Intervista a Antonio Scurati

Antonio Scurati
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Arcigno e ombroso, distaccato come pochi altri, Scurati prende il microfono e dà il via alla presentazione del suo ultimo libro nelle sale della Fiera del libro di Torino 2009. Non sperate di cavarvela con battute e gag comiche: il cattedrato - anche quando si allontana dal banco - mantiene stile, rigore e severità: chiedete ai presenti come avvampa la polemica non appena si parla di scuole letterarie e tendenze...
Sin dalla nota introduttiva al libro Il bambino che sognava la fine del mondo, il carattere prominente dell’opera sembra quello di voler elidere i confini tra realtà e finzione, portando la narrazione su un nuovo piano sinora poco esplorato...
Sì, all’interno del romanzo collidono fatti di cronaca che hanno scosso, anche grazie al risalto dei media, gli abitanti della penisola. L’intento però non è tanto quello di sondare l’entità degli episodi di pedofilia dell'istituto di Rignano Flaminio, quanto di trarne spunto per una riflessione sulla realtà dell’informazione oggi. Non dimentichiamo però che il libro è ambientato a Bergamo ed è ricco di episodi biografici, al di là della recente storia italiana.
 
Quali sono le esperienze personali filtrate nella narrazione, cosa c’è dello Scurati persona all’interno del testo?
Beh, a partire dalla copertina troviamo molto di mio. Il bambino con la maglia a righe ritratto in fotografia sono proprio io. In generale la mia infanzia sembra quasi essermi venuta in soccorso per aiutarmi nella stesura: i capitoli in corsivo che trattano di incubi, episodi di sonnambulismo e terrore nell’età in cui si è più deboli ed esposti, fanno parte della mia storia personale. Ho usato la fanciullezza come chiave di lettura del mondo che tento di descrivere.
 
Come mai questa scelta del “bambino”? Che cosa lo differenzia dall’uomo?
Nel libro ho cercato di sondare i caratteri del terrore, del Male inteso come entità distinta dai fatti, una sorta di studio della parte oscura del Bene. In questo i terrori dell’infanzia sono molto più spaventosi rispetto a quelli dell’età adulta; oggi le nostre paure sono quelle di conservazione personale e del nostro benessere, insomma qualcosa di fisico e presente, mentre il timore dei bambini è qualcosa di metafisico, come la paura del buio per fare un esempio calzante e di facile comprensione.
 
Mentre l’universo dei media, da sempre tuo ambito di studio oltre che parte dell'indagine sociale dell’opera, che caratteristiche ha oggi?
L’ambiente dei media è per tutti noi una seconda casa e come tale quotidianamente la viviamo ed esploriamo, con tutto ciò che ne comporta, pena l’annullamento sempre più evidente tra realtà e finzione. Va inoltre sottolineato come questo habitat si stia caratterizzando soprattutto ultimamente per la presenza di violenze e minacce, una sorta di pestilenza dell’immaginario, fatta di serial killer che hanno i tratti dei nostri vicini di casa, per non parlare delle notizie di cronaca nera con cui costantemente veniamo informati e terrorizzati. Il Male, di cui ti parlavo prima, deve avere necessariamente una presenza fisica, esserci per apparire sullo schermo e devo dire trova perfetta incarnazione nella società di oggi e nelle persone che la compongono.
 
Altro tratto del libro è questo riportare in auge la figura di un narratore andata un po’ persa e in disuso, una voce onnisciente che chiarisce ed esplicita...
Credo che la fortuna riscossa dalla critica negli anni ’60 e ’70, ha formato e sedotto la classe intellettuale di quei tempi e anche il pubblico dei lettori successivi. Tale scuola basava i suoi assunti sul tema della massima semplicità e purezza: la figura del narratore è semplicemente quest’ombra che intrattiene il lettore limitandosi a raccontare fatti e accompagnandolo nella fase di defaticamento quotidiano. Io invece sostengo un tipo di narratore che non si limita a ciò, ma invita a riflettere prendendo spazio nell’opera, figura tipica dell’espressione letteraria ottocentesca.
 
Quindi un atto molto controcorrente rispetto all’offerta letteraria odierna, no?
Certamente, sono stanco della Scuola Holden e dell’assunto di Baricco secondo cui “il meglio è il meno”, ma chi l’ha mai detto? Si tratta solo di un assunto pernicioso che sostiene idealmente tutti i libri di quei narratori che non contengono niente: e via con i Carver di Cathedral e tutto il gruppo. Sapete qual è un buon libro? Underworld di Don DeLillo, certamente meglio di tutti i Carver…
 
I libri di Antonio Scurati

 

 

 

 
 
 
 
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