Intervista a Carmine Mangone

Carmine Mangone
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Nato a Salerno ma residente a Firenze, ha all’attivo numerose pubblicazioni tra proprie raccolte di poesia e traduzioni di autori francesi. Non solo, ma è anche un instancabile organizzatore di incontri ed eventi culturali ed è presente sul web con alcuni blog frequentatissimi. In questi giorni si trova nelle Marche per una serie di incontri di presentazione del suo ultimo libro. Una ghiotta occasione per fare due chiacchiere con lui.
Com’è possibile che nelle tue poesie manifesti una capacità di empatia così profonda con il sentimento amoroso e nello stesso tempo ne denunci gli effetti destabilizzanti? Non ti senti come un Giano bifronte?
Un Giano Bifronte? Uhm… Ma vedi, io credo che sia nella natura di ciò che tu definisci “sentimento amoroso” l’essere in perenne oscillazione tra gli estremi. L’amore mette in discussione le abitudini, pretende tutto il tempo, tutto lo spazio, entrando quindi inevitabilmente in conflitto con ciò che possiamo chiamare l’ambito della necessità, ossia con tutte quelle dinamiche che ingabbiano l’uomo “civilizzato” all’interno dei ritmi imposti dal lavoro, dalla merce, dalle strutture di potere. L’amore autentico, nel rapporto tra gli amanti, tende sempre alla totalità della presenza. Il guaio è che spesso diventa “totalitario”, mettendo così in crisi la stabilità stessa di quella presenza. La mia poesia riflette quindi, per forza di cose, anche le contraddizioni dell’amore, ma soprattutto, se mi passi la definizione forse peregrina, le sue lampanti pulsioni eversive. La comunità degli amanti, nel difendere l’esigenza di una totalità dell’amore, si pone infatti invariabilmente contro i vincoli e le consuetudini imposti dalla società. Ma dicendo questo, credo di non essere particolarmente originale. D’altronde, per ciò che concerne il pensiero dell’amore e della comunità, io mi pongo nella scia di poeti e intellettuali come Breton, Bataille e Blanchot.
 
Come si può definire allora la tua poesia? Poesia d’amore ma non di genere?
Non amo molto le etichette. Comunque sia, molti dei miei frammenti poetici degli ultimi due anni si potrebbero definire ironicamente: “poesia amorosa di circostanza”. In realtà, a ben vedere, presentano al loro interno una tensione che è sempre anche teoretica e “politica”. Il testo che apre Mai troppo tardi per le fragole e che, non a caso, campeggia in quarta di copertina (“La comunità ingovernabile”), è emblematico, poiché rappresenta una sorta di manifesto, di ingiunzione, di augurio per la proliferazione delle comunità amorose. Non dimenticare poi la seconda sezione del libro che, nel raccogliere aforismi e scritti brevi (elaborati per altro diversi anni fa), si pone almeno formalmente verso un oltrepassamento e uno sviluppo ulteriore della mia scrittura poetica, ibridandola con chiari elementi filosofici e post-situazionisti (ebbene sì, l’ho confesso, ho letto e mal digerito anche gente come Debord e Vaneigem!).
 
L’ardore poetico che spinge i tuoi versi è più indice di identificazione, materiale di comunicazione, o addirittura tentativo di contaminazione?
Io credo che concorrano e si possano accettare un po’ tutt’e tre le chiavi di lettura. L’interno e l’esterno, forma e sostanza, struttura e contenuto, per me, non fanno altro che rincorrersi. La mia poesia vuole quindi essere sia una testimonianza dell’esperienza amorosa personale, sia uno sprone, un incitamento a provare, a mettersi in gioco, a realizzare le possibilità dell’amore.
 
Mai troppo tardi per le fragole: come dire uno stimolo alla rinascita e alla valorizzazione dei sentimenti?
Sì, il significato è evidente. Anche se… beh, è ovvio che bisogna scartare a priori le fragole coltivate industrialmente!... Il sapore buono dell’amore si ritrova nei momenti in cui riusciamo a eludere la morte e a magnificare il tempo dell’affetto senza vincolarci alla durata. Non facile, certo, ma neanche impossibile.
 
Ci parli di Valentina? Ci racconti com’è entrata nella tua esistenza?
Io e Valentina Mosca ci siamo conosciuti tramite i nostri rispettivi blog alla fine del 2006. Il nostro è stato un amore nato grazie alla poesia e a quella medesima attitudine poetica verso il mondo che ci ha fatto entrare immediatamente in un’empatia profonda. Vero e proprio amour fou. Folgorante, ma anche devastante. È stato infatti un rapporto nato e sviluppatosi da subito all’insegna del “troppo”, un incessante andare e venire da un estremo all’altro, una compenetrazione assoluta (e talvolta delirante) nel bene come nel male. La sua intensità però è diventata ad un certo punto insostenibile. Non si può reggere a lungo un amore abissale e anarchico come lo è stato il nostro. Ci siamo lasciati di recente da buoni amici. Valentina è un’ottima poetessa. Le auguro tutto il meglio. Ha sofferto molto nella vita. Si merita quindi tutta la felicità che va cercando da anni. Io l’ho amata perdutamente, ma non ho saputo darle quella stabilità che avrebbe voluto, non era possibile all’interno di un rapporto “folle” come il nostro.
 
Hai all’attivo numerosi libri realizzati con varie case editrici. Quali sono le difficoltà che incontra un autore di poesia per essere pubblicato? 
Mah, io mi considero fortunato. Non ho mai avuto soverchie difficoltà a pubblicare. E poi, detto per inciso, con gli attuali mezzi tecnologici, come ad es. i servizi tipografici legati al sistema print-on-demand, credo che chi voglia pubblicare possa ormai farlo senza il concorso di un editore. L’importante è che sia in grado di sbattersi per diffondere e perorare la propria opera. Io ho dato via 200 copie del mio precedente libro senz’avere alle spalle alcuna distribuzione commerciale, solo grazie ai miei reading e ai contatti che ho su Internet. Non è cosa da poco per un libro di poesie. Ma bisogna crederci e impegnarsi in prima persona, questo è ovvio.

 
E’ la vita che invariabilmente influenza la poesia, oppure la poesia può ancora costituire uno stimolo, un inno alla vita stessa? 
Io resto ancora convinto che la poesia possa migliorare il mondo e le carte in tavola (senza per questo barare) andando ad incidere sulla vita dei singoli. Ne sono più che mai convinto. Ma va fatta uscire dai libri, va portata al mondo attraverso i corpi e le voci. I libri sono solo tappe, strumenti, cassette degli attrezzi.
 
Leggendoti ed ascoltandoti recitare i tuoi versi sembra che tu scriva per puro diletto, per spirito di condivisione. Ma nel bilancio finale conta di  più ciò che offri oppure ciò che ricevi?
La condivisione e la qualità della condivisione sono per me fondamentali. Innescare un confronto orizzontale con chi mi ascolta o mi legge è un elemento irrinunciabile della mia attività poetica, perché – solo attraverso il momento relazionale – la comunicazione della mia poesia può diventare la base, la chiave di volta per la creazione e lo sviluppo di quella comunità ingovernabile fondata sull’amore e l’amicizia che mi pongo come obiettivo primario del mio percorso esistenziale, estetico e politico.
 
Quali sono i tuoi poeti di riferimento?
In questo frangente leggo solo René Char e poco altro. La poesia di Char è immane, definitiva, da togliere il fiato. Per il resto, i miei riferimenti letterari sono ormai quasi tutti extrapoetici. Amo in particolar modo gli autori che hanno uno stile aforistico. Molte delle mie stesse poesie non sono altro che insiemi di aforismi “mascherati”.
 
Qual è il libro che ricordi di aver letto con maggiore tensione? Quello dal quale magari hai tratto ispirazione per iniziare a comporre versi?
Ho iniziato a scrivere con una certa organicità molto tardi, intorno ai vent’anni, dopo aver scoperto L’antologia dell’humour nero di André Breton. Quel libro mi ha aperto un orizzonte vastissimo e lussureggiante. Da lì ho letto i surrealisti (alcuni dei quali ho poi tradotto in italiano, come Benjamin Péret e Joyce Mansour) e letteralmente divorato quell’opera abissale e sconvolgente che è ancora oggi Les Chants de Maldoror del conte di Lautréamont. Ma tanti sono stati gli autori e i pensieri che mi hanno de/formato: Max Stirner, il Bataille della rivista Acéphale, Nietzsche, Cioran, il Péret de’ Il disonore dei poeti, Maurice Blanchot, ecc. ecc.
 
Che cosa fai quando non componi poesie?
Tralasciando il lavoro e simili noie, cerco di cogliere la bellezza possibile della vita, cerco di amare, tento di osteggiare tutto ciò che si pone contro l’amore. E ne condivido il più possibile l’esperienza coi miei pochi, inestimabili amici.
 
Quali altri generi letterari frequenti d’abitudine?
Leggo pochissimo in questo periodo e, per lo più, mi perdo in svogliate riletture. Di solito bazzico solo la poesia (spesso sul web), un po’ di filosofia e qualche raccolta di aforismi. Evito romanzi e narrativa. Non m’interessano le storie degli altri.
 
L’ultimo libro letto?
Ho riletto alcune prose brevi della Duras e Thomas l’obscur di Maurice Blanchot. Scritture al limite. Opere esacerbate dall’assoluto e dai limiti dell’amore. Il nutrimento letterario forse più ovvio (e più pericoloso), in questo momento, per la mia fame di vita. 

 
I libri di Carmine Mangone

 

 

 

 
 
 
 
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