Intervista a Antonella Frontani

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Capita a volte che, dopo avere letto l’ultima pagina di un romanzo, si rimanga legati ai suoi personaggi e al suo autore attraverso una relazione fatta di parole e immagini, come la scia di un profumo che ci resta addosso. Seguendo quell’impalpabile filo di (pro)fumo, siamo arrivati a Roma alla Casa del Cinema e lì abbiamo incontrato Antonella Frontani, giornalista, scrittrice, conduttrice televisiva impegnata sul fronte ambiente salute e società e tante altre cose e con lei abbiamo parlato della sua scrittura e dell’arte come cassetta degli attrezzi per affrontare la vita.




Il tuo romanzo Tutto l’amore smarrito riporta in esergo una citazione di R.M. Rilke: “E allora è come se nell'universo una forza elementare ridiventasse la madre di tutto l'amore smarrito”. È da questi versi che hai trovato l’ispirazione per il titolo?
Rilke è un autore che nella vita mi ha ispirato tanto ed è uno dei miei preferiti: leggendolo, spesso, mi sono identificata in percorsi emotivi e poiché nel romanzo le emozioni sono il filo conduttore, il dialogo sotterraneo che percorre tutto il libro, mi è tornata in mente questa breve frase tratta da un poema di Rilke, per raccontare il sunto della storia e da lì, il titolo. Tutto l’amore smarrito è tutta la capacità che abbiamo, purtroppo, di smarrire l’amore che possiamo provare nei confronti di un figlio, di un compagno, di un’arte, di una passione, di un lavoro, di qualunque cosa, qualunque forma di amore. È, insomma, il rischio di disperdere amore.

Il romanzo è ricco di richiami all’arte, molte sono le suggestioni generate da un dipinto del Caravaggio, uno scritto di Camus e la musica, in particolare, scandisce il ritmo della storia. Sei anche una musicista?
Sono una grande appassionata di musica, che ho studiato per un po’ di anni, ma non sono mai diventata una musicista, perché ho cominciato a studiarla che non ero più giovane; ho iniziato, invece, ad ascoltarla quando ero molto giovane e a capire che avrei potuto affrontare le gioie e lenire i dolori grazie alla musica, ma anche alla letteratura, le forme d’arte che mi hanno colpito di più. Credo che qualunque espressione artistica rappresenti una tana necessaria dove fuggire quando la vita ti rincorre. Le arti sono dei grimaldelli per migliorare, sono anche il pozzo in cui trovare gli strumenti per affrontare i momenti più belli, i più difficili e i più brutti nella vita. L’arte è per me una vera ancora: attraverso i libri, per esempio, mi è stato possibile trovare la “chiave di svolta” per capire alcune situazioni complicate; la musica, invece, mi è servita per evadere. Se ne ho bisogno, posso allontanarmi dalla realtà attraverso un’opera di Henry Purcell, facendo un viaggio verso mete lontane migliaia di chilometri. Credo più negli effetti del viaggio interiore che in quelli del viaggio geografico e la musica è un veicolo fantastico, come la pittura.

Perché hai sentito il bisogno di scrivere una storia che, soprattutto nella prima parte, è intrisa di un dolore profondo, dal quale sembra che i protagonisti non riescano a riemergere?
È il tentativo di raccontare come si può risalire dagli abissi del dolore. Il patimento provato dai due protagonisti scaturisce da un profondo senso di colpa. Questa è una cosa che conosco per una questione culturale, perché ritengo che la nostra cultura laica, non solo religiosa, sia impregnata del senso di colpa, il quale diventa invalidante e peggiora la qualità della nostra vita e dei nostri rapporti, fin quasi a renderci incapaci di interagire con il mondo esterno e a non vedere la vita che ci sta intorno. È un’esperienza che io ho fatto, provando talvolta la sensazione di sentirmi soverchiata dal senso di colpa. Nel libro, io cerco la via per superare questo stadio, il grimaldello per rompere la corazza che ci isola dal mondo. Più che un bisogno, però, è stata una cosa naturale; non posso dire di non avere mai provato il dolore, ma neanche di aver provato solo dolore e c’è una parte di me che si identifica in questa storia, ma ovviamente, un’altra parte è assolutamente di fantasia.

Attraverso le parole dei protagonisti del tuo romanzo sostieni che l’avere subito un danno ci renda pericolosi. Perché?
L’animale ferito che sopravvive, sa che può sopravvivere a quel dolore e perciò è un animale più forte, che a sua volta può creare un danno e può sopravvivere a un altro danno: in questo senso chi ha subito un danno è pericoloso; certamente, può diventare anche una persona più affascinante e più affidabile, ma è più pericolosa e lo dico per fascinazione verso chi abbia sperimentato un dolore molto grande.

Parliamo dei luoghi geografici del romanzo. Non fornisci mai riferimenti precisi, ma piuttosto degli indizi…
In verità, ho immaginato un luogo preciso e reale, ma non l’ho voluto descrivere, perché ho preferito che la struttura del libro fosse legata più all’arte che ai luoghi. Ho immaginato la storia in due città che conosco - Torino e i suoi dintorni, luoghi che mi appartengono perché ci vivo e Roma, città in cui sono nata - ma non ho ritenuto che l’identificazione precisa del luogo fosse fondamentale, tranne per il panorama delle Langhe.

Il tuo libro è stato definito “profondo e sconvolgente” come Il profumo delle foglie di limone della scrittrice Clara Sánchez. Cosa ne pensi?
Mi fa molto piacere considerato che la Sánchez è autrice di molti e grandi romanzi. Ma non credo di potere essere paragonata a lei.


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