Intervista a Carlo Deffenu

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La storia raccontata nell’ultimo libro di Carlo Deffenu mi è continuata a rimanere in testa (e nella pancia, e nel cuore e negli occhi) per molto tempo, una volta terminata la lettura. È per questo che ho deciso di rivolgergli alcune domande, per curiosità e interesse nei confronti dell’autore di una storia tanto intensa. L’intervista è stata condotta – per comodità – via mail: pochi convenevoli, uno scambio di battute avvenuto nel corso di una mezza giornata. Carlo si è dimostrato molto disponibile e, come gli ho confessato a fine intervista, ho ritrovato nelle sue risposte la stessa miscela di ironia e amarezza che tanto ho apprezzato nel suo romanzo.




Partiamo dal titolo del tuo romanzo: che cos’è La memoria del corpo?
Il nostro corpo ricorda tutto il nostro percorso umano. Lo ricorda con segni, ferite, rughe e cedimenti. Lo ricorda con nodi in gola, salti di cuore e fughe del cervello. Siamo involucri che non contengono solo organi, sangue e cellule. Ma in noi c’è molto di più: una storia.

Alla luce di ciò, quanto è importante seguire il nostro corpo – i nostri sensi, l’istinto – piuttosto che la nostra mente nelle scelte quotidiane? A volte penso che il corpo abbia un’intelligenza superiore alla nostra mente...
Il corpo ci parla. Lancia dei segnali. Spesso sa prima della mente - un labirinto confuso di sensi di colpa, paure e insicurezze - quello che è più giusto per la nostra felicità.

E quale è la tua idea di felicità, esiste dunque?
Credo che si parli di attimi fugaci. Molto fugaci. Almeno per la mia esperienza diretta. Firmerei qualsiasi foglio o documento per una serenità prolungata. Evitando patti satanici.

La serenità è data dalla sincerità verso se stessi, come sembra emergere dal tuo romanzo?
La sincerità verso se stessi! Impresa epica. Quanto lo siamo davvero nella vita reale? Credo molto poco. Il romanzo racconta anche questo: una storia di coraggio dove il corpo diventa la prima bandiera di libertà.

Perché è così difficile essere sinceri proprio in famiglia, luogo dove dovremmo sentirci sempre a nostro agio e amati?
La famiglia (quale poi?) non sempre ci rappresenta e ci aiuta a esprimerci del tutto. Ci nutre, ci protegge, ci educa (quando lo fa), ma l’ascolto profondo e reale di sogni e bisogni è un limite che non sempre si supera con leggerezza.

A proposito di educazione. Oggi vedi nella quotidianità più rispetto e consapevolezza nei giovani in confronto agli anni ’90 in cui è ambientato il romanzo?
Se ci dovessimo basare sui fatti di cronaca anche recenti, direi che la deriva è alquanto evidente. Però è sicuramente vero che c’è maggiore sensibilità verso alcuni temi come l’omofobia e il bullismo. Un ragazzino gay negli anni ’90 possedeva meno strumenti e mezzi per uscire fuori e auto-determinarsi di quanto ne abbiano ora i ragazzi nati dopo il 2000.

Il personaggio di Elsa è meraviglioso. Una donna forte e piena di dubbi, spaventata ma che dona libertà. È ispirata a qualcuno?
Elsa è ispirata a molte donne che ho conosciuto nella mia vita reale. Donne coraggiose, complesse, contraddittorie e imperfette. In questa eterna mitologia molto italica della mamma perfetta, Elsa, al contrario, è una madre-donna capace di sbagliare, di mettersi in discussione, di toccare il fondo dell’abisso per darsi la spinta giusta per tornare verso la luce. Una donna capace di scelte estreme e autolesioniste. Per amore... capita.

Ultima domanda. È stato pesante scrivere questo libro?
Direi liberatorio. L’idea mi bruciava in testa. Chiedeva voce. Io ho solo deciso di assecondarla.

I LIBRI DI CARLO DEFFENU



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