Intervista a Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili
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Nato a Teheran ma a Roma dal 1960, Bijan è il punto di riferimento per chiuque voglia capirci qualcosa di Iran e Medio Oriente in generale. È stato per vent’anni fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio e ha partecipato all’opposizione al passato regime dello Scià. Ora - oltre  essere un giornalista affermato - ama raccontarci nei suoi romanzi un mondo che per troppo tempo abbiamo creduto essere molto lontano da noi e invece da qualche anno abbiamo scoperto essere vicino, vicinissimo, sovrapposto. Non senza dolore.
L’amore che si racconta nel tuo romanzo Il cuore del Nemico mi sembra descritto e svelato nel suo aspetto più nobile. Ma secondo te l’amore può anche essere un’arma?
E' difficile attribuire all'amore qualità, definizioni, usarlo come strumento e circoscriverlo con aggettivi: probabilmente il suo fascino è nella vaghezza, nelle emozioni che è capace di suscitare senza spiegazione logica. Nel romanzo "Il cuore del nemico" l'amore tra Anna e il giovane shahid è il risultato di una sorta di corto circuito, tra una figura femminile antica, fuori dagli spazi culturali e di civiltà contemporanei e uno dei personaggi più tragici della nostra epoca, appunto, un kamikaze. L'incontro tra i due mette a nudo la follia di cui è afflitto il nostro mondo. Lei, Anna, è la coscienza inconsapevole di questo mondo e lui, lo straniero, è la sua degenerazione, l'emblema della sua dissociazione. Il loro amore è nobile?, E' un'arma? Non lo so. E' qualcosa che succede da sempre, la letteratura la racconta, noi ci emozioniamo a leggerla, ma resta un mistero. Ed è meglio che resti tale.
 

Nel libro si racconta anche di un amore passato, quello tra una isolana, Caterina, e Hans, un soldato tedesco. C’è una sorta di parallelismo tra questa storia e la storia di Anna e del giovane shahid, come se l’isola fosse un punto di ritorno dove la purezza di questo sentimento può rinascere?
L'importanza dell'isola in cui si svolge la storia di questo romanzo si comprende soltanto se si tiene strettamente legata alla presenza nel racconto di un'altro luogo, Katapolis, la città delle catacombe, la città degli intrighi, dei complotti, delle manovre insidiose e del terrorismo. L'Isola è invece è un luogo incontaminato, lontano dalle condizioni di vita ingabbiata definitivamente nella complessità politica e sociale del mondo di oggi. Anche l'arrivo del protagonista di questo romanzo da Katapolis all'isola è un altro elemento del corto circuito che fa nascere l'amore tra lui e Anna. L'isola non è solo il luogo della purezza, è anche il luogo della vita, mentre Katapolis è la città della morte.
 
Potremmo paragonare l’isola senza nome alla Itaca di Ulisse? Una meta verso la quale tornare, un porto sicuro dove trovare la pace?
E' vero, questa isola può essere la Itaca di Ulisse, ma lui non trova pace nella sua Itaca. Sono tentato di raccontare il perché di tutto questo, però finisce che rivelo i passaggi più intriganti del romanzo: è meglio leggerlo per scoprire cosa succederà al nostro Ulisse.
 

Che cosa ti ha spinto a raccontarci una storia come questa? Da dove nasce l’idea?
Volevo raccontare una storia d'amore. L'idea di far incontrare un uomo e una donna che non hanno nulla in comune, neppure la lingua per comunicare tra di loro, mi affascinava da tempo. Ma, come per qualsiasi altra storia d'amore, c'era bisogno di un contesto, di una epoca e di un epilogo per quell'amore: così è nato il "Cuore del nemico", la storia intima di un personaggio folle nell'intricato mondo del terrorismo. Ma in realtà la vera protagonista del romanzo è lei, è Anna: più che "il romanzo dello shahid" è la storia di Anna.
 

Tu credi che l’uomo combatta prima di tutto contro se stesso prima che contro gli altri? Ovvero, come mi sembra di capire dalla citazione iniziale da Tre furori di Starobinski, la violenza appartiene all’uomo come una malattia, celata sotto una maschera di normalità e non è un entità esterna contro la quale combattere?
Guarda, quel brano del libro di Jean Starobinski Tre furori che si trova all'apertura del mio romanzo dovrebbe servire innanzitutto a ricordare che il significato, l'interpretazione della follia presso gli antichi era differente rispetto a quella diffusa oggi tra noi, in particolare nell'Occidente. Ma anche oggi la follia viene affrontata in modo diverso da una e dall'altra parte del mondo. Il protagonista di questo romanzo, uno schizofrenico sin dall'infanzia a causa della brutalità dell'ambiente in cui è cresciuto, in seguito alla barbarie della guerra di cui è stato vittima, se fosse vissuto in Europa, oppure negli Stati Uniti, probabilmente sarebbe stato consegnato ad una istituzione dotata di strumenti per curarlo. Nella sua terra, invece, quello stesso malato di mente viene consegnato agli strateghi della morte e trasformato in uno shahid,  martire, un kamikaze che si uccide per uccidere. La violenza fa parte della storia dell'umanità e la letteratura è chiamata a raccontarla nelle sue specifiche forme, anche quando la violenza è frutto della follia.
 
I libri di Bijan Zarmandili

 

 

 

 
 
 
 
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