Intervista a Andrea Piva

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Quando nel '99 in Italia le serie tv si chiamavano ancora sceneggiati e Gomorra era solo una delle cinque città del famoso passo della Genesi, a Bari ‒ ma presto in Italia giungendo fino al Festival di Berlino ‒ esplose improvvisamente il fenomeno Lacapagira, un noir indipendente girato nel capoluogo pugliese totalmente in dialetto e realizzato a spese di un esordiente e volenteroso regista salernitano trapiantato a Bari, Alessandro Piva. In brevissimo tempo le gesta degli sciroccati Pasquale e Minuicchio divennero immortali e i loro esilaranti dialoghi in dialetto a distanza di quasi vent'anni ancora riecheggiano tra Piazza Ferrarese e Pane e Pomodoro, e non solo. A scrivere quella straordinaria sceneggiatura il fratello di Alessandro, Andrea, che ha poi scritto altri due film (Mio cognato e Galantuomini) e un romanzo prima di mollare il mondo dell’arte e diventare un professionista del Texas hold’ em e infine ritornare oggi alla letteratura. Un ritorno in grande stile che abbiamo voluto festeggiare con una piacevolissima chiacchierata.




Si può dire che L’animale notturno in qualche modo sia la summa di questa tua particolarissima biografia?
Sì, certamente si può dire. Però, sebbene gli snodi fondamentali cui va incontro il protagonista del romanzo siano più o meno gli stessi della mia vita, per me le modalità sono state assai diverse. Non volevo fare un semplice memoriale della mia vita ma piuttosto elaborarne una versione romanzata, tanto che davanti a cose troppo riconoscibili ho cercato poi di confondere le acque proprio per cercare quel distacco per permettesse al lettore di cogliere appieno la differenza tra vita vissuta e opera d’ingegno.

Scrittura e gioco sembrano essere agli antipodi. Ci spieghi quali sono invece, se ci sono, i tratti in comune?
In effetti scrittura e gioco sono due mondi molto lontani tra loro, però dipende pure da come li interpreti, perché il gioco approcciato professionalmente rispetto alla scrittura è proprio un altro universo, ma a ben guardare la letteratura si è occupata di gioco in generale molto spesso. Basti pensare a Dostoevskij, a Chiara, ad Auster… Ma anche al di fuori delle opere che ne parlano esplicitamente, c’è sempre stata una grande fascinazione da parte degli intellettuali nei confronti del gioco d’azzardo. Però sì, nel modo in cui l’ho fatto io è stato proprio difficile passare da un set all’altro perché il gioco vissuto professionalmente richiede un approccio alle cose di stampo scientifico e non umanistico, c’è bisogno di un cambio radicale di prospettiva. In comune tra loro, gioco e scrittura hanno la solitudine, soprattutto la solitudine.

Vittorio sembra avere un fuoco sacro che gli arde dentro ma che non riesce a canalizzare. Da cosa nasce questo sentimento di noia e insoddisfazione che sembra attanagliarlo?
Questo sentimento, che peraltro appartiene anche al sottoscritto, deriva in parte da un’inclinazione naturale e in parte dal contributo della sua stessa formazione letteraria. Non è un caso che Vittorio abbia come riferimenti intellettuali solo personaggi ai margini, polemici e provocatori, sempre molto critici nei confronti dello status quo. Per lui le massime forme d’arte sono espressione quasi sempre di un disagio verso lo stato delle cose, che del resto è sempre migliorabile. E senza critica non esiste progresso, per lo meno secondo la sua visione.

Sesso, droga, gioco d’azzardo. Sembra che Vittorio per vivere abbia bisogno più di adrenalina che di ossigeno, è così?
Beh, sì, è così ma fino a un certo punto. Vittorio è soprattutto un tipo spasmodicamente vitale, uno che più che l’astinenza da adrenalina sente costantemente la sedia scottargli sotto il culo. Lui ha ciclicamente bisogno di cambiare, esplorare il nuovo. Anche dove il nuovo fosse potenzialmente noioso.

Nicola Lagioia ha scritto che nella coppia Ferragamo Testini c'è molto dell’Italia di oggi. Sei d’accordo? Cosa racconta per te questo incontro anche generazionale fra i due?
Beh, di questa cosa sono rimasto piuttosto sorpreso, perché scrivendo non ci avevo pensato. Nella scrittura confluiscono spesso cose inconsce, fuori dal progetto di chi scrive, che poi fatalmente quando qualcuno le fa venire fuori in un’analisi critica spiazzano anche chi le ha scritte. E questo è esattamente il caso: nel rapporto tra Ferragamo e Testini non avevo cercato di rappresentare (non consapevolmente, almeno) un momento storico o un conflitto tra generazioni, però anche grazie al pezzo di Lagioia mi sono reso conto che questo alla fine è venuto fuori piuttosto nettamente.

Dicci della Roma che hai raccontato, che sembra essere uno dei protagonisti del romanzo, quasi un’amante per Vittorio…
Vittorio ha un po’ la fissazione di vedere in Roma qualcosa di più di ciò che di Roma si coglie dal di fuori. Per lui Roma è una vera e propria entità, un essere con un cuore palpitante, e quel cuore è fatto da ciò che nei secoli hanno lasciato in lei tutti gli uomini di intelletto, di arte e di scienza che l’hanno attraversata e l'hanno animata. E questa è una cosa che lui proprio avverte visceralmente e letteralmente, non come distaccato visitatore di museo ma proprio come un attore calato all’interno di una trama che va avanti da più di duemila anni.

Vittorio – come te, d’altronde – non è un ludopatico, uno schiavo del gioco. Che tipo di formazione anche mentale comporta un approccio laico di questo tipo al gioco?
C’è bisogno di un approccio scientifico. Per farne una professione è necessario prima di tutto riuscire a scardinare la lunga serie di pregiudizi e semplificazioni con cui categorizziamo il mondo per sorpassarne la sconcertante complessità. Il poker, inteso come gioco di strategia, necessita per l'appunto di un approccio particolare perché se studiato per esempio con i mezzi dell'uomo di lettere diventa quasi impossibile da decifrare. Nel libro ho affrontato la questione da un punto di vista quasi filosofico, mi sembrava tema di fondamentale importanza in un’epoca come la nostra, in cui la scienza sta tornando di prepotenza a indicarci vie filosofiche di decodifica del mondo. Il dibattito su cosa possa mai essere un’onda di probabilità, che è il modo in cui descriviamo oggi per esempio l’elettrone, è anche un dibattito filosofico di grande importanza.

Ho letto che potrebbe esserci un seguito alle vicende di Vittorio. Ci stai pensando?
Sì, è una cosa a cui ho pensato seriamente anche perché ho molte buone pagine delle gesta di Vittorio che sono rimaste fuori dalla versione pubblicata per questioni di economia del racconto e che potrebbero costituire l’ossatura di un secondo capitolo de L’animale notturno, poi però nel frattempo mi è venuta voglia di concentrarmi su altre storie, non so, vedremo.

Sono davvero così terribili dal di dentro i mondi dell'editoria e del cinema? O è Vittorio a essere un’intransigente idealista?
Ma no. In realtà Vittorio è un cacacazzi intransigente, uno che ancora non ha accettato l'idea di introdurre l'idea di compromesso nel proprio modo di lavorare, perché per lui l'arte che nasce senza completa libertà è schiava e forse non è più nemmeno arte. Lui è uno che ritiene di avere una sorta di missione, e il suo assioma di partenza è che se si deve fare arte la si deve fare in maniera totalmente libera, altrimenti è meglio dedicarsi ad altro. Io nella vita vera non sono così puro. Purtroppo e per fortuna.

In conclusione da barese e fan indomito de Lacapagira non posso non chiederti un ricordo o aneddoto su quel film…
Io i ricordi del film li rivivo soprattutto dalle battute mandate a memoria dalla gente che ancora dopo vent'anni mi ferma per strada citandomi questa o quella scena; e questa è una cosa rarissima e meravigliosa per il cinema, soprattutto nei confronti di un film nato in circostanze tanto anomale e con così pochi mezzi economici.

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