Intervista a Bret Easton Ellis

Bret Easton Ellis
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Oltre metà della sua vita, Bret Easton Ellis l’ha trascorsa in una letargica – ma entusiasta - produzione letteraria. Affacciarsi così giovani al mondo labirintico della promozione e dei contratti editoriali ha amplificato a dismisura il suo innato cinismo e gusto per l’assurdo: quello che ci viene tramandato oggi alla soglia dei cinquant’anni è a ben vedere e sentire un autore paradigmatico e dal carattere cartavetrato, un professionista delle lettere incapace per natura di aprirsi al paradiso dei media e dei lettori se non tramite ciò che scrive. Le poche parole che riserva al suo pubblico, pochezza mal celata dal piacere consacrato alla sua traboccante ironia, sono il risultato di un lungo cesellamento della propria immagine agli occhi di chi negli ultimi due decenni l’ha incensato e schernito, letto e pubblicato, amato e ancora non conosciuto. In quale misura il frenetico progresso tecnologico ha influito sulla definizione dei personaggi di Imperial bedrooms? La loro paranoia oltre ad essere il lascito più cospicuo della loro adolescenza,  può essere anche interpretata come una conseguenza di un tale sconvolgimento globale? Qual è quindi il tuo rapporto con questa tecnica irrefrenabile?
Amo Twitter e durante gli ultimi cinque mesi trascorsi a promuovere il mio libro ho trovato un’ottima compagnia e via di fuga nel mio iPad. La scorsa notte, trascorsa in un albergo di Torino, ho seguito con commozione mediatica il rocambolesco salvataggio dei minatori cileni intrappolati nella cava di San José. A mio modo, ho voluto commentare su Twitter ciò a cui stavo assistendo e non ho potuto esimermi dal paragonare la loro esperienza di prigionia alla mia, dorata, negli alberghi di mezzo modo. A mio modo, dicevo… Non tutti ovviamente hanno colto l’ironia della sentenza, eppure mi accorgo annoiato che i social network sono il veicolo primo dei sentimenti più elementari che siamo in grado di esternare. Tra i miei amici, c’è chi si comporta in questo modo refrattario alla realtà delle cose. Ho abbracciato la tecnologia nella misura che compete alla mia professione, professione che è generata dai miei sentimenti. È un veicolo e lo specchio più ludico del mio carattere.


Da quale stato d’animo scaturisce la genesi e la stesura di Imperial bedrooms?
Otto anni fa, mentre scrivevo Lunar Park, ho riletto con curiosità Meno di zero. Ho cominciato a pormi delle domande sulle azioni e i pensieri del protagonista, Clay: le uniche risposte che trovavo plausibili erano quelle che lo figuravano come un uomo adulto, un uomo della mia età. Queste risposte sono lo scheletro del romanzo. All’epoca mi sentivo molto bene e stavo per trasferirmi a Los Angeles. Volevo fare un film, ma non limitandomi ad una sceneggiatura: volevo produrlo, girarlo, organizzarlo da capo a piede. Ero entusiasta, tant’è che la sceneggiatura che scrissi e trassi dal mio Acqua dal Sole fu decisamente riuscita e la sua compostezza attrasse un budget molto alto e un cast di prim'ordine. Naturalmente insorsero dei problemi: lo script era a quattro mani, lo condivisi con Nicholas Jarecki, il quale cercò di inculcarmi l’idea che non mi avrebbero certo permesso di girare una pellicola scritta in tal modo. Non gli diedi retta e non solo tagliai i ponti con lui, ma ben presto il progetto – come lui aveva pronosticato – mi scivolò dalle mani (il film è poi stato girato ed è uscito nel 2009 con il titolo “Al di là di tutti i limiti” - in originale "The Informers" - per la regia di George Jordan, la sceneggiatura di Ellis e Jarecki e nel cast Billy Bob Thornton, Kim Basinger, Mickey Rourke e Wynona Ryder). Ne uscii malconcio e l’anima di Imperial bedrooms è debitrice anche di questa esperienza, lo si rintraccia soprattutto nei personaggi di Julian Wells e Rain Turner. E pensare che all’inizio doveva essere un romanzo conciliante e lontano dagli angoli scuri di Lunar Park! Riesco a stupirmene ogni volta, tutti i miei romanzi nascono prima da un periodo di luce, ma tendono irrimediabilmente a scivolare nell’oscurità.


Lo spazio letterario sembra quindi essere l’unico vero mezzo con il quale riesci a scrivere quello che vuoi, senza censure. Stai scrivendo o hai intenzione di pubblicare qualcosa di nuovo?
No, assolutamente. Non ho alcun progetto in mente e non ho fretta di iniziare a fare alcunché concernente la scrittura. Se la mia produzione è stata finora molto parca di titoli è perché non ho mai avuto il fiato sul collo. Certo avrei voluto scrivere di più, ma per ora ha sempre prevalso una buona idea e non un progetto editoriale regolare.


I tuoi romanzi sono farciti di riferimenti musicali. Qual è la tua relazione con la musica di oggi?
L’interesse è decisamente scemato rispetto ai miei vent’anni. Di recente mi é capitato di far ordine tra i miei dischi e mi sono accorto che è quasi tutta musica di merda. Non mi piace più quello ascoltavo all’epoca, ma continuo a tener traccia dei miei ascolti su Twitter. Lì chiunque può commentarli e la maggior parte delle persone si stupisce dei miei gusti musicali, rimane stupefatta quando scopre che ascolto Beyoncé e Miley Cyrus. Contrariamente a quando faccio commenti seriosi, chi mi legge crede che stia scherzando. Sono un fan dei The National e nel libro ne parlo chiaramente.


A proposito di Twitter, come deve essere letto il messaggio riguardante la morte di J.D. Salinger?
Come vi pare e piace. Per chi ancora non sapesse cosa è accaduto, racconto il fattaccio: il giorno della morte di Salinger ho scritto questo messaggio su Twitter: "Yeah!! Thank God he’s finally dead. I’ve been waiting for this day for-fucking-ever. Party tonight!!!", ed è successo il finimondo! Adoro Salinger e molte persone l’han capito. Diciamo una buona metà di chi ha letto quel messaggio. La mia casa editrice è stata addirittura contatta dai famigliari dello scrittore, i quali l’hanno intimata di cancellare quelle parole dal mio profilo.


Il titolo del tuo primo libro è tratto da una canzone di Elvis Costello, mentre Imperial bedrooms è il titolo di un suo disco. Hai mai avuto modo d’incontrarlo?
È successo, ma non abbiamo parlato dei titoli razziati. L’ho incontrato in un ristorante, dove stavo cenando con un amico. Avevo ventidue anni ed era il nostro idolo. Ad un tratto il mio compagno nota Costello entrare nel locale e sedersi per ordinare. Ubriaco, cerca di convincermi che non potevo nel modo più assoluto non presentarmi a lui. Ero terrorizzato e quindi rimasi al mio posto, ma lui nel frattempo si avvicina a Elvis e gli dice che c’é Bret Easton Ellis che vorrebbe conoscerlo. Costello si avvicina a me, mi stringe la mano e se ne va. Non credo fosse realmente conscio di chi fossi. Qualche tempo dopo, rivedo Costello in televisione. Lo stavano intervistando per l’uscita di un suo album e un giornalista gli chiede cosa pensasse di me e se ci fossimo mai incontrati. Rispose: “Sì, ma non mi ha fatto una grande impressione”. Ci rimasi parecchio male: c’è un momento nella vita di ognuno di noi in cui ci scontriamo con il nostro eroe di sempre e quello ci fa sentire di merda. È un momento molto importante, si cresce di colpo.


Sei esploso giovanissimo e subito hai trovato chi credesse nel valore della tua opera.  Quale consiglio daresti ai giovani autori che si scontrano con le resistenze del pubblico e dell’editoria di oggi?
Non mi è mai capitato di pormi questo problema. Ricordo che a lezione di scrittura chi stava tranquillo al suo posto e non si distraeva è poi diventato un vero scrittore, un vero autore. Non so davvero cosa dire, leggete di più… e poi sposate qualcuno molto ricco!

I libri di Bret Easton Ellis

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