Intervista a Anna Mittone

Anna Mittone
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Anna è sceneggiatrice di numerose serie televisive. E ora ha fatto il grande salto e ha deciso di esordire come romanziera con una storia tutta al femminile, con tocchi autobiografici e spunti originali, ambientata in una Torino assai cupa. A dire il vero Anna la natia Torino l'ha lasciata finita l'università, e persino i suoi amici l'hanno accusata di aver descritto una città più buia di quello che realmente è. Non potevamo esimerci dall'indagare.
Quali ingredienti deve contenere, secondo te, un romanzo chick–lit perché diventi un grande romanzo chick–lit e si salvi dall'inflazionata accusa che “i chick–lit son tutti uguali”?
La ripetizione di un modello è il grande rischio della letteratura di genere (chick-lit ma anche gialli, thriller…). Credo che, nel caso del chick, sia la verità dei personaggi a fare la differenza. Il desiderio di amare ed essere amate accomuna tutte le donne, ma ogni donna è diversa e vive una diversa realtà che può essere divertente ed interessante raccontare.


Come è nato il personaggio di Consolata?
Anni fa un amico mi raccontò che il fratello aveva deciso di chiamare la figlia Consolata perché nata dopo un voto fatto all’omonimo santuario che si trova in centro a Torino e questa storia mi è sempre ronzata in testa, quel nome così inusuale, faticoso e quasi ridicolo mi sembrava una piccola cattiveria, quasi un brutto scherzo. Così per la mia protagonista sono partita dal nome e il nome si è portato dietro una storia, una famiglia, una madre, un mondo. Naturalmente ci ho poi aggiunto qualche tratto autobiografico…


Quasi quasi m'innamoro è ambientato a Torino, che è anche la tua città. Cosa ha di speciale... o di inusuale Torino?
Me ne sono andata da Torino a 25 anni, subito dopo la laurea e, da allora, la mia città è cambiata molto. La Torino che racconto nel romanzo è basata sui ricordi più che sulla frequentazione e alcuni vecchi amici mi hanno fatto notare che sono stata impietosa nel descriverla! A quanto pare non è più così buia e piovosa come dico. Per me resta una città rigorosa, concreta, dove si respira una forte etica del lavoro, ma anche elegante, sobria, raffinata. Un’eleganza che può sconfinare nella freddezza, una sobrietà che diventa quasi paralizzante.


Scrivere un romanzo per te è una questione di testa o di cuore? Cambia il discorso quando devi tirar giù una sceneggiatura o no?
Il mio approccio alla scrittura è molto istintivo, anche quando affronto i passaggi più “tecnici” della stesura di una sceneggiatura (la scaletta, ad esempio). Fatico a prefigurarmi una storia all’inizio alla fine, di solito parto da una frase che mi piace, da un’idea che mi sembra buona e poi scrivo scrivo scrivo lasciandomi trasportare dalla storia e dai personaggi. Questo vuol dire che strada facendo butto via molto materiale, sono poco sistematica, tendo a dilungarmi ed ad imbroccare strade che non portano da nessuna parte prima di arrivare ad un buon risultato.


Che tipo di lettrice sei?
Assolutamente onnivora! Leggo moltissimo e di tutto, dai grandi classici ai bestseller di stagione, mi lascio consigliare dagli amici, affascinare dalle copertine, incuriosire dalle recensioni, senza pregiudizi né limitazioni.

 

 

 
 
 
 
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