Intervista a Andrea Frediani

Andrea Frediani
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La passione per la Storia uno ce l'ha o non ce l'ha. E Andrea Frediani ce l'ha, senza alcun dubbio. Laureato in Storia medievale, ha scritto su riviste di settore mitiche come "Storia e Dossier", "Medioevo" e "Focus Storia". Sa tutto di battaglie, tattiche militari, armi e grandi condottieri, e quando te ne parla gli brillano gli occhi che è un piacere, come è stato un piacere incontrarlo e fare due chiacchiere su Sparta e Roma, su Giulio Cesare e sui suoi avvincenti romanzi storici. Ma anche Frediani nasconde un segreto, ragazzi... niente di peccaminoso, sia chiaro: suona la batteria!

Come è nata l’idea di scrivere 300 guerrieri? Sebbene il libro si discosti completamente da 300, il fumetto di Frank Miller, è stato un progetto pensato sull’onda del successo dell’omonimo film di Zack Snyder, oppure maturava da tempo?

Nasco come saggista specializzato in storia militare, ma non ho mai escluso la possibilità di cimentarmi con un romanzo, tanto da averne fatto cenno al mio editore. Mi era stato consigliato di aspettare che il mio nome si consolidasse nell’ambito della produzione letteraria di carattere storico; poi, tre anni fa, più o meno contemporaneamente alla stesura del mio Le grandi battaglie dell’antica Grecia (Newton Compton, 2005) avemmo sentore che Snyder stava preparando il film tratto dal graphic novel di Miller. È stato allora che l’editore mi ha proposto di scrivere un romanzo sulla battaglia delle Termopili, ed io ho aderito al progetto con un entusiasmo che ha stupito me prima di tutti.

 

Com’è stato il passaggio dalla scrittura saggistica a quella romanzesca?

Del tutto indolore, direi, anzi… Prima non avevo mai potuto provare il senso di onnipotenza di chi è padrone del destino dei propri personaggi, è un aspetto che appartiene unicamente al registro narrativo e che mi ha divertito molto. Abituato alla scrittura saggistica, che verte interamente sulla ricerca delle fonti e sulla verifica della loro attendibilità (che, ad ogni modo, non possono mancare anche nel lavoro romanzesco con ambientazione storica), ho finalmente potuto sbizzarrirmi nel dare spazio a immagini mentali create unicamente sulla base della mia ispirazione. Da grande fruitore di romanzi storici, ho guardato a essi come miei modelli e ho cercato di realizzare un racconto appassionante e dall’intreccio avvincente.

 

Nel tratteggiare la figura di Aristodemo, quanto ha contato la documentazione storica e quanto l’inventiva letteraria?

Secondo Erodoto furono due i guerrieri greci che sopravvissero all’eccidio delle Termopili. Uno non resse alla vergogna e al disonore e si suicidò, l’altro, invece, fece ritorno a Sparta e, pur accusato di “riptaspia” (codardia dovuta all’abbandono dello scudo), riuscì a riscattarsi un anno dopo, morendo nella vittoriosa battaglia di Platea. Ho attinto tra questi personaggi di basso profilo per tratteggiare il mio Aristodemo. In un contesto a prova di eroismo, ho voluto inserire un antieroe con un suo personale anelito individualista. A mio avviso, Aristodemo merita lo stesso rispetto attribuito ad altri personaggi, il suo desiderio di affrancarsi da un sistema estremamente militarista conferisce alla sua figura uno spessore di modernità che arricchisce di un ulteriore ritmo la mia narrazione: al timbro frenetico delle gesta guerresche, affianco quello apparentemente più lento dell’introspezione, che in realtà finirà con l’avere dei risvolti altrettanto incalzanti.

 

Leggendo 300 guerrieri si ha spesso l’impressione di un fortissimo impatto visivo, come si raggiunge questo esito?

Durante la stesura del libro, ho fatto un sopralluogo. Avere avuto la percezione esatta del territorio in cui il romanzo era ambientato ha rappresentato per me una grossa spinta. Ho immaginato come avvennero i tentativi dei greci di forzare il blocco nemico, così come poteva essersi verificato l’accerchiamento da parte persiana. In generale io devo figurarmi ciò che descrivo; accade, quindi, che avverta il bisogno di disegnare o dipingere quello che è ancora solo un’immagine mentale. Da qui la mia passione per il modellismo, coltivata sin dai tempi universitari, a cui si è aggiunta quella per i diorami: mi divertiva rappresentare ciò che studiavo, ricorrendo a pupazzetti in piombo o di altro materiale. La cosa più importante è sempre stata quella di rendere tali realizzazioni il più possibile aderenti alla realtà storica. L’intervallare la scrittura con un’attività manuale a essa correlata si è rilevato un’ottima abitudine per tenere sempre desto il mio processo creativo.

 

Come mai hai deciso di scrivere una trilogia su Giulio Cesare?

Lo ammetto candidamente: su input del mio editore. Poi mi sono detto: proviamo a vedere se si riesce a dire qualcosa di nuovo su Giulio Cesare. Difficile da fare, ancor più difficile farlo bene. E' stata una sfida grande e anche imbarazzante, in un certo senso: di Cesare si sono occupati grandi scrittori prima di me. Ho scelto come chiave di lettura del mio lavoro un aspetto finora secondo me sottovalutato della vita di Giulio Cesare, e cioè il suo rapporto con Tito Labieno. Costui avrebbe potuto essere tra i più grandi personaggi della storia romana, ma visse sempre all'ombra di Cesare, anche se il loro rapporto ebbe sviluppi drammatici, come vedremo nel secondo volume della mia trilogia.

 

Chi era Tito Labieno?

Tito Labieno è un grande enigma. Fu accanto a Cesare in ogni circostanza fino alla vigilia del passaggio del Rubicone. Poi lo abbandonò e divenne il suo più acerrimo nemico, tanto da giurare e da far giurare i suoi uomini di non abbandonare mai il campo di battaglia senza la testa del dittatore. E non si è mai scoperto il motivo alla base della rottura tra i due amici. In questa trilogia, io avanzo un'ipotesi assai ardita ma non in contraddizione con le fonti. Si scoprirà al termine del secondo volume. Il mio Quinto Labieno invece è inventato, perché ciò che sappiamo di lui - sebbene paradossalmente sia molto - lo sappiamo soltanto da dopo la morte di Cesare in poi. Sappiamo per esempio che fu consigliere del re dei Parti, che combattè in Oriente, ma prima c'è solo buio. E comunque - ci tengo a precisarlo - la fantasia nei miei romanzi è inversamente proporzionale ai paletti che devi rispettare, che nel caso di Cesare sono molto vincolanti, poiché di lui si sa praticamente tutto.

 

Il tuo giovane Cesare crede più nelle individualità che nella collettività, si dice convinto che siano pochi gli uomini che fanno la storia. Tu sei d'accordo con lui?

Non sono mai stato di quelli che pensano che le masse facciano la storia. Cesare era pervicacemente convinto di essere la soluzione di tutti i mali di Roma, che ricordiamolo era in grave crisi. Si è posto l'obiettivo di soddisfare le sue ambizioni ma ha fatto anche grandi riforme: per esempio proibì la circolazione dei carri in centro - una sorta di ZTL ante litteram - riformò il calendario, insomma non è stato soltanto un grande condottiero ma anche un grande uomo politico.

 

Quindi non trovi che il golpe cesariano sia stato un tradimento degli ideali repubblicani della Roma antica?

Il guado del Rubicone è una svolta storica, dalla quale non si può più tornare indietro. Chissà se non ci fosse stato il passaggio alla monocrazia se la democrazia sarebbe durata tutti quei secoli, o se magari non sarebbe durata anche di più e oggi non saremmo ancora vissuti sotto il segno di Roma... In quel periodo storico forse serviva una svolta per rendere la società romana meno caotica, per rallentare la corsa verso la decadenza. In fondo quello romano è stato l'impero più duraturo della storia umana.

 

Il tuo Cesare che rapporto ha con la seduzione?

Sicuramente Cesare fu un gran seduttore con le donne, poi corsero anche voci su una sua storia omosessuale con tale Nicomede di Bitinia, io - malgrado all'epoca fosse del tutto naturale essere bisessuali - non ci ho mai creduto più di tanto. Il Giulio Cesare seduttore è stato esplorato alla grande da Coleen McCollough, a me interessava descrivere soprattutto il Cesare condottiero e le sue battaglie.

 

A proposito di battaglie, da dove nasce la tua grande passione per la tattica militare?

Da piccoli giocavamo a soldatini, è una passione che nasce nell'infanzia. All'università poi ho studiato Storia medievale, e a ogni occasione avevo l'abitudine di costruire schemi e diorami delle battaglie. Mio padre del resto era un militare, i primi film al cinema che mi ha portato a vedere sono stati "Lawrence d'Arabia" e "La battaglia di Midway".

 

I libri di Andrea Frediani

 

 

 
 
 
 
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