Intervista a Ayelet Gundar-Goshen

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L’israeliana Ayelet Gundar-Goshen è una psicologa clinica e insegna alla Tel Aviv University e all’Holon Institute of Technology, ma in gioventù ha lavorato nella redazione del quotidiano “Yedioth Ahronoth” e ha studiato sceneggiatura presso la Sam Spiegel Film and Television School di Gerusalemme. Il suo romanzo d’esordio ha vinto numerosi premi ed è stato un successo in molti Paesi. Quindi, in occasione della manifestazione Tempo di Libri 2017 e dell’uscita del suo secondo romanzo non potevamo farci sfuggire l’occasione di intervistarla.




Il tuo romanzo Svegliare i leoni è incentrato su una scelta, improvvisa e terribile, che condizionerà per sempre la vita del protagonista. Capita che la vita ci ponga davanti ad un bivio. Secondo te è in quei momenti, brevissimi e quasi incoscienti, che siamo davvero noi stessi, che è racchiusa la nostra essenza e probabilmente il nostro destino, piuttosto che nella nostra quotidianità?
Siamo convinti di conoscerci bene, che le persone a noi vicine ci conoscano bene, ma la verità è che fino a quando non ti trovi davanti a una scelta decisiva, come quella di Eitan davanti al corpo dell’uomo che ha appena investito, fino ad allora non puoi sapere chi sei veramente.

Il Dr. Eitan Green e Liat sono una coppia affiatata e consolidata. Eppure, ad un certo punto, sembra siano due estranei che convivono fianco a fianco ed anche la menzogna entra nella loro vita, il fatto di mentire diventa quasi banale. Si può amare una persona nascondendo consapevolmente una parte di sé, e giustificando tale atto proprio in virtù dell’amore che si prova per l’altra persona?
Vorremmo che la persona che amiamo conoscesse tutto di noi, fino alla parte più intima e recondita. Al tempo stesso, la nostra più grande paura è proprio di rivelarsi, denudarsi completamente e mostrare quello che siamo senza più veli. E non c’è niente come l’amore che possa resistere a tanta verità e tanta menzogna insieme.

Ad un certo punto del romanzo affermi che Adamo ed Eva non scoprono la propria nudità e quindi la propria fallibilità mangiando la mela, ma scoprono quella di Dio. Credi che la delusione nei confronti di chi ci ha preceduti sia una tappa fondamentale, non solo nel rapporto genitori e figli ma anche a livello sociale, i giovani nei confronti dei più anziani? E che quindi sia necessaria un’educazione al perdono e all’accettazione, dei propri e degli altrui difetti, specie in questo momento storico che ci vuole perfetti e senza debolezze?
Ognuno di noi ha dentro di sé un predatore, un leone. Anche le persone più aperte, colte, liberali hanno un leone dentro di sé, forse sono riuscite ad addomesticarlo, ma è lì che sta dormendo ed è pronto a svegliarsi. Non esiste la perfezione in nessuno di noi ed è meglio prendere coscienza che in noi vive un predatore, per saperlo intercettare prima che ruggisca. Credo che questa sia l’autoeducazione necessaria per ognuno, oggi ancora di più.

Non possiamo non parlare della diaspora eritrea e di come noi tutti, alla fine, ci comportiamo come il Dr. Eitan Green da bambino, quando solleva una pietra scoprendo un mondo brulicante che prima gli era totalmente sconosciuto o come quando è incuriosito e disgustato da una realtà fatta di miseria e dolore. Ci puoi parlare di questo dramma rendendocelo più vicino, cercando di illuminarci, puntando il riflettore su queste vite che rimangono troppo spesso nell’ombra?
Ho scelto di parlare dei migranti eritrei perché queste persone sono come trasparenti agli occhi del mondo, come se non esistessero, come se non avessero un nome. E al tempo stesso, quando pensiamo ai migranti, dentro di noi vogliamo vederli come persone pure, giuste, dei santi, vittime ideali, invece non può essere così. Come chiunque, se devi sopravvivere, sei pronto a tutto pur di farlo e quando sei pronto a tutto non sei necessariamente una persona buona. Nel romanzo, finché Sirkit è la vittima, finché si comporta secondo le nostre aspettative, è facile essere empatici con lei, ma quando inizia a comportarsi meno bene, allora improvvisamente emotivamente ci allontaniamo da lei dimenticandoci che è la stessa Sirkit di prima, migrante, senza niente, senza diritti, che vive nella miseria.


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