Intervista a Carola Susani

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Sarà pure nata vicino a Vicenza, ma ha scritto di Roma meglio di tanti testaccini e trasteverini doc. Sensibile, misurata, raffinata, scrive anche libri per ragazzi. Tanta leggiadria ha contagiato persino noi: dopo averla intervistata ho parlato in italiano e non ho detto parolacce per almeno una settimana. Se non è record, poco ci manca.




Ci racconti il percorso un po’ accidentato che ti ha portato a misurarti con la forma-racconto, che finora non era stata il tuo punto di riferimento? Ti senti più a tuo agio con tante o poche pagine a disposizione per raccontare le tue storie?
In realtà il racconto è una forma che trovo molto congeniale. Il mio primo libro, Il libro di Teresa (Giunti 1995), era un romanzo costruito attraverso otto racconti interconnessi. La terra dei dinosauri (Feltrinelli 1998) è un romanzo breve, come sono romanzi brevi le mie storie per ragazzi. Del racconto mi piace l’estrema sintesi, la vocazione ad essere esemplare ma non esaustivo. Il racconto lascia spazio, permette al resto del mondo di esistere. Addirittura di andare in una direzione che il racconto non prevede, di smentirlo. I romanzi sono invece veri e propri mondi, pieni, compiuti. In vita mia non sono mai riuscita a scrivere romanzi lunghi, il mio orizzonte non arriva oltre le 120, 150 pagine al massimo. Se l’opera è una coperta per la realtà, mi piace che sia una coperta corta.

Nonostante la costruzione di Pecore vive sia stato un processo lungo e la vita editoriale di alcuni racconti possa far pensare ad una certa eterogeneità, leggendo il libro si avverte invece un forte senso di coerenza letteraria. Si tratta di un risultato voluto, studiato, o invece di qualcosa che ha a che fare più con un processo inconsapevole?
Non so se è un bene, ma questa coerenza l’ho cercata. Nei circa cinque anni di gestazione di Pecore vive, avevo in mente il libro che volevo scrivere. Doveva avere come tema dominante l’autorappresentazione, il suo scompaginarsi per via del corpo, che rimette a nudo le creature e rivela loro la loro condizione, l’inevitabile ricostruzione di una rappresentazione di sé, come pulsione umana, vitale. Non sapevo che avrei raccontato solo attraverso personaggi femminili. C’erano altri racconti, alcuni con dei protagonisti uomini, ma non erano i racconti migliori, così li ho tolti dalla raccolta. Quello che è restato aveva la compattezza che avevo in mente, lavorato, e ragionato con l’aiuto anche di Nicola Lagioia e Christian Raimo, era quello che volevo.

Nei racconti di Pecore vive ricorre spesso la tematica del corpo (malato, ferito, in crisi, comunque fotografato durante un cambiamento profondo): che senso ha questa scelta?
Credo che attraverso il corpo - che non obbedisce alle leggi dell’idea che abbiamo di noi - facciamo esperienza del fatto che non siamo padroni di noi stessi. Il corpo in alcuni momenti di crisi – più frequenti di quanto non si pensi – si rivela come una libertà che non ci appartiene, una libertà non-nostra che ci mette in scacco, con cui dobbiamo fare i conti. Ci ricorda che condividiamo la condizione umana, precaria, incerta, mortale.

Come vivi il rapporto con la città, il quartiere, le strade? Nel libro abbondano i riferimenti a luoghi precisi di Roma... Vuol dire che le storie dei tuoi personaggi hanno un senso lì dove vengono vissute e ne avrebbero un altro altrove?
Quando perso un personaggio, penso anche ai suoi luoghi. I luoghi hanno una fortissima capacità di dare contesto, sono sempre spie sociali. La borghesia di Monteverde è cosa diversa dalla borghesia di Montesacro. Quella di Monteverde è più serena, meno livorosa, meno tormentata, più pacata. In realtà amo sia la borghesia di Montesacro sia quella di Monteverde. Ma sono due mondi. La studentessa che vive vicino alla stazione Termini viene da una famiglia che può permettersi di spesarla riccamente, se no la ragazza abiterebbe sulla Prenestina o sulla Tiburtina. Le storie, i personaggi sarebbero altre storie, altri personaggi, tutto cambierebbe con il cambiare delle strade, dei quartieri. Cambierebbero i rapporti, i modi di parlare, se non i desideri, la forma dei desideri.

Parlaci un po’ del titolo che hai scelto per la raccolta: i protagonisti delle tue storie sono davvero tutte pecore? Lo siamo tutti? In che senso?
Le pecore sono bestie strane, sono capaci di attraversare regioni vastissime, tra campi e statali, dirupi e fiumi. Sono le autostrade possono fermarle, e neanche sempre. Sono bestie ostinate. Certo potendo seguono il loro pastore. Ma le mie pecore sono rimaste senza, non s’è capito dove sia finito, certo da qualche parte dovrà stare, ma al momento, niente, né la voce, né il passo, né l’ombrello. Ci fosse almeno un cane. Deserto. Così le pecore – noi ostinati, che ci afferriamo alla vita con tutti i denti a dispetto del riscaldamento globale e del gas radon – almeno fino a un certo punto dobbiamo cavarcela da soli. Le pecore di cui parlo sono l’umanità, e sono vive, perché si arrabattano, e dimostrano slancio, eroismo, epica.

Che tipo di lettrice è Carola Susani? Cosa stai leggendo in questo momento?
Non so stare senza un libro. Me li porto in autobus e in treno. A volte sono scelte meditate, a volte mi capitano in mano. Adesso leggo Alice Munro e rileggo Christian Raimo, Dov’eri tu quando le stelle del mattino… I libri che di recente mi hanno dato più soddisfazione sono due riletture: Ferito a morte di Raffaele La Capria, che è un capolavoro, e Viaggio al termine della notte. Poi ho appena finito un libro che mi ha incuriosito, un giallo senza soluzione, di Elisabetta Liguori, Il correttore.


I LIBRI DI CAROLA SUSANI


 

 

 
 
 
 
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