Intervista a Angela Camuso

Articolo di: 

Angela è una giornalista. Si occupa prevalentemente di cronaca nera e giudiziaria, fa parte del team di Milena Gabanelli per lo spazio “Reportime” di www.corriere.it, scrive su “Il Fatto Quotidiano”, “l'Espresso” e “Leggo” oltre che collaborare con la RAI (Unomattina - Storie Vere e La vita in diretta). Ma indipendentemente dal curriculum prestigioso, è giornalista “dentro”, fiuta le storie e ama dar loro la caccia. Figuriamoci quindi se poteva trascurare una vicenda come quella della Banda della Magliana, che da decenni insanguina e corrompe il nostro Paese. L’ho raggiunta al telefono per farmi raccontare un po’ di cose su una organizzazione criminale che ultimamente sta diventando un po’ troppo leggenda e un po’ troppo poco storia.




Ancora una edizione aggiornata (in questo caso alla cattura di Carminati, capo della nuova cupola romana) per il tuo monumentale saggio sulla banda della Magliana, Mai ci fu pietà. Verrà mai scritta la parola fine a questa storia? O dobbiamo aspettarci ancora svolte nelle indagini nei prossimi anni ...e quindi nuove edizioni del libro?
Il problema è che la Banda della Magliana non è mai morta, continua ad essere la madre del crimine organizzato romano, un crimine completamente diverso dalle organizzazioni criminali siciliane, calabresi o campane ma al tempo stesso diverso anche dallo spontaneismo di semplici gruppi di individui che si coalizzano solo episodicamente per commettere questo o quel reato. La Banda della Magliana ha ancora il controllo del territorio, ha il monopolio di certe attività da 35 anni, è insomma un “brand” che non ha perso il suo lustro e il suo peso nell’ambiente malavitoso. Ecco perché non si può ancora dire la parola fine a questa storia, e non dimentichiamo che ci sono ancora conti in sospeso interni da regolare. Nell’ultimo capitolo di questa edizione di Mai ci fu pietà per esempio racconto la storia di Angelo Angelotti, che fu condannato per aver tradito Renatino De Pedis in via del Pellegrino e che è morto nel 2012 durante una rapina sulla quale però il magistrato Otello Lupacchini ha espresso molte perplessità. Angelotti probabilmente “doveva” morire, non tanto per vendicare De Pedis decenni dopo la sua morte, quanto per mettere a tacere un personaggio scomodo uscito da poco dal carcere - dove era finito per colpe non solo sue - e che era meglio togliere di mezzo.

I membri della Banda della Magliana negli ultimi anni sono diventati superstar della letteratura, del cinema e della tv. Quanto distanti sono i personaggi reali da quelli che ormai si sono sedimentati nell’immaginario collettivo?
I personaggi della letteratura, del cinema e della tv sono profondamente distorti, diversissimi. Innanzitutto su questioni concrete: le necessità artistiche hanno stravolto i modelli originali per ovvie esigenze di marketing del prodotto, per esempio per sfruttare l’antico fascino del “bello e cattivo”. Per carità, si tratta di qualcosa non solo di comprensibile ma anche di legittimo, il problema nasce quando e se c’è confusione tra la realtà e la fantasia, quando il messaggio subliminale che viene trasmesso è che quella è la verità, quella è la vera Banda della Magliana. Questo rappresenta un pericolo, perché contribuisce a una sottocultura generale che può generare anche conseguenze gravi a livello sociologico. Non è raro che vengano sorpresi ragazzini che cercano di emulare le gesta di quella che loro credono essere stata la Banda della Magliana senza che questi ragazzini abbiano assolutamente contezza di quello che è stata veramente e soprattutto di qual è stato il destino tragico dei fondatori della banda. Parliamo di persone che per la metà sono morte ammazzate in età prematura – De Pedis, per fare un esempio, è morto a 36 anni – e per la metà hanno trascorso gran parte della giovinezza e dell’età adulta in galera. Il male non vince in questa storia, non è neanche affascinante. Quello che ho visto studiando le carte processuali non ha nulla di nobile, è solo malvagità condita da problematiche sociali: parliamo di un gruppo di persone che venivano dal popolo, dalla povertà e hanno ritenuto di fare questa scelta delinquenziale per riscattarsi, ma parliamo anche di una cattiveria, di un degrado, di un tasso di miseria umana che contribuiscono a spazzare via ogni bellezza presunta da queste persone. Non personaggi.

Fra le tante storie drammatiche e violente che si intrecciano in Mai ci fu pietà, quale ti ha colpito più di tutte? Quale personaggio ti è parso giornalisticamente più stimolante da raccontare?
Beh, probabilmente Maurizio Abbatino, una figura interessante perché si è pentito tra virgolette - permettendo di scoperchiare un mondo che fino a quel momento era ancora misterioso e arrivare poi ai maxiprocessi - ma senza mai rinnegare il suo essere un bandito. E anche il suo pentimento in realtà arriva dopo che gli viene ucciso il fratello, quindi assomiglia più a una vendetta nei confronti di quelli che lui riteneva i suoi amici. Secondo me in questa storia tragica c’è un po’ tutta la parabola della Banda della Magliana, un presunto gruppo di amici che in realtà poi si scannavano tra di loro. Abbatino è un personaggio incredibile, uno che è stato capace di farsi iniettare sangue infetto per farsi ingrossare i linfonodi, fingersi malato di cancro e farsi scarcerare e così facendo si è ammalato davvero, ma di AIDS. Un bandito come noi ce li immaginiamo, forse meno umano degli altri membri della banda, che invece in qualche modo hanno tutti manifestato le loro debolezze, chi in un modo chi in un altro. È davvero “il Freddo”, in questo caso dobbiamo dare atto a Giancarlo De Cataldo di aver davvero azzeccato alla grande il soprannome del personaggio ispirato ad Abbatino.

Da donna oltre che da giornalista, che impressione ti hanno fatto “le donne della banda”? Che ruolo hanno - o sembrano avere - le donne nella criminalità organizzata romana?
Hanno un ruolo-ombra. Anche la stessa Fabiola Moretti, che ha vissuto a stretto contatto con la banda perché amica di De Pedis, compagna di Abbruciati prima e di Franco Mazza e Antonio Mancini poi, non si distacca dal modello imperante: donne che si limitano a stare al fianco dei loro uomini, perlopiù abbrutiti dalla cocaina, per garantirsi un alto tenore di vita. Senza avere ruoli decisionali, ma solo il ruolo di compagne, complici, confidenti. Una situazione molto tradizionale, per nulla emancipata.

La caratteristica che più colpisce della parabola di sangue e piombo della Banda della Magliana è il suo intersecarsi con alcuni tra i più bui misteri italiani: l’affare Moro, il rapimento di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, il caso Calvi, la strage di Bologna e così via. Che idea ti sei fatta di questo oscuro intreccio di politica, finanza, religione e cronaca nera?
Un motivo in più per cui la storia della Banda della Magliana è ancora da finire di scrivere è perché molti di questi misteri sono ancora tali. All’apice della sua potenza, questa banda si è posta come una vera e propria agenzia del crimine, confermando ancora una volta il nucleo verace di delinquenza pura attorno a cui ruotava tutto il resto: non si trattava di un gruppo ideologicizzato, che faceva azioni seguendo strategie politiche o militari a lungo termine, volevano fare soldi facili - da ovunque venissero - evitando di andare in galera, punto. E per fare questo sono scesi a patti con chiunque potesse tornar loro utile (e che a sua volta li ritenesse utili al suo progetto), quindi dapprima con il professor Semerari, lo psichiatra neonazista, poi con la Mafia siciliana, poi i Servizi Segreti deviati e così via. Però sempre a livello pratico, di manovalanza. Nessun Grande Fratello, nessuna dietrologia, solo piedi per terra: ecco come va giudicato un delinquente della borgata Magliana che si siede al tavolino di un bar con uno come Francesco Pazienza o va in vacanza in Sardegna con Roberto Calvi o con Flavio Carboni, un tizio che era nella P2, poi nella P3, poi nella P4 e non mancherà di esserci se ci sarà mai una P5. Non c’è una strategia univoca in questa “relazioni pericolose”, semplicemente una serie di motivi contingenti per cui in quel momento la Banda della Magliana ha interesse ad avere certi rapporti. Che poi questa è esattamente la caratteristica della cosiddetta mafia romana di oggi, difficile da afferrare e identificare perché non ha una Cupola, una direzione strategica ma oggi poniamo fa affari con te, però domani se c’è da fare affari con un altro e magari togliere di mezzo te, lo fa senza problemi né rimpianti.

In appendice al saggio sottolinei come molti dei protagonisti abbiano reagito alla tua inchiesta con una querela o ti abbiano “fatto le loro rimostranze” di persona, durante incontri pubblici. Con quale forza e quale coraggio un giornalista affronta queste difficoltà? Non hai mai avuto paura?
La paura c’è, è normale. Però non è una paura che ti porta a tacere, a non scrivere. Ma non è una scelta coraggiosa questa, è semplicemente un’esigenza per me. Se so una cosa e sono sicura che è vera, io la devo raccontare. Non credo sia una cosa eroica, penso che sia naturale. Ho notato comunque che questi personaggi cercano di andare a corrompere il nucleo di onestà intellettuale che è alla base del lavoro giornalistico, magari come quei camorristi che mi volevano regalare borse di Hermès. Il loro tentativo più o meno subdolo è portarti dalla loro parte, dimostrare che non sei poi così diverso da loro. Per non avere paura bisogna rifiutare questi avvicinamenti, ma non mettendosi su un piedistallo, dicendo “Io sono migliore di te” o “Noi siamo i buoni e voi i cattivi”. Io cerco sempre di far capire a questa gente che il vero punto non è la natura umana - tutti abbiamo un lato malvagio, tutti siamo corruttibili - ma sono le scelte di vita. È come se dicessi loro: “Io non sono migliore di te, ho semplicemente scelto uno stile di vita basato sul fatto che voglio evitare a tutti i costi la galera”. E questo li spiazza tantissimo.

I libri di Angela Camuso

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER