Intervista a Carlo Annese

Carlo Annese
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Quando entro in libreria trovo Carlo Annese intento a prendere appunti. Attorno a lui siedono alcuni uomini anziani che mostrano foto scolorite, vecchie lettere incartapecorite, diari, biglietti di viaggio scoloriti e ricevute di denaro. Sono parenti di alcuni dei circa 94.000 soldati che vissero reclusi dal 1941 al 1947 nel campo sudafricano di Zonderwater. C'è persino un reduce, che da pochi giorni ha varcato la soglia dei cento anni, ma conserva una memoria lucidissima di quegli anni. Quando gli chiedono di autografare il libro Carlo Annese risponde loro dicendo: "In verità sono io che dovrei chiederlo a voi. Non so come ringraziarvi". A stento riusciamo a sottrarlo alle interminabili confessioni per potergli finalmente rivolgere alcune domande.     Come sei venuto a conoscenza dell’esistenza del campo di prigionia di Zanderwater?
Lo scorso anno, durante il mio viaggio di nozze in Sudrafrica mi sono imbattuto in un libraio di Città del Capo che mi raccontò, sia pure in forma vaga e imprecisa, questa storia. Il mio istinto giornalistico mi ha spinto a voler approfondire.

 


E come hai raccolto le prime informazioni attendibili?
In un primo tempo grazie alla straordinaria disponibilità di Emilio Coccia, che è il Presidente dell’Associazione Zonderwater Block di Pretoria, il quale mi ha aperto gli archivi e messo a disposizione materiale e informazioni. Successivamente mi sono posto l’obiettivo di mettermi in maniera sistematica sulle tracce degli ultimi reduci o dei discendenti di coloro che invece nel frattempo erano scomparsi. Dato l’elevato numero di militari che vi furono reclusi contavo di poterne rintracciarne un buon numero.  Ma non avrei mai immaginato di ottenere tanto. Pensa che molti di essi si riuniscono ancora oggi una o due volte all’anno. Per non parlare poi del passaparola.


Tutti disponibili a raccontare?
No, non tutti. Alcuni si sono fatti negare, hanno detto di non ricordare oppure che i genitori non amavano parlare di quel periodo. Sai, molti di loro dopo aver ottenuto il permesso di andare a lavorare all’esterno del campo avviarono alcune relazioni sentimentali da cui nacquero figli che poi non vollero rinascere e abbondarono al loro destino quando rientrarono in Italia. E poi alcuni avevano nascosto ai famigliari i propri trascorsi fascisti. Per fortuna la maggior parte di coloro con cui sono entrato in contatto, invece, hanno salutato con entusiasmo la mia iniziativa, fornendomi ogni sorta di informazione, foto o documenti in loro possesso.


Quali riscontri sta ottenendo il tuo libro?
Ottima. Siamo già alla seconda edizione. E poi, una volta uscito il libro, sono stato contattato da numerose altre persone, che hanno arricchito ulteriormente il mio bagaglio di informazioni. Ho raccolto tanto di quel materiale che potrei scriverne un secondo volume. Sono stati anche acquisiti i diritti per realizzarne un film o una fiction, non so ancora con esattezza. Staremo a vedere. Ma intanto mi godo il piacere di ascoltare i loro racconti. Con alcuni di loro ho stretto un rapporto di vera e propria amicizia, suggellata da continui scambi di mail e telefonate.

 
Ti sei fatto un'idea della ragione per la quale la storiografia italiana non si è mai occupata di Zanderwater?
Credo prevalentemente per motivi di opportunità politica. Al termine della guerra si è preferito parlare soprattutto dei nostri soldati detenuti nei campi di concentramento sovietici, per via della propaganda anticomunista. E poi le forze anglo-americane erano quelle che ci avevano liberato e dunque non c'era interesse ad andare a ficcare il naso nei loro campi di prigionia.

 
Il fatto che il libro dedicato molto spazio agli avvenimenti sportivi che si svolgevano a Zanderwater è dovuto alla tua professione?
Lo sport era l'architrave su cui si reggeva il regime fascista. Naturale, dunque, che i nostri soldati fossero appassionati soprattutto di calcio e pugilato e siano riusciti ad alleviare le sofferenze della reclusione proprio
attraverso lo sport.

 
Perché "I Diavoli”? 
“I Diavoli Neri” – come hai avuto modo di leggere nel testo - era il nome della squadra di calcio più forte, tra quelle che diedero vita ai campionati di Zanderwater. Era costituita dai fedelissimi dl Duce, gli irriducibili. Che poi furono quelli per vennero rimpatriati per ultimi. La loro vicenda credo sia fortemente simbolica.

 
Progetti futuri?
Per il momento continuo ancora a raccogliere testimonianze su questo aspetto della nostra storia passata. E mi appassiono alle vicende di questi uomini. Non a caso non ho voluto fare di questo libro un volume di storia, che certamente sarebbe risultato noioso al grande pubblico dei lettori; ma ho inteso privilegiare gli aspetti umani che sono quelli che catturano maggiormente la loro e la mia curiosità.

I libri di Carlo Annese

 

 

 
 
 
 
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