Intervista a Andrea Garbarino

Andrea Garbarino
Articolo di: 

Dato a che a noi di Mangialibri piace l’avventura, piacciono le corse e le rincorse attraverso foreste e fiumi e pampa sconfinata, abbiamo deciso che i libri di Andrea Garbarino sono veri e propri punti di riferimento. E di conseguenza non potevamo non auscultare il petto di questo valido scrittore per capire da dove provengano i suoi stimoli e le sue idee. Dato che ci piace anche sindacare sui profili dei personaggi, oltre a gustarci la loro storia scritta sui libri, con un pugno di domande abbiamo chiesto ad Andrea di spiegarci alcune cose riguardo alle sue donne e ai suoi uomini, per capire meglio da dove vengano. E dove andranno prima o poi.




Sei arrivato al primo romanzo dopo molti anni di lavoro giornalistico e nel campo della comunicazione e dopo tanti viaggi in giro per il mondo: Luz si è sedimentato piano piano o è nato da una 'voglia' improvvisa?
E’ un romanzo covato per anni, senza mai scriverne un rigo. A un certo punto è straripato. Improvviso. In meno di sei mesi ho scritto più di 600 pagine e in altri tre ne ho tagliato la metà. A decidermi è stato un soggiorno in Messico, un mese in una casa davanti al Pacifico, fuori stagione. La notte ascoltavo il mare respirare e riordinavo le idee. Di giorno scrivevo e nuotavo. Avevo portato con me un portatile e una valigia di Moleskine, dieci anni di taccuini pieni di appunti, disegni, tracce di emozioni caldissime, raffreddate al punto giusto. Sai, in cinquant’anni ne vedi di cose, se hai voglia. E ne fai anche di più. Non tutte ti riescono come vorresti. E’ da qui che nasce la voglia di capire. Scrivere aiuta a capire. Quando hai accumulato molte domande e le risposte non le trovi, allora cominci a scrivere.

 

Luz, Ada: le donne dei tuoi romanzi sono complesse e affascinanti, ma anche pericolose e traditrici...
Non tutte. Nel mio romanzo ci sono sei donne: due – tra cui Luz- sono pericolosamente vuote, ambiziose, seduttive. Con la gestione del loro fascino coprono la miseria della loro condizione. Due, e tra queste Ada, vivono in una dignitosa ambiguità. Sono donne forti, che hanno conquistato una posizione sociale, un ruolo riparato. Lo hanno ottenuto con l’intelligenza e se lo tengono stretto, a costo di qualche compromesso. Poi ci sono le due donne che amo di più: una è Camilla, la poetessa, amica d’infanzia del protagonista; l’altra è Eva Pinkers, la toelettatrice di cani, due divorzi alle spalle, fuma beve e fa solo guai. Per lei ho una istintiva predilezione...

 

Mi sembra che le accomuni una buona dose di disagio, di paura...
E anche molto dolore. La mia esperienza recente è questa: che le donne soffrono molto più degli uomini, anche se tengono la schiena più dritta. Credo che questo in parte si debba a un’emancipazione incompleta, talvolta finita fuori strada per troppa foga. Ma soprattutto a conflitti, molto brucianti e molto segreti, con il padre. Un ragazzo chiude molto presto i conti col padre, gli basta chiudersi la porta di casa alle spalle. Una ragazza, invece, si porta dietro per anni la sua ferita. E’ da tempo che incontro donne tra i 40 e i 50 anni, rovinate da padri anaffettivi: chiusi e rigidi, assenti o di un narcisismo soffocante. Mi piacerebbe sapere dalle lettrici del sito cosa ne pensano (possono scrivermi all'indirizzo a.garbarino@yahoo.it)!

 

Dalle tue pagine traspare un grande amore per il Sudamerica e per Cuba, ma il tuo è anche uno sguardo impietoso: dove sta andando quella parte del mondo?
Sì, è vero. Ho visitato l’Argentina, il Cile, il Messico, l’Uruguay. Qui vedi il tempo al lavoro, il tempo che sfarina, che corrode, che ossida tutto, anche i dittatori. A Cuba il discorso è diverso. A Cuba c’è un signore che tiene in prigione una settantina tra giornalisti e poeti dalla famosa retata del 2003. Io, come tanti cinquantenni, ho voluto bene a Fidel Castro. Chi legge il romanzo lo capisce. Ma oggi quest’uomo è indifendibile. La sua saldatura con Chavez mi sembra ancora più preoccupante.

 

Con il romanzo Gli appartati affronti il tema dell’esilio volontario, della fuga da una realtà verso una meta indefinita. Per fare questo hai delineato quattro personaggi, figure diverse tra loro ma con la comune caratteristica dell’essersi “appartati” da qualcuno o qualche cosa. Una donna in fuga dal marito, un capitano alla deriva col suo cargo, una vedova tormentata dal passato, un vecchio sciancato che ascolta e interpreta le voci sui soffitti. Come sei arrivato a scegliere i loro profili?
La meta dei miei personaggi è confusa nei mezzi ma ben chiara nel fine, che è quello di stare alla larga dalle seccature e dalle complicazioni, dal dilagare dei nuovi barbari e dalla necessità di dover dare spiegazioni sulla propria insofferenza per le ammucchiate, i riti sociali, gli applausi ai funerali, le sedie di plastica e le moto d’acqua. Quello che cercano gli appartati è la quiete, la distanza dal rumore del mondo. Ma ognuno dei personaggi aspira a isolarsi a modo suo. Il vecchio Cesar, con la dinamite; il capitano, vivendo tutto storto a bordo della nave arenata; la quarantenne Sofia, scavando tra le radici dei propri fallimenti; e la vedova, una contessa inossidabile, con una sterminata rimozione, tipica del suo rango. Come li ho scelti? Semplice: osservo, annoto ma soprattutto ricordo i minimi particolari delle persone che incontro. E’ un grande archivio personale, dal quale posso attingere a piene mani. Prima di iniziare a scrivere devo letteralmente “vedere” i personaggi. Capire cosa li fa star male, di cosa hanno paura. C’è dietro un lungo studio dell’identità, per arrivare a un quadro psicologico ben definito e credibile.


Due donne e due uomini. Però non sembra ci sia un equilibrio tra loro. Le donne, mi pare, sono le più forti, quelle non tornerebbero indietro nemmeno sotto tortura, mentre i due uomini sono continuamente perseguitati dai sensi di colpa. O no?
Direi che nessuno di loro se la passa bene, quando riapre il libro del passato. Per esempio, i sensi di colpa di Sofia, nei confronti del figlio e del primo marito, sono aberranti. Il capitano rimpiange di aver scelto la vita sulle navi a quella con la famiglia; il vecchio César si pente di aver troppo amato la moglie. Eccezion fatta per la contessa, che si è messa al riparo dai fantasmi con forti iniezioni di autodisciplina e ipocrisia, gli altri hanno alle spalle delle lente, inesorabili dissoluzioni. Non traumi, ma disfacimenti. Lunghe “agonie della felicità” di cui prendono coscienza, ammettendo le proprie responsabilità.  Lo avrai notato, il romanzo è disseminato di richieste di perdono, di ammissioni di errori…


Perché?
Perché la convinta consapevolezza della propria fragilità, e direi soprattutto della propria indisponibilità verso gli altri, è l’unico sistema per voltare pagina, ricostruire su basi nuove. I miei personaggi cercano tutti una catarsi, una resurrezione. Si incontrano e capiscono che se ricostruiranno sulle vecchie fondamenta, si troveranno presto a ripetere i loro fallimenti, se non addirittura a cercarli.

 
Azzardo una considerazione: il capitano Stavros e César Pizarro sono due figure metaforiche, mentre Sofia e la vedova Valencia sono due soggetti concreti, decisi e attivi. Nonostante gli uomini usino le armi, restano sempre figure quasi eteree e sognatrici, vagamente mistiche. Le due donne, invece, pensano, decidono, agiscono.  Una sorta di inversione dei ruoli?
Stavros è un taciturno, quindi capisco che possa trasmettere questa sensazione di immaterialità. Ma resta pur sempre un uomo abituato a comandare e decidere. César è un dinamitardo, un visionario magico, saturato di pensieri che si ramificano all’infinito, sempre a cavallo tra realtà e immaginazione realistica, in una divertente, incessante confusione. Le due donne, sono d’accordo con te, sono più concrete. Pianificano il loro riscatto e sanno che quella è la loro ultima possibilità. Molte donne sono così: quando il gioco si fa duro, diventano delle straordinarie macchine da guerra. 


La fuga è sempre una questione di dignità personale messa in pericolo.  Gli uomini fuggono spesso, direi. E’ una tentazione e i palinsesti televisivi sono pieni di trasmissioni dove si cercano persone scomparse, che spesso se ne sono andate volontariamente. E’ quindi una scelta egoistica. Anche per gli appartati fuggire è sempre meglio che ammettere e affrontare la sconfitta?
Se ho capito bene la domanda,  non vedo una differenza statistica così marcata tra la fuga al maschile e quella al femminile. Da quando esistono i mezzi di trasporto, il mondo è pieno di uomini che scappano con la moglie del miglior amico e di donne che fanno lo stesso con il marito della migliore amica. Uomo o donna che sia, chi sceglie di vivere da appartato non lo fa tanto per fuggire quanto per trovare. Il silenzio, per esempio. Un modo di vivere più autentico. Amici più autentici. Guarda, io ho fatto per anni un lavoro che mi esponeva molto al pubblico e agli impegni sociali. Il mio passo indietro non è stato così drastico come quello dei miei personaggi ma ho capito una cosa.


Quale ?
L’autarchia personale non è un ripiego, è un gesto di rivolta che ha poco o nulla di egoistico. L’egoista pretende di conseguire il massimo profitto da ogni situazione, anche a danno degli altri. Sottrae agli altri per nutrire se stesso, si appropria di ogni briciola della torta che potrebbe facilmente condividere. L’egoista ruba e imbroglia. L’appartato, invece, non fa male a nessuno. E’ un organismo non espansivo, non infestante. E’ autosufficiente e al tempo stesso generoso con le persone sobrie e gentili. Di solito occupa spazi che gli altri disdegnano, luoghi nei quali, come ti senti dire con una punta di orrore, “ non c’è niente da fare.”


Sullo sfondo de Gli appartati, un fazzoletto d’Argentina ruvido e violento. Una terra mezza ferma e mezza acqua, torbida e lercia. Da dove arriva la scelta del delta del Paranà?
Lo hai detto tu stesso. Perché è torbida e lercia. E perché nell’acqua stagnante le cose si dissolvono lentamente, come accade ai miei personaggi. Ma quando piove forte, quella stessa acqua è capace di trascinarsi via tutto, le case sulle palafitte, i pontili, le navi arenate. Fin qui la metafora. L’altra ragione è più “di pancia”. Io non amo le città, il modo in cui si sono trasformate dagli anni 70 in avanti. Si assomigliano tutte, sembrano tanti corridoi di supermercati. La lebbra urbanistica ha infestato le periferie, le campagne, i borghi. File di outlet della pantofola, mobilifici, concessionarie. Cosa può trasmetterti di bello, di interessante, di armonioso, un mondo così?


Visione apocalittica...
Di più. Posso dire qual è la mia citazione preferita? “ Neppure nel male gli uomini riescono a sorprendere o a interessare i propri simili. Da ciò l’azione benefica dei boschi, del deserto, delle distese marine.”  E’ di Alvaro Mutis, da La neve dell’ammiraglio, un “romanzo di fiume” che consiglio vivamente a tutti quelli che ameranno il mio. E viceversa.

 

Da dove nasce il tuo I giorni in fila?
Dal desiderio di descrivere un tipo di donna che ho incontrato più volte sui miei passi: single, quarantenne, smarrita, scottata, con la tendenza a “buttarsi via”. Spesso con una durezza di facciata che è difficile scalfire. Oltre la quale, però, puoi trovare una straordinaria ricchezza di sentimenti e una profondità di pensiero che difettano alle donne seduttive e narcisiste, come Luz, la protagonista del mio primo romanzo. Era questa ricchezza che volevo portare alla luce. Per farlo ho deciso di adottare un io narrante femminile. E’ stata un’esperienza molto gratificante.


Come ti rapporti agli altri scrittori?
Non so rispondere. Non ho rapporti con altri scrittori. Nessuno mi ha mai cercato e io non li cerco. Temo che finiremmo per parlarci addosso. Sono una persona piuttosto appartata, detesto i cosiddetti obblighi sociali, dei quali ho fatto un’indigestione in passato, e trascorro metà del mio tempo in una casa sul fiume a Chiavenna o in un’isoletta delle Sporadi, in Grecia.


Ci sono scrittori che spesso iniziano a lavorare ad un romanzo dopo essere stati colpiti dalle letture. Verso quali autori senti di avere un "debito"?
Sicuramente Alvaro Mutis, Julio Cortazar e Osvaldo Soriano. Da ragazzo, Cesare Pavese mi ha insegnato il ritmo, Flaubert la musica, Ennio Flaiano l’ironia.

Il romanzo che hai sul comodino?
Marcello Fois, L’altro mondo. Buona trama, ma troppo barocco, non mi ha convinto quanto Ferro recente.


Puoi parlarmi di come vivi il mondo editoriale? Pubblicare è faticoso?
Guarda, era già molto difficile tre o quattro anni fa, oggi è quasi impossibile, a meno che tu possa portare in dote un tuo pubblico consolidato, un distributore convinto dalle performance passate e una buona reputazione nelle librerie. Per via della crisi, le logiche delle grandi case editrici, con un paio di eccezioni, sono sempre più guidate dal risultato economico di romanzi-hamburger, da fast food librario, vendibili in grandi quantità. In libreria, rivolte a un commesso, ho sentito frasi di questo tipo: “Vorrei un romanzo non troppo lungo, scritto facile, una cosa per svagarmi in viaggio.” Insomma, un surrogato di facebook sul tablet. La colpa non è tutta degli editori. Sta arrivando al pettine il nodo della generazione del Grande fratello, che non riesce a leggere cinque pagine senza farsi venire il mal di testa.


La cosa non ti rattrista?

Molto, moltissimo. Penso che è un grande spreco, una perdita, una sorta di abisso demografico, come quello causato dalla prima guerra mondiale, che falciò in tre anni milioni di giovani. Ma io continuo a scrivere. Quando scrivo sto meglio, mi arrabbio meno per quello che leggo sui giornali. Fortunatamente non devo vivere di diritti di autore.
 

Se dovessi dare un consiglio a un esordiente, quale sarebbe?
Inizia dopo aver maturato una solida visione, personale e motivabile, della realtà. Sperimenta fuori dal coro, in ambienti diversi dal tuo, con la curiosità e il distacco di un Ennio Flaiano. Leggi molto, butta via molto. Segui da vicino le strategie delle case editrici, frequenta le presentazioni di scrittori che apprezzi, fai domande brevi, non atteggiarti, prova a ottenerne la mail. Manda loro una sinossi e le prime 10 righe del romanzo. E spera.


I tuoi progetti letterari futuri?
Un altro noir, con il protagonista che indaga su una serie di omicidi molto particolari. E un viaggio nell’Italia violentata dalla crisi e dal brutto, con una serie di racconti a tappe, quelli che Gianni Celati chiamava “racconti di osservazione”.

 
Ti senti più giornalista o scrittore?
Giornalismo e scrittura dovrebbero avere in comune il rispetto per il lettore, che spende dei soldi e del tempo per leggerti. Questo ho imparato, facendo il giornalista in anni molto diversi da quelli attuali. Il giornalismo ti porta a indagare singoli episodi e darne conto in modo onesto e telegrafico. Il lavoro dello scrittore non è così diverso, soprattutto se scrivi dei noir. Ti permette di tendere dei fili tra vicende, persone, luoghi, frammenti di realtà e del largo mondo. Ma come scrittore puoi mostrarti di più, svelare la tua intimità, cosa che per un cronista sarebbe imperdonabile. Per rispondere alla tua domanda: oggi mi sento più scrittore, ma del giornalismo mi è rimasto lo stimolo a trattenere il lettore sul mio pezzo, a impedirgli di voltare pagina senza prima aver finito la mia. Per questo nei miei romanzi succede qualcosa in ogni capitolo. E la più bella soddisfazione che provo è quando un lettore mi scrive per dirsi dispiaciuto che il mio romanzo sia finito dopo duecento pagine.


Puoi descriverti in tre aggettivi?

Un uomo solitario ma non chiuso, al quale è toccata la fortuna di compiere 20 anni nel 1968 e di vivere in seguito un’esistenza piena ed eclettica.

I libri di Andrea Garbarino

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER