Intervista a Angelo Mascolo

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Angelo Mascolo, classe 1987, è laureato in Archeologia e collabora con il quotidiano “Il Mattino” di Napoli. È ovviamente solo omonimo del giudice di Treviso recentemente salito agli onori della cronaca per la sua apologia del porto d’armi. Ma comunque ha con il discutibile personaggio anche un altro punto in comune oltre al nome: si occupa di delitti, malavita, vite ai margini. Solo che lo fa sulla pagina scritta. Lo abbiamo incontrato al Pisa Book Festival 2017.




Da cosa è nato il tuo libro La primavera cade a novembre? Eri un appassionato di gialli già prima di scriverlo?
La primavera cade a novembre è nato da un incontro con uno studioso di Castellammare di Stabia, Giuseppe Plaitano, che coltiva da anni la passione per il collezionismo. Un giorno Giuseppe mi fece avere alcune cartoline che ritraevano la città di Castellammare tra la fine dell’800 e gli anni ’30. Una città totalmente diversa da quella attuale, ricca di fascino e poesia. Così ho iniziato a buttare giù qualche idea e alla fine è venuto fuori un giallo, calato in un contesto segnato da tante contraddizioni e potenzialità. Da sempre sono stato un lettore di gialli. Da quelli “classici” della tradizione nordeuropea e americana, con i suoi sviluppi nel thriller, a quelli più moderni. Ma soprattutto nel genere giallo ho trovato un punto di equilibrio tra sfumature psicologiche e suspense, tra ricostruzione storica ed esigenze narrative.

Quello che colpisce leggendo La primavera cade a novembre è l’estrema originalità, come se ti fossi imposto di scardinare più stereotipi possibili, anche quelli che hanno dato notevoli comodità e non quantificabile benessere agli autori che ci si sono cimentati prima. Coraggio o incoscienza?
Scrivere una storia in cui protagonista è la città di Castellammare di Stabia, uno dei grandi centri dimenticati del Mezzogiorno d’Italia, richiede certamente del coraggio, soprattutto considerando che le “capitali” del giallo italiano tendenzialmente trovano ospitalità nelle metropoli italiane; così come la scelta, consapevole e rischiosa, di ammogliare il personaggio del commissario Vito Annone, considerando il “trend” dei più celebri commissari nostrani, in balia di amori fascinosi e complessi. Un pizzico di incoscienza, invece, penso sia da ricercare nell’aver scommesso in maniera decisa sull’universo culturale stabiese, fatto di tradizioni e riti, distanti da altre realtà.

La coppia investigativa è solo uno degli elementi di originalità che citavo prima. Non scadono mai nel macchiettismo, il commissario Annone non è mai sardonico e non tratta con sufficienza il sottoposto Di Lorenzo che non è una semplice “spalla” ma un personaggio ben delineato. Da cosa hai tratto ispirazione per loro due?
L’ispirazione per il commissario Vito Annone è scaturita dall’aver ritrovato, ancora grazie alla collaborazione con Giuseppe Plaitano, la vecchia sede del commissariato di Castellammare di Stabia presso Corso Vittorio Emanuele II, cuore pulsante della vita cittadina passata e presente. Un commissariato affacciato sul mare, a pochi passi dalla villa comunale. Con Annone ho cercato di descrivere un personaggio quasi “estraneo” alla Castellammare del tempo: un rappresentante della media borghesia in una città totalmente operaia. La spinta per la creazione di Luigi “Gegè” Di Lorenzo è stata invece Monteforte Irpino, la cittadina dell’entroterra avellinese a cui mi legano lunghe e faticose passeggiate in bicicletta. Un emblema di quell’Italia povera e contadina scomparsa in molti suoi tratti.

È interessante che tu abbia voluto cimentarti con un momento storico così particolare, il 1947, prima delle elezioni del 1948, dell’attentato a Togliatti, quando nel resto d’Italia sembrava che tutto fosse ancora possibile, mentre a Napoli e dintorni si facevano scelte che avrebbero segnato il loro destino fino ai giorni nostri. Ci spieghi perché hai scelto proprio questo anno per ambientare gli avvenimenti del libro?
Il triennio 1946-1948 è per la città di Castellammare di Stabia fondamentale. Il ricostituirsi del movimento operaio, preceduto dal ripristino della Camera del Lavoro chiusa durante il regime fascista e dalla spinta decisiva data all’affermazione della Repubblica, la campagna elettorale condotta a colpi di scioperi e mischie di piazza. Ma soprattutto il 1947 è l’anno in cui si mettono le basi per la vittoria, nel ’48, del Fronte Popolare. Un dato unico e “storico” dal momento che in altre parte di Italia si registrò l’affermazione della Democrazia Cristiana. Risultato elettorale che trasformò Castellammare, per i decenni a venire, in punto di osservazione privilegiato per la politica nazionale.

Un altro degli elementi originali del libro è di non essere ambientato a Napoli ma a Castellammare di Stabia, un luogo la cui gloriosa bellezza passata tu sembri molto amare. Ci racconti come si è evoluta la tua città dopo il crollo dell’orfanotrofio che chiude emblematicamente il tuo libro?
Come dicevo in precedenza, il 1947 riapre a Castellammare di Stabia la grande stagione del movimento operaio che in questa città – per la presenza soprattutto della cantieristica navale – avrà uno dei suoi più significativi rappresentanti. Dal ’47 si apre un trentennio di lotte, conquiste e fallimenti che segneranno la fine del grande sogno economico-produttivo di Castellammare: ovvero quello di città leader nella cantieristica a livello nazionale. Cassa integrazione, licenziamenti, riduzioni delle commesse e scelte miopi dal punto di vista politico hanno affossato uno dei grandi polmoni produttivi del sud Italia. La fine della grande industria ha trascinato con sé la dissoluzione di altri grandi e importanti settori dell’economia stabiese: la componentistica industriale, il turismo culturale e il termalismo. Al punto che di quella che fu la «Stalingrado del Sud» non resta che un pallido e malconcio ricordo.

Cosa c’è nel tuo orizzonte letterario? Nuove avventure per il commissario Annone o nuovi cimenti per te come autore?
L’intenzione è quella di dar vita a una serie di romanzi che arrivi fino al 1950, anno in cui viene portato alla luce dall’archeologo Libero D’Orsi uno dei gioielli del passato stabiese: le ville romane dell’antica Stabiae. Allo stesso tempo, però, ho in cassetto da tempo una storia, ben lontana da commissari e delitti. Una storia – o meglio – una testimonianza della sofferenza nella malattia. Un racconto che, sono sicuro, impegnerà molto tempo ma che spero di poter iniziare quanto prima.

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