Intervista a Carolina Crespi

Carolina Crespi
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“Come uno scarafaggio rovesciato che non può vedersi la pancia e allora smania della voglia di rigirarsi e poi s’arrende, implorando che qualcuno lo rivolti come una crespella. Così rimango a volte. Con il mondo girato. In attesa di storie”. E’ sempre in attesa di nuove storie, Carolina Crespi, di parole, gesti, suoni, soprattutto di immagini che la convincano che c’è qualcosa degno di essere raccontato, che ci sono personaggi da scoprire, oltre la semplice quotidianità. 25 anni, di Busto Arsizio (Varese), Carolina studia Filosofia e scrive racconti sin da piccolissima. Ha pubblicato come vincitrice del Premio Grinzane Cavour 2005 un racconto su La Stampa e uno su Avvenire come finalista del concorso “SMS: scritture memorie sentimenti”. Potete leggere le sue cose su opzioniavariate.blogspot.com il suo blog.

Di recente hai sperimentato la scrittura di alcuni racconti per progetti che hanno portato alla realizzazione di antologie: come è andata?
Per il concorso “Ballate per soggetti spaesati” indetto nell’ambito del progetto “Rosso pane”, ho scritto “Le linea del cambiamento di data”, utilizzata anche come concept dal gruppo “Three Steps to the Ocean” per il loro ultimo album. E quest’anno ho partecipato ad un concorso promosso dall’associazione culturale Tapirulan di Cremona. Il concorso era a tema libero e mi ha incuriosito perché a ciascun partecipante veniva chiesto di scegliere un potenziale illustratore per il proprio racconto tra gli artisti pubblicati all’interno della sezione “Fumetto” del sito tapirulan.it. Sono stati selezionati 13 racconti, tra cui appunto il mio, che ruota attorno al personaggio di un eroe, Johnny Stantuffo. Il racconto è una sorta di noir, è infatti ambientato in una città senza nome e incentrato sulla vicenda di questo singolare personaggio e delle sue vicissitudini con una badante somala. Un’esperienza positiva, quella di questo concorso, che ha portato alla realizzazione di un’antologia dal titolo “Souvlaki”, estremamente eterogenea: se il mio racconto è infatti incentrato sulla figura di un eroe, gli altri sono per lo più sviluppati attorno ad un concetto.


Fino ad ora la tua produzione è stata caratterizzata unicamente da racconti: segno dell’adesione ad un modello o più semplicemente la scelta di una misura che trovi più comoda?
Trovo più naturale scrivere racconti soprattutto perché al momento è la misura più comoda rispetto al mio stile di vita. Mi risulta dunque difficile adesso pensare di lavorare ad un romanzo. Certamente, nel bagaglio delle mie letture i racconti hanno un ruolo fondamentale. Sono infatti più attratta dalla forma racconto, specie da autori sudamericani come Borges, senza dimenticare grandi classici come Calvino ed Hemingway.


In Quello che mi rimane molte sono le riflessioni sul tuo rapporto con il tempo, sulla percezione del cambiamento che si accompagna al passaggio per diventare “grandi”. In particolare, in “Vincoli” scrivi che “quello che importa spesso è contemporaneo a quello che si vive” e che “un passato che non passa è come un ostacolo ad un futuro che si desidera come il passato”...
Quello che volevo spiegare in quel racconto è che a volte nella vita senti che non stai vivendo delle cose, ti senti a rischio di mancare di obiettivi e capisci che se provi questa sensazione è perché già da un po’ di tempo ti sei arenata. E’ difficile, ma credo che in queste situazioni conti non tanto l’aiuto degli altri, per quanto importante, ma soprattutto la nostra volontà di cambiare le cose.


Per quanto sia difficile giudicarsi, come hai visto cambiare la tua scrittura in questi anni?
Se prima il mio stile era più lineare, ora mi diverto a sperimentare anche nuovi linguaggi, fino ad espressioni più ricercate, ad una sorta di barocco. Lo faccio soprattutto perché il linguaggio stesso sia più aderente ai personaggi, che dai bambini e adolescenti dei racconti di “Quello che mi rimane” sono diventati spesso adulti negli ultimi racconti. La molla che fa scattare in me la voglia o meglio la necessità di scrivere è rimasta invece la stessa: guardo le cose, mi viene in mente una storia e penso a come potrebbe andare. Tipicamente mi annoto parole, spunti, che poi in alcuni casi diventano realmente storie. Mi capita sovente anche con le foto, dato che la fotografia è un’altra mia grande passione: è andata così ad esempio per “Non è colpa di nessuno”, che ho scritto dopo essere rimasta colpita da una foto del muro di Gaza che avevo visto su una rivista. Se però in passato ero molto avvezza alla scrittura a tema, per così dire on demand, per i concorsi a cui ho partecipato, oggi preferisco scrivere di quello che sento e successivamente pensare ad una possibile destinazione per un concorso o altro. Quello che vorrei approfondire sicuramente nel futuro è la capacità di decontestualizzare le vicende che racconto, di astrarle da un luogo e da un tempo.

I libri di Carolina Crespi

 

 

 

 
 
 
 
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