Intervista a Andrea Scarabelli

Andrea Scarabelli
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Andrea è giovane (classe 1983), ma ha alle spalle una buona esperienza letteraria. Già autore di racconti, curatore e critico. Sempre attivo e agitatore, inserito a capofitto nel suo lavoro di autore. Pronto come pochi altri al dialogo e dall’animo curioso, capace di usare ogni spunto che gli viene offerto per approfondire e ampliare il discorso. Allo stesso tempo, conciso ed essenziale. Non si lascia scappare di certo una parola di troppo (ebbene sì, ancora qualcuno ne è capace). Concentrato e felice di poter parlare di ciò che scrive, che conosce come le sue tasche e che risvolta sempre da nuovi punti di vista ad ogni nuova domanda e provocazione.




Lotta e Diego, protagonisti del tuo La velocità di lotta, parlano in maniera differente, caratterizzati dal loro umore e maturità. È stata una ricerca cosciente affidargli due stili così discordi?
Certamente. Devo dire che la voce di Lotta mi ha dato da lavorare, mentre per Diego è stato più semplice e a me congeniale. È la lingua di un pubblicitario, lavoro che anch’io ho svolto. Sempre ironico e conscio di esserlo, un atteggiamento che riconosce come suo. Il suo è un parlare intelligente che sa crescere. Man mano che procede l’intreccio, diviene più carico di calore umano e meno sarcastico. Con Lotta dovevo invece essere il più credibile possibile. Ha un voce molto forte e utilizza un linguaggio fittizio e volutamente mimetico. La paratassi è del tutto particolare e gioca molto con le immagini. Il suo è un linguaggio visionario e naïve.

Come suggerisce bene il titolo, “veloce” credo sia un buon aggettivo per descrivere il tuo romanzo. Sono così la storia che racconti e il modo in cui scrivi?
Ho scelto il titolo all’ultimo momento. Nessuno di quelli a cui avevo pensato prima mi convinceva. Mi sono accorto infine che inconsciamente nel libro avevo inserito la parola “velocità” molte volte. Un termine che rientra molto bene nelle mie intenzioni di scrittura. L’edizione ha subito molti tagli, proprio perché la lettura acquistasse velocità. Il movimento crea un effetto domino e il significato che voglio attribuire alla velocità è che ribellarsi, a qualunque cosa, è giusto. Mai pensare a ciò che sta succedendo, ma agire. Il romanzo racconta di una fuga, dalla famiglia e dalla depressione. In realtà nessuno sta veramente male. Non racconto di una tragedia, ma di una situazione normale inserita in un contesto più che probabile.

Hai iniziato a scrivere La velocità di lotta nel 2008. Come è cambiato il libro dalla prima idea che te ne sei fatto? Guardandoti indietro, cosa manca e cosa invece hai aggiunto in corso d’opera?
Volevo raccontare di una persona che vuole fuggire e ne incontra una che è fuggita. Ricordo un episodio accadutomi prima di iniziare a scrivere il romanzo. Mi trovavo a Milano e guardavo un tramonto. Accadde per caso, ma in quel luogo era stata allestita una grande struttura sospesa, sulla quale alcune persone svolgevano vari sport a metri d’altezza. Un’immagine molto ad effetto, che ho ripreso e descritto del libro. Ciò che mi colpì fu lo stridore generato dal contrasto tra la tecnologia dell’installazione e la bellezza del tramonto. Volli parlare quindi di questo fatto. L’astrazione causata dal lavoro che incontra qualcosa di naturale e irruento. La stesura ha poi subito un livellamento, a causa del protrarsi così a lungo nel tempo. Credo che La velocità di lotta sia un libro molto attuale, sebbene i temi chiave li avessi già individuati mesi prima che iniziasse la crisi economia europea (avevo deciso, per esempio, che i genitori di Lotta dovessero lavorare in banca). Per varie questioni, anche editoriali, la trama è stata poi raggiunta dal presente. Non anticipava più quindi gli eventi critici del 2008, ma li analizzava. Quando ripresi ritmo ero cresciuto e decisi perciò di trovare un peso significativo alle immagini che avevo già descritto. Ogni cosa prese un valore più concreto e teso alla costruzione di un romanzo compiuto che tutti avrebbero potuto leggere. Non era più solo una questione personale.


Nella nostra letteratura si è sempre parlato di lavoro. Come si è evoluto il filone rispetto agli anni ’60?
Come la società, è cambiato anche il mondo del lavoro. I primi scrittori italiani che si sono avvicinati all’argomento sono stati gli intellettuali del PCI. Il loro compito era civile, ma criticavano il problema in un periodo in cui il lavoro era qualcosa di fisso e stabile. Dopo è sopraggiunto il Situazionismo, che andava contro il lavoro. Altri scrittori non ne parlavano affatto, Come Pier Vittorio Tondelli in Altri libertini. Ora il lavoro è inteso come un dramma e allo stesso tempo come un miraggio irraggiungibile. Difficile oggi attribuirgli un significato, essendo il confine tra occupazione e disoccupazione troppo labile. La precarietà mina anche la scrittura del lavoro. Negli ultimi anni ricordo essersi avvicinati all’argomento Andrea Bajani con Cordiali saluti e Aldo Nove, ma l’entusiasmo per questa critica sembra essere già scemato. Forse perché non c’è più niente da denunciare. Ora bisogna parlare di una reazione. Il mio libro parla della depressione sociale causata dal precariato. Bisogna ritrovare il valore dei rapporti reali e mettere in gioco il proprio corpo. Un bellissimo libro recente che parla del lavoro operaio, raccontato e vissuto da dentro, è Amianto di Alberto Prunetti.

I libri di Andrea Scarabelli

 

 

 

 
 
 
 
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