Intervista a Carla Vangelista

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“Credo di essere una donna romantica, ebbene sì”. Oltre ad essere romantica, Carla Vangelista è una donna minuta, bionda e che si veste sempre di nero. Ha un tono di voce placido, molto bello. Ci incontriamo per parlare del suo ultimo romanzo in un bar del quartiere Trieste. Il quartiere borghese per eccellenza di Roma. Quando le chiedo perché sceglie di raccontare un certo tipo di storie e lei mi risponde “Beh, mi guardo intorno” capisco molte più cose di quanto avrei voluto. A partire dal fatto che nel quartiere Trieste ci sono nata e cresciuta. E da lì sono fuggita.




Come scrittrice, hai alle spalle due esperienze di scrittura a quattro mani (con Silvio Muccino). Con questo tuo L’uso improprio dell’amore torni alla scrittura in solitaria… che differenza c’è tra le due esperienze creative?
In realtà le due esperienze condivise con Silvio non sono state molto differenti dallo scrivere da sola. Sia in Parlami d’amore che in Rivoluzione n.9 la narrazione dei protagonisti è tutta in prima persona. Quindi è come se io avessi comunque scritto “da sola”, mentre la trama, l’intreccio, se un personaggio ad esempio compie un viaggio verso una città anziché un’altra, ecco questo veniva discusso con Silvio, ma il processo di scrittura era esattamente lo stesso. Scrivere insieme a un altro autore mi piace molto ed è un processo che è molto utilizzato nella sceneggiatura. Avendo lavorato sia come dialoghista che come sceneggiatrice sono molto abituata a lavorare in équipe, forse per questo non ne ho mai sofferto, anzi lo trovo stimolante.

Nei tuoi libri ricorre uno schema: quasi sempre i tuoi personaggi sono “bloccati” in una condizione di frustrazione. Perché?
Beh… mi guardo intorno. E vedo più persone ingabbiate che persone libere. Mi ci metto anche io, non osservo da un trono privilegiato. E molto spesso questa gabbia ce la costruiamo noi, ci condanniamo alla infelicità, quando basterebbe prendere decisioni diverse. C’è questa tendenza a seguire degli schemi e a impartirsi degli ordini. È un tema che sento mio (sono andata a scuola dalle suore, indossavo una divisa…) ma che sento comune anche a tantissime persone.

Guy ed Elodie ‒ i protagonisti de L’uso improprio dell’amore ‒ giocano secondo alcune regole ed entrambi attraverso l’adesione a queste regole si “liberano”. Sembra paradossale che un essere umano possa sentirsi libero nell’aderire a regole molto “strette”…
Elodie ha scelto di vivere seguendo uno schema e delle regole dettate dalle sue esigenze motive, dalle sue fragilità e dalle sue paure. Guy invece è abituato fin dalla nascita a vivere secondo delle regole e dei valori imposti da altri: il decoro, la discrezione, il destino segnato da notaio. Guy vive immerso in regole carcerarie. Quelle di Elodie invece sono regole che ti chiedono di seguire solo il tuo desiderio e riescono a liberarlo perché distolgono la sua attenzione dalle regole imposte e gli fanno sperimentare un piacere che lui non conosceva. Sono regole di piacere, non di dovere.

Sei molto attiva sulla tua pagina Facebook. Racconti spesso della “ragazza che si trucca”… chi è?
È Elodie. È nata così: senza volerlo. Sei mesi prima della pubblicazione del libro, davanti allo schermo della mia pagina Facebook, mentre pensavo a cosa fare per parlare dei miei personaggi senza svelarne troppi dettagli, vedo passare avanti e indietro nella finestra del palazzo di fronte una donna e ho pensato che mi sarebbe piaciuto moltissimo far conoscere Elodie attraverso un paio occhi che la guardano senza sapere chi è e cosa fa. Ho pensato: “Cominciamo a far prendere confidenza i lettori con Elodie”. Ed è stato importante anche per me perché in questo modo l’ho conosciuta meglio anche io. Mi piace moltissimo indovinare le vite degli altri guardandoli da una finestra: è come andare al cinema, guardare un quadro. È immaginare e lasciare lavorare la fantasia.

I LIBRI DI CARLA VANGELISTA



 

 

 

 
 
 
 
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