Intervista a Carlo Lucarelli

Al Festival del Giallo di Pistoia 2017 - una delle manifestazioni organizzate nel quadro di Pistoia Capitale Italiana della Cultura 2017 - incontriamo Carlo Lucarelli, ospite impeccabile e persona squisita, disponibile a raccontarsi con voce pacata, senza fretta, con lo sguardo attento e gentile di chi vive per tanto tempo immerso nel “male”, ma che nonostante tutto continua a credere nella possibilità del bene. Lucarelli esprime la propria creatività utilizzando con successo e intelligenza tutti i mezzi di comunicazione che il mondo contemporaneo mette a disposizione: tv, radio, fiction, fumetti. Ma soprattutto è e vuole rimanere uno scrittore di romanzi.




Con Intrigo italiano torna il Commissario De Luca: come scegli a quale personaggio affidare il racconto di una certa storia? E in generale che rapporto hai con i tuoi personaggi, esistono solo su carta oppure in qualche modo abitano assieme a te?
Ci sono storie che possono essere raccontate solo da un determinato personaggio e non da altri. Ho capito fin dall’inizio che questa era di De Luca, già nei i primi due romanzi questo commissario mi ha raccontato pezzi di storia italiana ambientati alla fine della guerra. Quando mi è venuta in mente una bella storia (bella almeno secondo me) per spiegare quello che succedeva all’inizio degli anni novanta con la fantomatica banda della Uno Bianca e ancora non si conosceva quello che sappiamo oggi, il commissario De Luca non era in grado di raccontarmi quella Bologna, allora è venuto fuori l’ispettore Coliandro. In seguito volevo parlare di nuovo di Bologna, però una Bologna più inquieta, più smarrita di quella di Coliandro, più intima. Coliandro non era in grado di descriverla, De Luca sarebbe stato troppo vecchio e allora è arrivata Grazia Negro. Così faccio, a volte mi vengono in mente delle vicende e mi chiedo: “Chi me la racconta questa?” E viene fuori il personaggio che metaforicamente mi dice: “Io! La so io!”.

Che Italia è quella degli anni ‘50 in cui si muove De Luca, e soprattutto che Bologna è?
Beh, quell’Italia lì è un’Italia che mi interessa molto, su cui avevo letto nei settimanali, in casa mia c’erano pacchi di giornali di quegli anni, io li ho letti più avanti, negli anni settanta! L’Italia degli anni cinquanta mi ha sempre incuriosito parecchio, era un’Italia strana che stava a metà, non era più quella povera della guerra, ma non era ancora quella ricca, o che si credeva ricca, del boom economico. Era il periodo della guerra fredda e l’Italia era geograficamente e politicamente schierata, però allo stesso tempo non in modo così chiaro, piena di intrighi sicuramente. Anche Bologna in quel periodo era molto particolare: una città ricca, però anche una città comunista, quindi non si sa bene dove collocarla. Inoltre era una città curiosissima, diversa da quella di adesso. Il bello di quando si scrive è anche scoprire delle cose nuove, ho scoperto che Bologna era una città d’acqua, piena di canali navigabili con un sacco di lavandaie che lavavano i panni sui pontili di cemento lungo i canali. Ora al loro posto in pieno centro c’è un parcheggio, è impensabile! Allora era una Bologna in cui si cantava in continuazione, piena di jazz band, che cominciavano a nascere in quel periodo, di orchestrine da ballo, di balere, di canzoni leggere, tipo Sanremo, un bel posto vivace e sicuramente contraddittorio.

Perché i gialli ambientati in altre epoche storiche affascinano così tanto scrittori e lettori? Quanto l’ambientazione aiuta a creare emozioni?
Sì, l’ambientazione aiuta, sicuramente. Aiuta per due motivi: da una parte perché è una specie di cornice estraniante, per cui ti ritrovi proiettato in un altro posto e questa cosa nutre l’immaginario. Se lo sai raccontare bene ‒ non tanto perché sei bravo, ma perché hai studiato e soprattutto hai a che fare con un immaginario che la gente riconosce ‒ beh, sono tantissime di più le cose che brillano intorno a quello che stai raccontando. La scena ambientata in Italia ma in un’epoca passata sembra qualcosa in più, però se fosse semplicemente così, sarebbe pura narrativa di genere: scegli di ambientare negli anni trenta perché ti piace sentire Il pinguino innamorato piuttosto che l’ultimo successo di Sanremo. In realtà il vero motivo è che ci sono tanti momenti storici che tu puoi utilizzare per raccontare l’oggi. Molte volte raccontare una cosa avvenuta oggi è più difficile, perché ci siamo dentro. Io ho sempre fatto così, il commissario De Luca arriva e mi racconta un momento dell’Italia di allora, dove in realtà trovo le radici dell’Italia di oggi, di quei fatti che per me ora sono impossibili da raccontare perché non ne ho capito bene il meccanismo, ma che sento di dover mettere in scena. A volte, diciamo tante volte, è più facile guardare le cose con il binocolo girato al contrario, perché se ti allontani noti di più i dettagli, scopri i meccanismi, sei meno coinvolto, metti in scena gli avvenimenti in una cornice che ti sembra staccata e osservi quanto accade. Il più delle volte sono gli stessi meccanismi dell’epoca contemporanea.

Ultimamente il binomio romanzi noir-fiction televisive è diventato di gran moda anche in Italia. Tu che sei anche un grande uomo di televisione come giudichi la media delle fiction di questo genere? E cosa si prova a far passare un proprio romanzo attraverso gli inevitabili compromessi legati a una produzione televisiva?
Parto dall’ultima domanda. Sì, ci sono degli inevitabili compromessi, a volte possono essere un tradimento altre una nuova interpretazione. Faccio un esempio: quando il commissario Montalbano è arrivato in televisione, un sacco di gente ha scritto ai giornali dicendo che Zingaretti non è il Montalbano dei romanzi, perché… e ognuno dava la propria descrizione di Montalbano e ogni descrizione era diversa dall’altra. Allora se tu puoi avere dieci commissari Montalbano, allora va bene anche Zingaretti, perché Zingaretti non tradisce Montalbano. È un’interpretazione. Tante volte passare dalla parola scritta, che ha il suo punto di forza nel fatto di essere evocativa, ad un altro mezzo che ha il suo punto di forza invece nella visibilità, genera un compromesso, ma se non è un tradimento, sono due modi di vedere la stessa cosa. Finora, per fortuna, sono passato attraverso compromessi che mi sono piaciuti. Il commissario De Luca è diventato protagonista di quattro film per la televisione che mi sono piaciuti molto, Coliandro è diventato un personaggio diverso da quello che ho descritto nei romanzi, ora è molto più simpatico e politicamente scorretto, il mio invece è disperato e molto cattivo. Per quanto riguarda la media delle fiction dipende, come tutte le cose si possono fare bene o male, se uno pensa che fare una fiction noir sia semplicemente mettere un poliziotto e un morto ammazzato sbaglia naturalmente, perché il noir ha una sua grammatica che devi rispettare anche se sei in televisione. Molte volte le produzioni televisive hanno una visione semplicistica, pensano che si possa fare una fiction mettendoci dentro tutto e cercando di piacere a tutte le persone, comprese quelle a cui non piacciono i gialli, invece questo è un errore. Tuttavia ci sono anche molte fiction gialle belle che io guardo volentieri.

Cosa ti appassiona di più quando scrivi: un poliziesco, un romanzo storico, un saggio o una sceneggiatura?
Scrivere romanzi. Sono uno scrittore di romanzi, poi come narratore mi capita di occuparmi di altre cose, con altri mezzi, che mi piacciono molto, per esempio raccontare le storie in radio come ho fatto con “Di Giallo”. È chiaro però che se mi viene in mente una storia adesso, quando prendo la macchina e vado via, mentre torno a casa, una storia originale mia, una trama da raccontare, mi viene subito in mente come pagina uno, capitolo primo, paragrafo, punto e capo, capitolo due. Non Scena, interno, esterno.

Le tue trasmissioni sono indagini, ricostruzioni minuziose di delitti oscuri. Hai mai la tentazione di dare una tua personale conclusione? Come riesci a evitare di confondere i confini tra narrativa e realtà, a non trasformare le persone protagoniste di un’indagine in personaggi?
Ho avuto la tentazione, mi sarebbe piaciuto, ma non lo posso fare. Quando racconto storie che mi invento, da qualche parte arrivo, c’è una conclusione: magari non è la conclusione che mi piace di più, ma è quella che è giusto che ci sia. Nelle storie reali non si può, sono storie misteriose. Tutti i casi di cui si siamo occupati, di cronaca, storici o politici, le stragi, le mafie, non hanno una conclusione positiva, non sono spiegati fino in fondo, io non mi posso permettere di dare una mia interpretazione. Il mio compito è quello di mettere in fila i fatti e di raccontare la storia creando delle emozioni nella gente che mi guarda, non di dare una mia spiegazione, che è un mestiere fatto da altri, i giornalisti o gli storici per esempio, io faccio un altro lavoro, sono un narratore. Non solo, se dessi una mia interpretazione su fatti di cronaca mancherei di rispetto a chi l’ha vissuti, sarebbe aggiungere degli elementi a una cosa realmente avvenuta, a parte che finirei in galera o sarei querelato, non si può sempre dire tutto quello che si vuole! Ci sarà almeno un quaranta per cento di roba che io sono convinto sia vera da quando faccio Blu Notte, ma che non lo posso dire perché è giusto, non ho le prove. La cosa interessante è anche confrontarsi, il modo di mantenere le persone non personaggio è una cosa che abbiamo scoperto la prima volta che abbiamo fatto Mistero in blu. Si trattava di casi di cronaca, siamo partiti con la logica di metterci dei paletti, per non cascare troppo nella smania di cronaca, che viene naturale quando racconti certe storie. Il primo paletto è stato: non useremo mai la parola, che è legittima, “cadavere”, perché è un termine troppo da cronaca nera. Questo ci ha obbligato a chiamare il corpo disteso per terra, che legittimamente si chiama cadavere, con il nome suo, ad esempio la sig.ra Clotilde. Quando si comincia a parlare della sig.ra Clotilde e non del cadavere riverso in un lago di sangue, resta una persona anche se è morta, è la sig.ra Clotilde e cominci a guardarla in altro modo. Questa è stata la guida delle nostre trasmissioni, noi stiamo comunque raccontando la storia di quell’individuo steso per terra, che era comunque una persona, che aveva tante sfaccettature, che noi vogliamo scoprire per capire chi era, al di là di tutto quello che è successo, degli schizzi di sangue o del probabile assassino.

Narrare un fatto di cronaca per avvicinarsi il più possibile alla verità è giusto, ma qual è il confine tra ricostruzione particolareggiata necessaria e gusto del macabro?
Tutto quello che dico deve essere una risposta al perché te lo racconto. Se ti dico che la tizia è stata uccisa con dieci coltellate e dove, lo faccio solo perché esiste una dinamica che devo spiegare, se questa dinamica non c’è non ho ragione di spiegartela, non c’è motivo che ti dica quante coltellate e così via. A volte si fa per sconvolgere chi sta ascoltando, ma deve esserci comunque una motivazione. Una volta raccontammo un delitto di mafia che per un certo periodo avevamo sempre definito come “il fallito attentato al giudice Palermo” che in realtà è “la realizzata strage di Pizzolungo” nella quale morirono tre innocenti che non c’entravano niente. Noi stessi ce n’eravamo dimenticati, fino a quando non abbiamo incontrato la sorella dei bambini uccisi che ci ha chiesto come mai quella triste vicenda fosse sempre messa nell’elenco dei falliti attentati. Aveva ragione, non ci aveva sconvolto abbastanza! Perciò quando l’ho raccontato, sono andato nei dettagli di quanto è successo a questi due bimbi e ho dichiarato il perché l’ho raccontato in quel modo: perché così non ce lo dimenticassimo più! Ecco allora in casi come quello, mi sento di poter dire qui vi faccio vedere il sangue, in un altri non c’è ragione. Il gusto per la cronaca nera c’è sempre stato, ma ora s’indulge troppo, la domanda per capire il confine è sempre la stessa: perché me lo racconti? Se è per fare audience, allora non vale, falla in altro modo, se però me lo racconti per un motivo bene preciso, può andare bene. La cosa che non funziona, il più delle volte, è il raddoppio dell’effetto, pensare che se c’è un morto è male, se sono due è peggio, tre ancora di più, in realtà la sig.ra Clotilde resta la sig.ra Clotilde, anche se non fosse morta e stesse solo male, è il motivo per cui ti racconto di lei che di per sé è la cosa importante.

Quali sono le abitudini malsane che più ti colpiscono dell’epoca contemporanea?
Beh, la velocità. Per esempio, appena avviene qualcosa, passati tre secondi dobbiamo dare una risposta, fare un commento. Succedeva un tempo e continua a succedere anche adesso, di intervistare un autore di gialli su fatti di cronaca. Ti chiamavano al telefono e ti dicevano “È appena avvenuto… una cosa incredibile”, e tu “Oddio! Non l’ho letto sul giornale”, e loro “No, è avvenuta due ore fa. Posso farti una domanda?”, “Beh, veramente non ne so niente!”, “Non importa, te lo racconto io…”. Ma alla fine la domanda era: “Secondo te chi è stato?”, che riassume l’atteggiamento che oggi si è ancor più aggravato con i social. Ora succede una cosa e subito si commenta su twitter o facebook o altro, veloci, senza neanche averci pensato, poi scopri che non era vero niente. A me è successo di vedere un lancettino ANSA che mi ha fatto venire in mente una storia incredibile e avrei voluto postare subito una risposta, ma avevo sbagliato a leggere, avrei iniziato una polemica su niente.

Il contest Bottega delle Finzione è un nuovo modo di fare formazione, ma anche occasione per valutare la sensibilità narrativa dei giovani, quali sono, se ci sono le nuove tendenze?
Non ci sono tendenze, nel senso che ci confrontiamo con gli allievi che vengono per realizzare dei progetti attraverso il lavoro pratico. Non valutiamo solo un certo tipo di narratori! Continuiamo a avere tante adesioni, allievi di tutte l’età, abbiamo perciò capito che esiste una creatività narrativa enorme nel nostro paese. Si tratta soltanto di darle uno sbocco, di sfruttarla, abbiamo narratori italiani, quale sia esattamente la tendenza non ci interessa, dobbiamo solo dare loro gli strumenti per narrare.

Scrivere di delitti, parlare di delitti in tv, in radio: il nero, la continua visione del lato oscuro non ti stanca proprio mai?
No, magari! Sì, oddio, ne farei anche a meno! Purtroppo fa parte della vita. Mia moglie una volta è salita su dove abbiamo una libreria che ho organizzato per argomenti e nella quale c’è uno scaffale che ho intitolato “Violenza, tortura e morte“ e lei mi ha detto “Ma sei matto!”. Un’altra volta ho ordinato tutta una serie di libri sullo schiavismo e lei ha commentato: “Ma sempre queste cose tremende!”. Mi sono specializzato in un certo campo che è la metà oscura, che non è solo un lavoro, non lo faccio perché mi piace così tanto il lato oscuro, lo combatto, mi piacerebbe vivere in un mondo in cui il mistero non c’è e me lo devo inventare io un mistero sul perché le farfalline volano così a zig-zag, ma purtroppo viviamo in un mondo così. E come diciamo sempre è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare!

I LIBRI DI CARLO LUCARELLI


 

 

 

 
 
 
 
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