Intervista a Antonio Moresco

Antonio Moresco
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Sul finire degli anni ’90 mi capitò di leggere recensioni entusiaste di un libro pubblicato da Feltrinelli, che si intitolava Gli esordi. Comprai il romanzo anche incuriosito dalla vicenda personale del suo autore: un 45enne che aveva impiegato oltre 15 anni per trovare un editore disposto a pubblicarlo. Quella fu per me una lettura potentissima, la cui memoria continua ad accompagnarmi da allora, filtro e pietra di paragone  per la mia attività di lettore. Oggi Moresco è considerato uno dei più grandi scrittori italiani, benché schivo e lontanissimo dalla mondanità letteraria. Più che porgli domande lo abbiamo ascoltato parlare e, narrazione dopo narrazione, siamo penetrati nei suoi ricordi, nei suoi progetti, nella sua idea di letteratura.
Dopo il monumentale Canti del caos hai scritto in poche settimane un nuovo romanzo che Mondadori ha pubblicato a tempo di record, addirittura cambiando il piano editoriale. Curioso, per autore che ha dovuto aspettare così tanto per trovare un editore, non trovi?
Sì, prima de Gli incendiati ho scritto Canti del caos, un libro che ho impiegato dieci anni a finire. Si vede che, dopo questa attesa così lunga, avevo bisogno di un momento di velocità e di furia. Il romanzo, che non pensavo minimamente che avrei scritto, nasce da una pagina di Canti del caos. Avevo letto tanti anni fa sulle pagine di cronaca di Milano che c’era stato un incendio e un ragazzo molto giovane era penetrato nella camera di una donna che non si era accorta dell’incendio, il giovane è entrato sfondando la porta, ha preso la donna fra le sue braccia e l’ha portata in salvo. Questa notizia, non so perché mi ha colpito tantissimo, tanto che mentre scrivevo Canti del caos ce l’ho messa dentro, lo stesso giorno  che l’ho letta. Ma Gli incendiati nasce anche da altre cose personali. Per esempio mi è successo veramente, quando avevo circa trent’anni ed ero in vacanza nel sud dell’Italia, in Campania, che ci fosse un incendio e dovessi scappare con la macchina perché le fiamme stavano minacciando il campeggio e dovetti andare fino a un costone di roccia. Mentre ero lì è successo quello che poi è finito nel libro, cioè mi si è avvicinata da dietro una donna che non avevo mai visto e ha cominciato a parlarmi con una confidenza sconvolgente, come se ci conoscessimo e questa cosa è durata circa un minuto e mezzo. Io rimasi attonito, anche per la natura delle cose che la donna mi stava dicendo e quando mi son girato la donna non c’era più. Questo episodio mi è sempre rimasto dentro al cervello e mi ha fatto capire cosa può succedere in un momento di grande sconvolgimento della nostra vita quotidiana, come nel caso di un incendio che semina paura ma contiene anche un elemento di fascinazione, perché ti dà l’idea che possano saltare quelle strutture imprigionanti che dividono e separano gli uomini nella vita di tutti i giorni. Infine due o tre anni fa ero andato in Puglia e lì tutte le sere c’era una donna che veniva accompagnata al residence con una limousine, io ho pensato che facesse la prostituta d’alto bordo e una sera ho addirittura visto che si baciava con un uomo e l’uomo aveva in mano qualcosa che nel libro descrivo come una pistola, anche se non potrei dire al cento per cento che lo fosse ma era comunque un oggetto metallico. Tutte queste cose evidentemente si sono mescolate nella mia testa e mi hanno fatto nascere il desiderio di scrivere una storia d’amore. Anche in Canti del caos ci sono storie d’amore ma sono mischiate a tante altre cose. Si vede che avevo bisogno di scrivere qualcosa che fosse solo quello: una storia d’amore estrema che attraversasse la vita e la morte. Poi è successo che una notte ero a letto, pioveva, e ho provato un momento di profonda infelicità, uno di quei momenti in cui ti sembra di vedere con grande lucidità la vita, il mondo… così ho acceso la lampadina, ho preso un pezzo di carta che tengo sempre sul comodino e ho scritto la prima frase del libro che mi è uscita proprio dall’animo e, a quel punto, il libro era cominciato e non ho più potuto fermarmi.


Gli incendiati è sicuramente una storia d’amore ma è anche una storia sulla schiavitù...
Sì. Noi pensiamo che la schiavitù sia qualcosa che si riferisce ai secoli passati, invece oggi viviamo in una situazione di profonda schiavitù. Nel mondo ci sono intere zone dove parte della popolazione vive in uno stato di schiavitù. Pensa a tutti gli spostamenti dall’Africa all’est Europa, alla Russia, di donne destinate alla schiavitù sessuale. Oppure i maschi che sono reclutati dalla malavita. Quando le cose accadono sotto i nostri occhi tendiamo a non vederle. Se noi andiamo a leggere i libri del periodo in cui gli africani venivano deportati negli Stati Uniti, scopriamo che nessuno scrittore dell’epoca, nemmeno quelli più illuminati o mossi da sentimenti religiosi, parla di questa piaga orrenda. Oggi mi sembra che stia avvenendo sotto i nostri occhi qualcosa che si può chiamare solo ritorno della schiavitù. Ecco perché io ho immaginato che la protagonista del libro sia una schiava e a un certo punto c’è un dialogo con colui che chiamo il cacciatore di schiavi, il quale teorizza che la schiavitù è alla base della vita. In un certo senso dice delle verità atroci, ma non dice che – se anche tutto questo fosse vero – si può non accettarlo. Anche se tu mi dimostri che è così che funziona il mondo, che è così che tutto si regge, io fino alla fine dei tempi posso non accettarlo. Oggi la parola libertà è una parola vuota, dice tutto e non dice niente, a me sembra che sia venuto il momento in cui si debba ricominciare a parlare di libertà nella sua forma più nuda e potente.


In Canti del caos ti rivolgi a un lettore irredento, cosa intendi con questa definizione?
Irredento nel senso che non è stato redento da nulla, nemmeno dalla letteratura. Un lettore che non fa della letteratura un uso pacificatorio ma che si sente ancora inappagato. Alle prese con l’enorme progetto dei tre volumi di Canti del caos, cercavo un lettore che fosse animato dalla stessa esagerata speranza con cui io avevo iniziato a scrivere. In questa epoca la letteratura ha assunto un ruolo di intrattenimento, ma io rifiuto l’idea di una letteratura che serve solo a farmi passare in modo analgesico il tempo che mi divide dalla morte. A me interessa una letteratura che porti un surplus di vita, magari anche di dramma, di disperazione, di distruzione, di tutte quelle cose che esprimono la vita alla sua massima potenza. Ecco perché cerco un lettore che non sia appagato, che si senta ancora affamato e assetato.


Ne Gli esordi l’io narrante non comincia la narrazione dicendo Io ma Io invece…
Dicendo Io invece è come se prima ci fosse un altro romanzo e io cercassi un’altra possibilità di raccontare quelle stesse cose in un modo completamente diverso. È come se prima ci fosse un romanzo che io scarto, nego, scegliendo un altro tipo di voce che si trova bene nel silenzio, in una dimensione in cui tutte le relazioni umane vengono scomposte, spostate e vissute in maniera diversa, comprese le relazioni di causa effetto, narrative, rassicuranti, che infatti vengono oltrepassate. Ne Gli esordi non c’è una narrazione lineare in cui l’Io domina tutte le strutture del racconto, al contrario, ogni cosa che circonda l’Io, le persone, i rumori, le cose che volano nell’aria, acquistano una loro pregnanza e non sono schiacciate da questo Io.


Tu hai dichiarato che uno scrittore dovrebbe trovarsi faccia a faccia con la morte e scrivere con le spalle al muro. Perché?
Io ho iniziato a scrivere da ragazzo, più o meno come tutti, ma dopo i vent’anni ho smesso completamente perché  mi sono gettato nell’attività politica e rivoluzionaria rispetto alla quale ho voluto andare fino in fondo, anche deragliando perché mi ci sono buttato dentro senza prudenza. Ho vissuto in giro per varie città, dormendo in case occupate, in uno stato anche di grandissima miseria. Ho lavorato nelle fabbriche, ho fatto il facchino e il portiere di notte e per l’impegno politico non ho nemmeno fatto l’università. A trent’anni sono ritornato a Milano e la mia vita era una catastrofe, un fallimento assoluto, non avevo un mestiere ed ero spezzato a livello personale. In quel momento lì ho cominciato a scrivere veramente, a riacciuffare quel piccolo filo della mia vita che avevo conosciuto prima dei vent’anni, quando leggevo i poeti e gli scrittori. La prima cosa che ho scritto è stata Clandestinità. Abitavo a Milano in periferia, in un minuscolo monolocale con mia moglie e mia figlia piccola. Loro di notte dormivano e io prendevo il tavolino dove mangiavamo e, facendo mille giravolte, lo mettevo dentro al gabinetto e lì ho scritto il primo libro. Ero con le spalle al muro. Allora non lo capivo, ma oggi so che, quando non puoi più andare indietro, il tuo unico movimento possibile è in avanti. E forse quella è la condizione ottimale per uno scrittore.


Come si fa a continuare a scrivere incontrando per anni il rifiuto degli editori?
Anche se può succedere che nel corso della vita potresti non incontrare mai la persona che sia in grado di riconoscerti come scrittore, se tu vuoi veramente scrivere non devi avere paura a collocarti in questa dimensione. Il destino della propria vita non si gioca solo sul terreno della possibilità immediata di comunicazione. Pensa a Leopardi, ci saranno state dieci persone in Italia che capivano vagamente cosa stesse facendo quell’omino deforme che stava in un paesino delle Marche. La storia della letteratura è piena di casi simili, da Melville a Emily Dickinson. Se vuoi passare lo strato dell’armatura in cui sono imprigionate le persone, anche tu devi spaccarti e mostrare la tua ferita. Io mi sentivo come un sepolto vivo, gridavo ma nessuno sentiva, mandavo i libri agli editori e nessuno mostrava di capire quello che io cercavo di dire. Oggi molti mi dicono: ma in fondo lo sapevi che ce l’avresti fatta e avresti avuto successo. In realtà non è affatto così. Chissà quanti altri scrittori ci sono, e ci sono stati nel corso del tempo, che non sono riusciti ad arrivare e magari avrebbero avuto delle cose importantissime da dire.


Gli editori spesso sostengono che chi ha talento prima o poi verrà scoperto…
Ma è un modo per scaricare la responsabilità. Nessuno sa cosa succede realmente sotto terra, vedi solo quello che emerge ma non sai cosa contiene il sottosuolo. La scatola nera è lì, sepolta.

I libri di Antonio Moresco

 

 

 

 
 
 
 
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