Intervista a Benedetta Cibrario

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Fiorentina di nascita ma torinese di adozione, approdata a Londra circa un decennio fa, Benedetta Cibrario ha vinto il Premio Campiello 2008 con il suo romanzo d’esordio ed è arrivata seconda alla finale del Premio Strega 2019. Severa con se stessa, attenta ai dettagli e alla sensibilità del lettore, la Cibrario narra di personaggi carichi di speranza e portatori di sogni. La contatto telefonicamente per un’intervista, durante la quale Benedetta mi parla dei suoi libri e delle sue emozioni.




Da Rossovermiglio a Il rumore del mondo sono passati all’incirca dodici anni. Quanto sei cresciuta e maturata come scrittrice in questo tempo?
Credo di essere cresciuta non solo rispetto alla letteratura ma anche come persona, perché sono passati anni e durante questo tempo ho letto tanto. Molti dei temi presenti nei miei libri riguardano cose e fatti che mi stanno particolarmente a cuore. Io narro sempre di cose a cui tengo, che sono sempre le stesse, se pur raccontate in maniera differente, con un altro respiro, dopo altre ricerche. Racconto del rapporto tra il singolo e la storia, narro dell’essere donne non del tutto allineate con il momento in cui si vive e di cosa vuol dire avere una specie di “scarto” nei confronti della società in cui ci si ritrova. Dico questo per specificare che nei miei libri ci sono temi molto ricorrenti. Certamente ci sono stati anni di riflessione su come debba essere strutturato un romanzo secondo il mio punto di vista e su come sia giusto esporre le storie. Sicuramente il mio modo di raccontare le vicende è cambiato, perché mi sono resa conto che un testo può essere per certi versi sperimentale. Uno degli esperimenti contenuti ne Il rumore del mondo, per esempio, è quello di usare tanti modi diversi di raccontare: è una narrazione fatta attraverso le lettere, attraverso le memorie, in maniera tale da avere un’imbastitura storica abbastanza solida. Io non credo che si possa parlare di maturazione della scrittura, semplicemente ho iniziato a interessarmi ad alcune cose in una maniera differente.

Il tuo stile letterario lo devi a qualche scrittore in particolare al quale ti sei ispirata nel tempo?
Certamente ci sono degli autori che sono stati molto importanti nella mia formazione di scrittrice e posso fare dei nomi come quelli di Anna Banti, Anna Maria Ortese, Natalia Ginzburg e Elsa Morante. Anche tra le scrittrici straniere posso annoverare nomi per me importanti come Antonia Byatt e Hilary Mantel, entrambe britanniche. Nel corso del tempo, mi sono ispirata anche a scrittori uomini, come Jonathan Franzen, in particolare il primo Franzen e Georg Sebald. Insomma ce ne sono tanti di autori che per me sono stati delle bellissime e intense letture. Mi piace anche leggere i classici, oltre alla letteratura contemporanea. Direi che la mia scrittura contiene molto dei libri che ho letto, non ce n’è uno in particolare, ma quando si leggono i libri di altri scrittori sia contemporanei che passati, c’è sempre un modo attraverso il quale si osserva come costruiscono le loro storie, come costruiscono i dialoghi e si saccheggia sempre un po’. Io credo di aver saccheggiato da tutti i libri che ho letto nella mia vita.

Il rumore del mondo, un tuffo incredibile nell’800. Hai scelto di scrivere un romanzo storico perché trovi che la storia insegni sempre?
Io penso, con molto rammarico, che una delle cose che abbiamo perso nel ‘900 – soprattutto nel secondo ‘900 – sia stata quella stretta connessione che c’era con un certo tipo di cultura, con la lettura e con i classici. Nel ‘700 e nell’800, uno scrittore sarebbe stato in grado di conoscere e citare anche a memoria i classici, la Bibbia, Shakespeare e altro. Parlo del culto della memoria, che si può considerare una delle forme con cui sperimentare la storia, che è memoria per tutti noi e questo devo ammettere che mi ha molto affascinato. Quando in Italia parliamo di romanzo storico, sembra sempre che si parli di un libro un po’ di genere, come può essere il romanzo poliziesco, (senza nulla togliere naturalmente), piuttosto che un romanzo fantascientifico. Quello che non si considera è che, in realtà, siamo tutti fatti di storia e anche uno scrittore contemporaneo, che narra di fatti contemporanei, lo fa attraverso parole, frasi e pensieri tessuti di quello che c’è stato prima, dei lettori, degli scrittori, di quelli che sono i libri che ha letto. Il romanzo storico mi è piaciuto per raccontare questa storia perché l’ho immaginata giusta per quello spicchio di tempo che va dal 1838 al 1848, un periodo molto interessante per me. Quello è stato un decennio per certi versi ottimista, durante il quale veramente si pensava che si fosse sull’orlo di un’assoluta modernità mai testata prima. Quella modernità che oggi sperimentiamo allo stesso modo, che ci regala emozioni attraverso quello che quotidianamente ci offrono la tecnologia e la realtà virtuale, ecco io credo che la stessa viva sensazione che proviamo noi oggi, la provassero i nostri antenati europei, o chiunque nel mondo, in quegli anni in cui la società ha conosciuto una pazzesca accelerazione verso il futuro. Le invenzioni in quel periodo storico si sono susseguite ad una velocità esorbitante: abiti confezionati dalle fabbriche, la possibilità di spostarsi in treno, le città illuminate da un interruttore. Questo stesso genere di sorpresa e anche di spavento davanti al nuovo, questa modernità che incalza come la sperimento io oggi l’ho sentita in quella prima metà dell’800. Allora mi è sembrato, che questa vicinanza del sentire, nel senso di come noi ci interroghiamo sul mondo che abbiamo attorno, su come sta cambiando, fosse in realtà una cosa molto vicina a quell’epoca e allora ho scelto di ambientare la mia storia in quel periodo e in quei luoghi, ma non perché io sia una scrittrice di romanzi storici. Questo è venuto così, gli altri non lo so.

Ti è servito documentarti tanto per la stesura del romanzo?
Sì, tantissimo. Ci ho messo tanti anni a scrivere questo libro perché ho cominciato a fare ricerche ben prima. Io non sono una storica di professione e di Risorgimento non sapevo assolutamente nulla. Quindi, dopo aver deciso che tipo di storia scrivere, ho passato anni e anni a documentarmi. In realtà, la fatica più grande è stata poi quella di dimenticarmi di tutte quelle informazioni assorbite, per poter scrivere e poter così tornare alla naturalezza della narrazione. La cosa più importante è stata l’attenzione che ho dovuto porre per evitare la mia noia e quella del lettore; pertanto è stato di fondamentale importanza per me, conoscere ogni dettaglio della mia storia ottocentesca, per poterne poi scrivere come se fossi stata là e portare così il lettore con me, senza fargli sentire il peso delle ricerche fatte.

Anne Bacon, la protagonista, quanto ti somiglia?
Forse sì, mi somiglia, somiglia a me e somiglia a tante donne che ho conosciuto, perché in realtà più che dire che somiglia a me, mi piacerebbe dire che ho dato a lei le caratteristiche che secondo me hanno tutte le donne. Una su tutte, è quella di essere di fondo molto tenaci, molto coraggiose, di un coraggio che non è mai gridato, ma molto quieto e poi di essere capaci di trovare sempre una via d’uscita, anche di fronte a situazioni che sembrano bloccate. E come non considerare la capacità di sperare sempre. Nei miei personaggi c’è sempre una sorta di ottimismo di fondo o se vogliamo una sorta di sogno di fondo, una capacità di sognare che in qualche modo io vedo come caratteristica presente nei giovani, uomini e donne. Ogni tanto la speranza viene un po’ offuscata dalla vita, perché le cose non vanno come dovrebbero andare o appunto come si spera che vadano, ma se gratti gratti e se pulisci alla fine poi torna fuori questa specie di coraggio indomito.

Facciamo un balzo indietro nel tempo… com’è stato vincere il Premio Campiello?
Non me lo aspettavo assolutamente e naturalmente sono stata molto contenta, pur avendone sentito immediatamente il peso della responsabilità. Ho pensato di aver vinto un premio davvero importante, soprattutto con un romanzo d’esordio e che soprattutto avrei dovuto tener conto di questa bella cosa che mi stava capitando, di questa cosa così prestigiosa e che avrei dovuto meritarmela giorno dopo giorno. Un merito guadagnato non solo con il lavoro già svolto, ma con tutto quello che avrei fatto da quel momento in avanti. Quel sentimento non mi ha mai abbandonato: vuole dire tenere sempre alta l’asticella, essere molto severi con se stessi, ogni tanto buttare via cose scritte che non piacciono, essere il peggior censore di se stesso. Ecco, vincere il Premio mi è servito moltissimo, mi ha dato una sorta di indicazione di come avrei dovuto da quel momento in poi muovere la mia scrittura. Qualunque frase io avessi scritto dopo, avrebbe dovuto meritarsi di essere stata premiata con un riconoscimento così importante.

Ci sei riuscita ad essere così severa con te stessa?
Non è un problema, io sono severissima con me stessa, non mi devo sforzare.

Stai scrivendo qualcosa in questo periodo?
Mi è difficile rispondere, nel senso che quando io ho in testa qualcosa fino a che non è un po’ chiaro preferisco tenerlo in questa specie di nebulosa, perché è in quella nebbia che si formano bene le mie storie. Ho forse un’idea, ma la devo lasciare riposare un po’: mentre sta lì, in quella specie di foschia, io capisco esattamente che cos’è la storia e cosa sono i personaggi.

I LIBRI DI BENEDETTA CIBRARIO



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