Intervista a Ann Mah

Ann Mah
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Figlia di genitori cinesi, nata e cresciuta negli Stati Uniti, trasferitasi a Pechino per qualche anno e ora a Parigi, Ann Mah ha fatto diventare un lavoro le sue due più grandi passioni, la cucina e la scrittura. L'importanza della cucina per capire e conoscere approfonditamente un paese, la ricerca delle proprie radici, il sentirsi profondamente legato a una cultura e a una nazione pur portando tracce evidenti di un'altra: sono i temi della sua scrittura e sono i temi che abbiamo provato ad approfondire insieme a lei, in Italia in occasione di Piùlibri Piùliberi 2011.

Nel tuo romanzo Kitchen Chinese parli di una sorta di “emigrazione alla rovescia”, dal paese in cui tutti si trasferiscono affascinati dalle mille possibilità, ovvero gli Stati uniti a uno che finora non rientrava nelle possibili mete di chi prova a far fortuna all'estero, la Cina. Ritieni che si siano rovesciati i canoni e che ora la Cina sia davvero appetibile per chi cerca lavoro o nuove esperienze?
Ho avuto la grandissima fortuna di passare per lavoro molto tempo sia in Cina, paese di origine dei miei genitori che in Francia. Entrambi sono stati che per tradizione vengono lasciati soprattutto dai giovani in cerca di lavoro per andare negli Stati Uniti. C'è qualcosa di ironico, di paradossale, in questa mia emigrazione all'incontrario.  In base alla mia esperienza penso che la Cina offra di certo grandi opportunità al giorno d'oggi perchè è un paese multiforme e in fase di cambiamento, ma di certo non è ancora un posto facile per gli stranieri. Ad esempio,  se tu non parli bene la lingua è difficile che tu ce la possa fare veramente. Inoltre,  non potrò mai dire quanto è importante l'aspetto fisico e proprio questo fattore divide la mia esperienza da quella di un'occidentale in Cina o di un orientale in America o in Europa.  Non ero un “uccello esotico” come erano i cinesi nei paesi europei 50 anni fa, ho tratti somatici asiatici e con la lingua me la cavo abbastanza, lo stesso avverrebbe se tu ti trasferissi negli Stati Uniti, non avresti nessun problema, parli inglese, hai gli stessi colori di occhi e di capelli che hanno loro. La diversità è un elemento non facile da affrontare, pensiamo poi a quanto può essere duro per un bambino.


La storia di Isabel, la protagonista di Kitchen Chinese, è simile a quella di tante ragazze della mia generazione, che è poi la sua: alla soglia dei trent'anni, precaria e in più appena lasciata dal ragazzo. È la sua amica, Julia, a suggerirle un'esperienza all'estero, lontano, a Pechino. Daresti lo stesso consiglio se a una persona in questa situazione, che ne so, io o un'altra ragazza italiana?
A te o a una ragazza in questa situazione consiglierei senza dubbio un'esperienza all'estero, magari oltreoceano, non necessariamente in Cina per le difficoltà che ti spiegavo prima. Vivere fuori dal proprio paese per un po' è un'esperienza importante e stimolante, soprattutto per chi si occupa di giornalismo e scrittura creativa; imparando nuove culture, si cambia drasticamente.


“Gialla fuori, bianca dentro”: così si definisce Isabel al suo arrivo a Pechino, sentendosi cinese esternamente ma profondamente americana dentro. Durante una presentazione hai accennato al concetto di maschera, riferendoti ai tratti somatici asiatici di una ragazza che come te- e come Isabel- ha l'animo e le abitudini statiunitensi. Sono espressioni simili che riconducono a un concetto analogo, mi racconti questa sensazione?
È una cosa davvero interessante: prima di andare all'estero non avevo mai fatto caso al mio aspetto esteriore, certo c'era stata qualche presa in giro da bambina ma davvero poche, tutti sono diversi nelle metropoli americane non esiste un omogeneità nell'appartenenza etnica. Per questo non facevo caso ai miei tratti somatici ma dal momento in cui mi sono trasferita in  Cina avvertivo ogni giorno questa sensazione di “doppio” , l'ho sentita sulla mia pelle e anche ora a Parigi, seppure più cosmopolita di Pechino, ci devo fare i conti non tutti i giorni come prima ma spesso. Il fatto è che quando la gente mi vede tira inevitabilmente delle conclusioni su che tipo di persona sono, solamente basate sul mio aspetto esteriore: credono di capire che retroterra ho basandosi unicamente sui miei occhi a mandorla, senza capire e sapere come sono cresciuta. C'è da sottolienare un fatto: noi americani siamo così, compositi ma i mass media nella rapresentazione che fanno non rispettano la reale composizione del paese, lo stereotipo è molto diverso, omologato su un solo tipo a differenza delle tante etnie che compongono la nostra popolazione. Sono stata molto contenta dopo l'elezione di Obama: è stato molto significativo che un uomo di  pelle nera, diverso totalmente dai presidenti di prima, figlio di immigrati, e quindi con un retroterra diverso ma nonostante questo americano, raggiungesse questa posizione. Ormai bisogna far capire all'estero cche negli Stati Uniti c'è siamo una popolazione mescolata anche se questo dato di commistione è scarsamente rappresentato dai film americani.


E per concludere veniamo alla tua grande passione, la cucina. Se ti dovessi chiedere qual è il tuo piatto forte, quello che ami di più, cosa sceglieresti? E il tuo piatto forte, invece, quello che cucini meglio?
È difficilissimo rispondere. Il mio cibo ideale, quello che davvero sogno di mangiare è la cucina italiana. Ho anche vissuto a Bologna dove ho studiato cucina italiana per un po'. Non so valutare onestamente la mia cucina e tantomeno riesco a valutare la mia capacità di cucinare piatti italiani ma ti risponderei in entrambi i casi le lasagne alla bolognese, che secondo me sono il vero piatto dell'amore, perchè ci vuole tutta una giornata per prepararlo e quindi tanto, tanto amore per coloro con cui desideriamo condividerle.

I libri di Ann Mah

 

 

 
 
 
 
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