Intervista a Andrea Bajani

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Di Andrea avevo già letto Se consideri le colpe e Ogni promessa ed entrambi i romanzi mi erano piaciuti moltissimo. Mi piaceva soprattutto il suo modo di scrivere, limpido e sincero come solo la scrittura più complessa sa essere. Poi è arrivato Mi riconosci e ho scoperto della sua amicizia, iniziata quasi per caso, con Antonio Tabucchi, uno dei miei scrittori preferiti. Tutto torna, ho pensato. Quando Bajani è venuto a presentare nella mia città il suo ultimo libro ho pensato fosse una buona occasione per incontrarlo. Mi è sembrato di ritrovare nella persona ciò che era nei libri, la stessa sincerità e apparente semplicità, lo stesso genuino interesse per gli altri e per la vita. Naturalmente non ho potuto fare a meno di chiedergli di Tabucchi.




Cominciamo dal titolo del tuo La vita non è in ordine alfabetico: una frase ripresa da un aforisma di Antonio Tabucchi. So che eri legato a lui da un rapporto d'amicizia e gli hai dedicato anche il romanzo Mi riconosci. Tabucchi è stato per te una figura di riferimento anche professionale, oltre che umana? Ha influito sulla tua formazione di scrittore?
Non so pensare a figure con cui sono entrato veramente in relazione che non abbiano lasciato qualcosa di sé dentro di me. Non tutte quelle cose sono stato felice di trovarle o di custodirle, ma insomma mi hanno cambiato. Antonio Tabucchi è stato prima di tutto l’incontro tra due persone che facevano fatica a vivere – come tutti – e che però avevano trovato un modo comune di cavarsela, in un misto tra malinconia e allegria. Ed è stato un maestro tardivo. O meglio, forse soltanto un grande amico che aveva fatto più strada, e con cui era divertente giocare il gioco del maestro e dell’allievo. A due anni dalla morte, manca tantissimo la sua voce.

 
Il libro comincia con un ricordo scolastico. La scuola è un tema che ritorna, ci hai scritto sopra anche un libro Domani niente scuola, dopo aver provato l'esperienza di accompagnare delle scolaresche in gita. Oggi sembra che la scuola abbia perso la sua funzione educativa e si stia sempre più allontanando dal mondo dei ragazzi, che cercano stimoli altrove. Che ricordi hai tu della scuola? Ha avuto un ruolo importante per te o la tua formazione è avvenuta fuori, dopo, grazie ad altre esperienze?
La scuola è fondamentale per quello che è: un luogo altro, dove ci si incontra con i coetanei. È il vero incontro con il mondo, fuori dalla famiglia. Si incontra l’altro, ci si rende conto che ha una storia diversa. Questa prima esperienza troppo spesso ce la dimentichiamo. Ad ogni modo per me è stata importante proprio per questa ragione. Io non credo che sia la scuola ad aver perso la funzione educativa. Penso che si sia dissolta del tutto la funzione educativa: nessuno vuole più fare la fatica di educare nessuno. Tranne chi ha altre finalità. Come la Chiesa, attraverso tutti i suoi apparati (dallo scoutismo all’azione cattolica) o il primo Uomo Forte che passerà di qui.

 
Ogni racconto ha per titolo una parola. Hai scelto prima le parole o sei partito prima dalla storia per poi associarvi una parola?
Andavano di pari passo. Pensavo una storia, e quella storia mi s’imponeva con una parola. Era come dover spaccare la parola, aprirla e tirare fuori la storia. È quello che in fondo succede a ciascuno. Abbiamo tutti storie chiuse dentro delle parole. A volte ci piace aprirle e vedere cosa contengono. Altre preferiamo di no, facciamo finta di aver dimenticato lo schiaccianoci. Io tendo a voler aprire. Non sempre sono contento di quel che ci ho trovato dentro.

 
Nel libro descrivi frammenti di vita quotidiana, avvenimenti anche banali dietro i quali all'improvviso si trova un significato che va molto oltre l'avvenimento in sé. Credi nella poesia delle piccole cose?
Credo che la poesia sia una forma di attenzione a quella specie di miracolo che fanno le cose quando si trasformano. E le cose si trasformano sempre per movimenti minuscoli, impercettibili. Accorgersi di quei movimenti, di quando ci è cambiata la vita, e raccontarli: era quello che volevo fare.

 
La scrittura è davvero un modo per mettere in ordine la realtà? Tu ci riesci?
Sì. Ci riusciamo tutti, per brevi tratti. Per un piccolo pezzo di strada tutto ci sembra in ordine. Troviamo (anche se spesso per caso) un’armonia, e ci piacerebbe riuscire a mantenerla. Poi finisce, ci arrabbiamo perché non stiamo più bene. E ci stupiamo di nuovo, ci si allarga la pupilla di luce, quando cominciamo di nuovo a respirare, a vedere un senso nelle cose che facciamo.

 
Come sei approdato al teatro? Hai messo a confronto la tua scrittura con altri mezzi espressivi, come la musica e la danza, oltre che con un pubblico concreto che è quello degli spettatori. Come hai trovato l'esperienza?
Il teatro per me è una grande liberazione da me stesso. Non sono più il signore unico delle mie parole. Condivido. Con gli attori, con il regista. Mi è più facile lasciare andare una storia che ho scritto. Perché c’è qualcuno che arriva – un attore – se la prende in braccio e la porta via con sé. Imparare a lasciare andare: mi sembra forse la cosa più importante da imparare. E forse non la impareremo mai. Ma il teatro in questo senso è una buona scuola.

 
Dopo la scuola il lavoro. Hai scritto un libro sui giovani precari Mi spezzo ma non m'impiego (titolo perfetto, detto per inciso). Sei stato anche tu uno di loro? E, in questo caso, quando hai capito che avresti potuto riscattarti facendo della tua passione un lavoro?
Non l’ho mai capito. È successo. E non saprei dire quanto durerà ancora…

I libri di Andrea Bajani

 

 

 

 
 
 
 
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