Intervista a Anna Momigliano

Anna Momigliano
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Milanese classe 1980, Anna ha vissuto la sua adolescenza in Israele durante i fatidici anni '90. E ci è tornata più volte in qualità di giornalista, raccontando un paese che i riflettori canonici non sembrano voler illuminare. E' la corrispondente italiana del Christian Science Monitor e collabora con Il Riformista, Io Donna e Radio Radicale, oltre ad aver lavorato per Il Foglio e il Daily Pennsylvanian. Nel 2007 le é stato riconosciuto il premio «Colombe d’Oro per la pace» per i suoi articoli da e sul Medio Oriente. Ho il piacere di incontrarla durante una presentazione a Roma.

Innanzitutto, leggendo il tuo Karma Kosher ho notato che c'è una maggiore predisposizione a raccontare Tel Aviv, la sua gente, il suo stile di vita. Non si può prescindere da Tel Aviv raccontando la nuova Israele? Quando l'espressione "telavivi balev" si adatta anche ad Anna Momigliano?
Il libro parla dei giovani israeliani, o meglio di una certa gioventù israeliana, che ha vissuto in prima persona l'euforia del processo di pace e il suo declino. Insomma, si tratta soprattutto di giovani laici, borghesi, spesso colti e di sinistra, che hanno dato vita a una nuova cultura popolare, o anche controcultura. E' il tipo di gente che abita soprattutto a Tel Aviv. Già, io sono abbastanza "telavivi balev", anche se ho vissuto più a lungo a Gerusalemme. Ma ogni volta che potevo andavo a divertirmi a Tel Aviv. 
 
Israele é un paese affascinante e pieno di contraddizioni. Spesso ripeti termini quali nevrosi, arroganza (o meglio, hutzpa), caos (balagan). Cos'altro costituisce l'unicità di questo paese?
La voglia di fare, di costruire e ricostruire. C'è un enorme fatalismo, ma anche una determinazione ad andare avanti nonostante tutto. Una voglia di vivere che non ho visto quasi da nessun altra parte.
 
Del futuro non si parla. Ma volendo provare a fare un bilancio, si arriverà mai ad un Israele in cui i refusenik saranno numericamente superiori agli arruolati di Tsahal? Ci sarà mai un Israele demilitarizzato?
Per forza, chi potrebbe dire come sarà tra vent'anni Israele? Non possiamo nemmeno essere sicuri che Israele esisterà ancora. Poi, le cosa cambiano così velocemente da quelle parti -culturalmente, politicamente, da ogni punto di vista – che fare previsioni è proprio impossibile. Non credo che i refusenik saranno mai più degli arruolati. Al momento anche gli israeliani più pacifisti si rendono conto che un esercito forte è necessario, del resto anche i refusenik non rifiutano il servizio militari, bensì alcune pratiche che considerano non etiche (l'occupazione della Cisgiordania). Poi, dipende da cosa si intende per “Paese militarizzato”. Certamente l'esercito avrà una presenza minore quando e se Israele sarà un posto più sicuro. Ma già adesso è un Paese molto meno militarizzato dei suoi vicini, come Egitto o Turchia. Per esempio non c'è un “partito dei generali”, né l'esercito prevarica mai sulla democrazia. 
 
Anche in Israele, come in Italia, la totale laicità dello stato costituisce una vera e propria utopia. C'è una differenza nell'atteggiamento di accettazione da parte del popolo di questa "scomoda" presenza (o ingerenza)?
Le due situazioni si somigliano abbastanza. In Israele come in Italia la situazione è molto polarizzata: da un lato i credenti e gli atei devoti, dall'altro laici militanti anticlericali. L'unica differenza sta forse nel fatto che in Israele la religione tende a entrare meno nelle grandi questioni etiche (aborto, procreazione assistita, accanimento terapeutico) e più nelle questioni burocratiche (soprattutto matrimoni e divorzi). Gli israeliani laici mal sopportano la situazione, ma spesso finiscono per non tenerne conto quando votano, perché ci sono questioni più pressanti (sicurezza, economia). Il partito nazionalista ha detto di volere introdurre il matrimonio civile, ma non sarà facile. 
 
Qualche giorno fa a Tel Aviv (e dove altrimenti?) un giovane ebreo ortodosso si è spogliato completamente davanti alla cassa di un supermercato per protestare contro la presenza sugli scaffali di pane lievitato, di conseguenza, «non kasher». La meglio gioventù israeliana é ormai un ricordo del passato??? O sono solo nate nuove forme di critica sociale diverse dagli sticker?
Episodi di come queste non sono una novità. La gioventù dorata di Tel Aviv  - quelli che viaggiano, studiano, leggono – esiste ancora. Girano film, fanno musica, scrivono libri. Solo che non sono più così attivi politicamente, come invece erano ai tempi di Rabin. Forse hanno perso un po' di speranza nel futuro (e certamente la fiducia nella politica!), ma non per questo la gioia di vivere. [foto tommaso ravaglioli]
 
I libri di Anna Momigliano

 

 

 

 
 
 
 
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