Intervista a Cataldo Russo

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La Calabria di Cataldo Russo è un luogo dell’anima, non uno sfondo più o meno macchiettistico su cui far muovere personaggi e storie. Emigrato a Milano da ragazzo, Russo ama la Letteratura e la Politica, e ha tracciato la sua rotta di vita seguendo queste due stelle polari. Un percorso che ritroviamo nitidamente anche nei suoi libri, un percorso che non poteva non incuriosirci.




Quanto c’è della tua infanzia, dei tuoi ricordi, delle tue radici nella saga familiare dei Palmisano e nell’ambiente in cui si muovono?
Pur non essendo un romanzo autobiografico, credo che in All’inferno e ritorno vi siano molti dei miei ricordi, cui ho dato corpo e forma nella saga familiare dei Palmisano . Ho vissuto in Calabria, non da semplice spettatore, fino all’età di 22 anni e  ho nutrito la mia curiosità, la mia passione per le storie e la storia, abbeverandomi sia alla fonte della saggezza sia a quella della stoltezza. Sono cresciuto nei vicoli. Ho frequentato le botteghe artigiane, ho lavorato nei campi, ho fatto politica scontrandomi con i poteri forti. Sì, qualcosa c’è, soprattutto quest’ansia mai doma di giustizia sociale. 

Perché la scelta di narrare questa storia a cavallo tra Italia e Argentina?
Perché volevo far riemergere l’altra vita degli emigranti, quella destinata a restare sconosciuta in terra straniera. Troppo spesso si pensa che l’emigrazione sia sinonimo di miglioramento delle proprie condizioni di vita e invece non è sempre così, perché spesso si finisce dalla padella nella brace. La visione che abbiamo dell’emigrante è troppo spesso quella sbagliata “dello zio d’America”.

Tra la Calabria del Ventennio e l’Argentina della dittatura militare c’è davvero un oceano di distanza?
No, non c’è affatto un oceano di distanza. Anzi, credo che il ventennio, come pure il nazismo, siano stati i modelli che lì, per tutta una serie di circostanze,  si sono radicati e hanno finito con il  forgiare incancrenire  un paese giovane e dalle grandi risorse economiche.

Perché non dedicare alla sottotrama dei rifugiati nazisti in Sudamerica un romanzo a parte?
Credo sia un argomento già trattato, ma le zone d’ombra, le omertà e le responsabilità sono talmente tante per cui ci sarebbe molto da scrivere ancora. Mi piacerebbe e ci sto pensando. Forse un giorno, chissà… L’Argentina ha bisogno di conoscere fino in fondo le proprie debolezze e le proprie infamie, ancor più che andare fiera delle ricchezze di cui madre natura l’ha generosamente dotata.

Ha ancora senso parlare di una letteratura meridionalista oggi?
No, non credo che abbia senso. Oggi si va verso una omologazione dei comportamenti e dell’agire. Ha senso invece parlare di storie forti, capaci di fare di un villaggio il centro del mondo, in qualunque latitudine ci si trovi.

Dove va la Calabria?
La Calabria è una regione smarrita, confusa, che ha perso la propria identità e che fatica a trovarne un’altra. Ancor più che prigioniera della ‘ndrangheta , è prigioniera del mal governo del sottobosco, delle clientele.  Per non andare definitivamente alla deriva ha bisogno di trovare l’orgoglio del proprio passato, quello rappresentato da grandi filosofi e da grandi letterari, e adoperarsi per far funzionare al meglio quello che ha, facendo appello alla calabresità o calabresitudine, non come sentimento di mutuo soccorso, ma come sano desiderio di competere con le altre regioni nell’alveo della legalità.

I libri di Cataldo Russo

 

 

 

 
 
 
 
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