Intervista a Carlos Ruiz Zafón

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Metti una mattina a Milano con Carlos Ruiz Zafón. Lo scrittore catalano è in tour in Italia per promuovere il quarto dei romanzi della serie de Il cimitero dei libri dimenticati e incontra i bookblogger in un grande albergo del centro. Ne vien fuori una sorta di conferenza stampa ricca, viva, appassionante. Le domande sono tante, ci siamo anche noi di Mangialibri.




Da dove nasce l’ispirazione per la tua tetralogia de Il cimitero dei libri dimenticati?
La maggior parte delle mie storie cominciano con un’immagine, e i romanzi de Il cimitero dei libri dimenticati non fanno eccezione. In questo caso l’immagine che mi è venuta alla mente è quella di una misteriosa libreria in cui ci fosse posto solo per i libri dimenticati, pian piano ho iniziato a rifletterci, a chiedermi cosa significava per me quella immagine e ho capito che non ci vedevo solo libri dimenticati ma anche idee dimenticate, persone dimenticate. Era qualcosa che aveva a che fare con la memoria, quindi con la nostra identità, con quello che ci rende umani: siamo ciò che ricordiamo, meno ricordiamo e meno umani siamo. Ho capito che c’era una storia nascosta dietro quell’immagine e ho cominciato a costruire i personaggi, gli eventi, l’ambientazione.

Qual è il tuo rapporto con Barcellona, la tua città natale, e come si è trasformato da quando vivi a Los Angeles?
Barcellona è mia madre, è il luogo dal quale vengo e dove ho vissuto tanto tempo. Ancora oggi ci passo periodi di tempo lunghi, credo che ogni scrittore arrivi a un punto della sua vita in cui sente il bisogno di tornare a casa, di approfondire il rapporto con il luogo da cui è partito per il suo viaggio nel mondo. Mi piace scrivere di Barcellona non solo per come è, ma per come potrebbe essere: credo che le grandi città siano piene di possibilità e che i personaggi possano aiutarti a definire l’essenza ‒ anzi, le diverse essenze ‒ della città di cui stai scrivendo. Per esempio la Barcellona nebbiosa e misteriosa della tetralogia de Il cimitero dei libri dimenticati ci aiuta secondo me a superare il cliché della Barcellona festaiola e solare che viene sempre descritta da tutti. Sì, c’è un clima stupendo, un sacco di locali e caffè, di negozi e così via, è una parte importante della città ma non è la sua essenza. Io volevo invitare i lettori ad entrare in Barcellona da una porta diversa, da una porta sul retro.

La storia della Spagna moderna è senza dubbio segnata dalla tragedia della Guerra civile. Come è stata vissuta dalla tua famiglia e da te questa parentesi sanguinosa e la dittatura che ne è seguita?
Sono nato nel 1964. Questo vuol dire che negli anni della mia infanzia il regime di Francisco Franco era già al tramonto, lui era vecchio e debole e si percepiva un’apertura, un ammorbidimento. La situazione non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella dei primi anni della dittatura, anni di vendette e repressioni feroci, di violenza. Di certo io essendo un bambino non mi interessavo della fase politica che viveva il regime, a maggior ragione in quel clima più “rilassato”, per così dire. E durante la Guerra civile i miei genitori erano bambini, quindi debbo dire che non è mai stato un argomento centrale a casa nostra. A questa sfera privata si intreccia un grande tema pubblico: il grande silenzio che cala sulle guerre, soprattutto le guerre civili e soprattutto sulla Guerra civile spagnola. La gente non amava parlarne, non ne parlava, guardava al presente e al futuro a meno di trovarsi di fronte un protagonista di quei fatti e interrogarlo in merito il tema non veniva mai fuori. Era questo in fondo il segnale da cui si percepiva che qualcosa di terribile era successo. A Barcellona – anche se nessuno ne fa mai cenno – ci sono zone dove pare di essere a Berlino, cammini e ti domandi subito istintivamente “Che diavolo è successo qui?”, persino oggi. Figuriamoci negli anni Settanta, quando ero un ragazzino. Ecco come mi ha influenzato la tragedia della Guerra civile.

Quanto c’è nella tua scrittura e nella tua opera della grande tradizione degli scrittori catalani?
Credo che ogni scrittore – e ogni artista, anzi ogni persona – si muova nel solco di una tradizione. Io non faccio eccezione. Ho tante influenze, di alcune sono consapevole di alcune no. Un romanzo che per me è stato decisivo per esempio è Nada di Carmen Laforet, che consiglio a tutti per comprendere davvero cos’è Barcellona, la vera Barcellona. Raggiunge l’osso della città e della sua gente, dà conto alla perfezione del vuoto di cui vi parlavo. Un grande libro davvero. Un altro autore assolutamente necessario è Eduardo Mendoza, che ha fatto qualcosa di grandioso per la Letteratura spagnola: ha riportato al centro lo storytelling, il plot.

Hai iniziato come scrittore per ragazzi: come è avvenuto il passaggio alla narrativa per adulti?
Ho iniziato a scrivere libri per ragazzi un po’ per caso. Non ne avevo alcuna intenzione, ho sempre pensato che fosse un mestiere complicato e delicato. Ma è successo che Il principe della nebbia, il mio romanzo d’esordio, nei primi anni Novanta ha vinto in Spagna un Premio importante di Narrativa per ragazzi malgrado non lo avessi affatto scritto per ragazzi. A quei tempi la mia unica, pressante preoccupazione era trovare un modo di sopravvivere facendo lo scrittore e quando mi sono accorto del successo che stava avendo il libro ho capito che non potevo non saltare su quel treno. Così ho iniziato a scrivere un sequel ma avevo come la sensazione di barare: “Ehi, io nemmeno volevo scrivere un libro per ragazzi, non so come si fa”. Così ho scritto per tutti senza pensarci troppo su e quando ho sentito che era il momento di scrivere libri per adulti, quelli che volevo scrivere sin dall’inizio, sono passato a quelli e basta ed eccomi qua. Scrivo per persone che amano leggere, senza chieder loro l’età. E poi ci sono ragazzi che sono lettori profondissimi e adulti che non lo sono, quindi è una suddivisione che ha poco senso.

Non tutti sanno che hai una grande passione per la musica e suoni molto bene il pianoforte. Che relazione c’è tra musica e scrittura per te?
La musica è forse la cosa che mi piace di più al mondo assieme ai libri ma forse più dei libri. Ho sempre amato e ascoltato la musica, sin da quando ero bambino, anche se non ho avuto la fortuna di poter avere un’educazione musicale vera e propria. Quando ho deciso di provare a fare lo scrittore ho deciso anche di tenere la musica come hobby, senza aspirazioni professionali. Ma per me musica e scrittura hanno un rapporto molto stretto: quello che più mi interessa è il linguaggio, che è l’ingegneria delle cose, determina la struttura delle cose. E il linguaggio della musica è estremamente tecnico, raggiunge una precisione che altri linguaggi non riescono a raggiungere. Così di solito mentre sto scrivendo una storia, un libro, sono abituato a scrivere anche la colonna sonora di quel libro – a proposito, questa musica è scaricabile online in modo del tutto gratuito da chi fosse interessato – e questo mi permette di entrare più profondamente nel processo creativo, di “scrivere attorno” al libro definendone meglio l’atmosfera. È insomma parte del mio modo di lavorare, non potrei farne a meno: mi approccio alle parole come mi approccio alle note musicali, come quando si costruisce una sinfonia piena di strumenti, colori e dinamica musicale.

I LIBRI DI CARLOS RUIZ ZAFÓN


 

 

 

 
 
 
 
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