Intervista a Boris Pahor

Boris Pahor
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Boris Pahor, classe 1913, è quello che si dice un grande vecchio. A lui l'onore di aprire Libri Come, la manifestazione dedicata al libro e alla letteratura che si è svolta a Roma in marzo. La sala Petrassi dell’Auditorium è colma di ragazzi delle scuole superiori, ma anche di signori e signore di mezza età, venuti ad ascoltare Pahor parlare sul tema "Come si può scrivere dell’orrore". Marino Sinibaldi, ideatore della kermesse e direttore di Radio3, è il moderatore sul palco ma lo scrittore sloveno quasi non ha bisogno di essere imbeccato dalle domande dell’ex conduttore di Fahrehneit. Le luci si abbassano e quel vecchietto che sembra indifeso e così esile comincia a raccontare: la platea tace e c’è da meravigliarsene, dato che è formata soprattutto da adolescenti. Un racconto lucido e senza sconti il suo, il riassunto di una vita segnata da traumi e orrori, un racconto che non ti stancheresti mai di ascoltare.

Come ricorda la sua infanzia a Trieste?
Gli sloveni a Trieste non erano certo una minoranza ma nell’epoca fascista la mia etnia è stata praticamente annientata. L’immagine che mi ha maggiormente segnato, e che ha segnato la mia scrittura risale a quando avevo 7 anni e riguarda l’incendio della casa della cultura slovena. Era un palazzone di sei piani che venne bruciato dai fascisti: mi ricordo che avevano rotto gli idranti e che ci ballavano intorno come indiani mezzi matti. Da quel momento mi sono bloccato, dovevo diventare un altro, parlare l’italiano e non ne ero capace. Per questo sono stato mandato un seminario per studiare e da quel momento, grazie anche al sostegno dei miei compagni, divento cosciente di me stesso e della mia doppia identità. Comincio così a scrivere in sloveno della mia città, del mare e dei vaporetti, e a scoprire la letteratura slovena. Prima mi consideravo un ragazzo fallito ma il seminario mi rese diverso e una volta uscito, dopo sette anni, mi mandano in guerra in Libia...


E’ vero che quando venne chiamato sotto le armi  non volle separarsi dallo zainetto pieni di libri che aveva portato con sé?
Purtroppo il diploma di Maturità Classica preso al seminario non aveva valore legale e io praticamente avevo solo la quinta elementare. Ero ridiventato uno studente fallito! Quando sono partito per la Libia ho portato i libri di letteratura greca e latina proprio per cercare di prendere il diploma sotto le armi: avevo una valigetta piena ma il tenente mi ordinò di buttarla via... allora mi sono riempito le tasche di volumi! In Libia studiavo e così ho potuto fare l’esame a Bengasi con ottimi voti: la soddisfazione maggiore fu che io sloveno di Trieste presi l’unico 8 in italiano.


Ripete spesso di essere uno studente fallito... perché si descrive così, perché questa attenzione alla lingua?
Alle elementari non sapevo parlare italiano, non riuscivo a fare i temi e mio padre spesso mi aiutava. Il maestro fece leggere un mio compito a tutta la classe denigrandomi di fronte a tutti, la classe rideva e finita la lezione non avevo coraggio di tornare a casa pensando alla umiliazione che sarebbe stata per mio padre quel compito pieno di segni rossi! Poi riuscii a finire le elementari con l’aiuto di un maestro privato. Ero uno studente fallito nel senso psicologico, non sentivo il desiderio di studiare, non nel senso che non avessi voglia di imparare una lingua ma perché sentivo di “diventare un altro io”: ho vissuto come una sorta di sonnambulo per qualche anno. E’ quello che succede un po’ oggi con gli immigrati che vengono sradicati e arrivano in un paese dove non conoscono né la cultura e né la lingua.


Mentre viveva queste sue esperienze: il trauma infantile, il seminario, poi la guerra in Libia e poi il lager pensava alla scrittura?
No, a questo ci ho pensato dopo. Il desiderio c’era ma si è sviluppato dopo l’esperienza del campo di concentramento, quando ero in sanatorio per curare la tisi. Ho sentito improvvisamente il bisogno di comunicare e riferire cosa era stata la mia vita nei campi di concentramento. Una volta tornato a casa mi sono laureato e ho cominciato a scrivere una raccolta di novelle che venne pubblicata nel ’48 dove in parte raccontavo l’esperienza del lager. Necropoli nasce molto più in là, dopo ben due visite nel campo di concentramento in Alsazia dove, grazie alla mia conoscenza delle lingue, ebbi la fortuna di fare l’infermiere e dove ero a contatto con la morte: un campo di lavoro dove ogni giorno assistevo al disfacimento del corpo umano. Oggi in quel luogo tra le montagne sorge il Centro Europeo del resistente deportato.


Come ha vissuto questo lungo dopoguerra quando lei continuava a scrivere, noi qui in Italia non lo conoscevamo non si sentiva isolato?
Dopo la guerra ho fatto il professore di Lingua e Letteratura Italiana ma allo stesso tempo ho dovuto fare l’autodidatta della mia lingua di origine. Scrivevo in sloveno ma facevo molti errori... è stata una fatica! Si può dire che conosco di più la letteratura italiana che quella slovena e molti termini tecnici non li conosco neppure in sloveno! Il mio è stato una sorta di “autodidattismo” a volte un po’ raffazzonato!
 

I libri di Boris Pahor

 

 

 

 
 
 
 
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