproduzione, eccetera le major bla bla bla”. La verità è questa: il romanzo non l'ho mandato a NESSUN EDITORE. Perché so che nessun editore vero pubblicherebbe questo libro, quindi ho pensato bene di sparagnare tempo e soldi a loro ma soprattutto a me che pure sarei peccato. Certo, ora che l'ho scritto, se me lo pubblicasse un editore grosso e ci tirassi fuori due soldi sarei contento, ma non è che ci speri. E poi, onestamente, se devo sottoporre il mio romanzo al giudizio di persone che stampano i libri dei comici tv, allora no. La differenza tra me e loro è che loro tengono i soldi e io no, ma di libri con me non possono parlare; perché io ne capisco e loro no. Possono decidere chi pubblicare, ma gente come loro non può dire se una cosa è valida o meno. Quello è tutto un altro cazzo, lì li batto due a zero a tavolino proprio.


Il tuo La nobile arte di misurarsi la palla offre un ritratto abbastanza sconfortante e amaro dell'ambiente letterario italiano. Siamo messi davvero così male?
Sì. Siamo messi davvero così male, come dici. Io direi che siamo messi di merda, giusto per dire una parolaccia. E' pieno di decerebrati, di servi e di completi idioti. E il guaio è che c'è anche un sacco di gente in gamba. Sul serio. Che però deve sottostare alle regole tribali dei Mau Mau mentre tutto intorno il mondo cambia. Questi danzano intorno al fuoco ascoltando uno stregone che parla una lingua incomprensibile mentre le ruspe stanno per spianarli. Sono pure cretini. La cosa che scrivo nel romanzo, dell'agenzia che cerca lei il protagonista per poi mettergli la puzza al naso, è vera: è successa a me. Ti sembra normale una cosa così?


Chi sono Enea Pellegrini ed Enzo Di Donna? Intendo cosa simboleggiano, perché lo so che non riveli neppure sotto tortura a chi ti sei ispirato nel fare il ritratto dell'odioso scrittore-tipo, ma se invece ci regali uno scoop per carità ce lo prendiamo, eh...
Lo scoop è che non c'è nessuno scoop. Sono solo due personaggi di un libro. Evidentemente scritti non proprio male, se la gente mi scrive di essere stata Enea o di aver conosciuto Enzo Di Donna. Di Donna, in particolare, è una specie di creatura di Frankenstein. Se leggete un po' in giro, scoprite quanti scrittori dicono le stesse cose sue, con la stessa spocchietta.


C'entra qualcosa in tutto questo la tua scelta di fare self publishing, di scommettere su piccoli editori o comunque di intercettare diciamo così "lateralmente" l'editoria italiana?
Il self publishing è una grande cosa. Grandissima. Ti permette di non passare sotto le forche caudine delle major, e non è poco. Per questo gli editori lo odiano e (giuro che l'ho letto) vorrebbero regolamentarlo. Ti rendi conto? Si credono Pol Pot, 'sti sciemi. Per quanto riguarda me, io non credo che chiedere l'elemosina, a grandi o piccoli editori, sia una scelta che paga: se mi vogliono, io sto qua, grandi e piccoli. Quello che faccio, che so e che posso fare è sotto gli occhi di tutti. Faccio schifo? Benissimo, non mi chiamate. Ma se aspettate che io venga col cappello in mano a chiedervi qualcosa potete anche schiattare nell'attesa. E' un modo di fare che consiglio a tutti: smettete di chiedere. Le case editrici saranno più contente e ne guadagnerà la vostra autostima. Non è una bella cosa farsi rifiutare da uno che due giorni dopo pubblica il libro di un minorato mentale.


Perché in Italia i libri non si vendono?
Perché si pubblicano libri brutti. Perché poi si cerca di vendere i libri brutti a quelli che invece vogliono i libri belli. Perché per far spazio in libreria per le loro cacate cacciano via i libri belli. E la gente va su Amazon, dove se vuole trova la cacata e il libro bello. E sceglie. Non è Bezos che è cattivo: siete voi che siete fessi, fatevene una ragione. Più nello specifico, trovo i libri italiani di una noia feroce, assassina. Vuoi che ti dica perché vendo io (poco, ci mancherebbe, ma più di quanto faccia piacere a qualcuno)? Principalmente perché non rompo i coglioni alla gente.


Ma se è un problema di qualità allora perché le scuole di scrittura non sono una soluzione?
La scuola di scrittura c'è già, in Italia. Si chiama scuola dell'obbligo. Il resto sono chiacchiere. Quando c'erano gli scrittori bravi le scuole di scrittura non esistevano. Punto e basta. Poi, che uno, per diletto, abbia voglia di imparare un po' di trucchetti, di conoscere un po' di gente e decida di frequentare un corso, benissimo. Ma chi ti dice vieni qua che ti insegno a scrivere ti sta fottendo, o si sta preparando a farlo. E' puro Salieri, per dirla come Mozart in Amadeus.


Quando, come e soprattutto perché un uomo al bivio della vita decide se diventare stronzo o stronzologo? Oppure è una roba che ci si nasce?
Stronzi si nasce, ma vittime degli stronzi si sceglie di diventarlo.


Chi sono gli stronzi e come ci si può difendere da loro? E perché Stronzology non è il solito manuale di autoaiuto?
Beh, lo sappiamo tutti. In generale, lo stronzo è uno che, ad averci a che fare, ci perdi. Tempo, soldi, salute, autostima. Non è che io ho la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, con Stronzology: come dici tu, non è un manuale, checché ne pensino i librai. E' un tentativo di fare della filosofia da bar, di chiacchierare davanti a un Campari e gin. Se è possibile, di parlare dei massimi sistemi, dire due cazzate, soprattutto, farsi due risate. Mi rendo conto che oggi, provare a scrivere un libro che sia anche divertente ti squalifica, ma io credo sempre nella regola aurea: primo: non rompere i coglioni a chi ti legge. Che non vuol dire assecondarlo, anche perché, se qualcuno ti asseconda, qualcosa va trovando, e quindi: è uno stronzo.


Non ho capito cosa c'entrano i vampiri, però.
Perché sei fesso. Bello, ma fesso. Quello che voglio dire nel libro non è la solita cazzata dei vampiri che ti succhiano via l'energia positiva ma tu sei un'aquila, vola più alto di loro ecc ecc. Dico invece che sono come i vampiri perché nei film di vampiri nessuno crede mai che esistano i vampiri, sebbene continuino ad imbattersi in cadaveri dissanguati e in conti transilvani sghignazzanti. Così facciamo noi con gli stronzi: ci rifiutiamo di ammettere che esistano. Diciamo che sono malati, che sono depressi, che sono esauriti, quando la verità è semplice: se parli come uno stronzo, ti comporti come uno stronzo e mi fai male come uno stronzo, allora sei stronzo.


Oddio, mi viene un dubbio: ma non è che siamo stronzi e non ce ne accorgiamo?
Tutti siamo stati stronzi. Tutti noi. Se però riesci a circoscrivere e a ricordare le occasioni in cui lo sei stato effettivamente, probabilmente non lo sei. Uno stronzo non ha mai di questi dubbi, anzi. Lui pensa di essere un dono per l'umanità. Liberissimo, ma il guaio succede quando cominci a  pensarla così anche tu, che sei la sua vittima.  Allora sei fottuto per sempre. A meno che non compri una o più copie (diciamo trenta) di Stronzology. So' furbo, ve'?

I libri di Amleto De Silva

 

 

 

 
 
 
 
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