Intervista a Arnaldur Indriðason

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Un luogo tranquillo, l’Islanda, dove non succede mai niente. Persino i criminali hanno la faccia pulita dei vicini di casa, se li guardi bene. L’incubo di un giallista, insomma. Eppure c’è un giallista che ha saputo esplorare come pochi la faccia oscura di questa calma apparente. Uno che racconta storie fredde come il ghiaccio, che ti stringono il cuore in una morsa e non lo mollano più. Quest’uomo si chiama Arnaldur Indriðason.






L’ingrediente principale della tua scrittura è più il realismo sociale o la crime fiction?

Di gran lunga il realismo sociale. E cerco di fare in modo che sia sempre così perché ho scelto di raccontare le storie di persone ordinarie, di personaggi che tutti possiamo incontrare nella vita quotidiana. Non mi interessa scrivere di super-eroi né di esotici criminali alla James Bond. Ho un gusto spiccato per la banalità, probabilmente.

 

I giornalisti o gli ex giornalisti come te sono scrittori diversi dagli altri? Hanno uno stile peculiare? E il gusto per la cronaca nera deriva dal loro mestiere?

Non direi. Non nel mio caso, almeno, nel senso che non attingo trame dalla cronaca nera. Ma naturalmente essere un giornalista mi ha aiutato molto nella impostazione dei libri, nella tecnica. Un giornalista è abituato a scrivere tutto il giorno tutti i giorni, è organizzato e disciplinato nel lavoro, e questo indubbiamente aiuta molto.

 

Quanto ha influito sul tuo amore per la scrittura la figura di tuo padre, romanziere anche lui?

Sicuramente mio padre ha avuto su di me una grande influenza. Innanzitutto perché sono cresciuto in una casa piena di libri, frequentata da scrittori: sento ancora il ticchiettio dei tasti della macchina da scrivere di mio padre! E poi - lo ammetto senza vergogna – ho sempre cercato di imitare il suo stile scarno. Come il mio personaggio Erlendur Sveinsson mio padre veniva dalla campagna, ma mentre Erlendur è diffidente verso la società e odia la modernità, mio padre amava Reykjavik e la sua energia. Peraltro lui nelle sue opere ha analizzato molto a fondo la rivoluzione che ha caratterizzato la società islandese del dopoguerra, perché l’ha vissuta in prima persona.

 

Che tipo di poliziotti sono Erlendur Sveinsson e Sigurður Oli, i protagonisti della tua saga? Quanto sono lontani dai ‘duri’ alla Raymond Chandler e dagli investigatori hig-tech alla CSI?

Sono normali poliziotti islandesi, almeno così come li immagino io, perché non ne conosco nessuno di poliziotto vero. Cerco di renderli personaggi unici anche se pensandoci bene già essere islandesi li rende abbastanza unici, no? Sono molto diversi tra loro: Sigurður Oli è più giovane, più trendy, più a suo agio con la vita, Erlendur Sveinsson è più arido, più disilluso, non capisce il mondo attorno a lui e non lo ama. Per costruirli e raccontare le loro avventure mi sono ispirato ai grandi giallisti scandinavi, britannici e ovviamente americani. Ma anche e soprattutto alla tradizione orale, alle antiche saghe islandesi piene di vendette, violenza, emozioni, dolore.

 

L’Islanda come location per un poliziesco potrebbe essere giudicata inverosimile. È così, o non è poi un posto tranquillo come sembra?

In effetti da noi di crimine ce n’è poco, siamo un popolo pacifico. Non a caso in Islanda non esiste una vera e propria tradizione di letteratura noir e gialla, perché in una società simile anche solo parlare di crimine sembra un po’ troppo inverosimile. Purtroppo però negli ultimi anni le cose stanno cambiando in peggio, e non siamo più l’isola felice che eravamo dal punto di vista della criminalità: droga e omicidi stanno prendendo piede sempre più anche da noi.



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