Intervista a Caterina Soffici

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Giornalista de Il Fatto Quotidiano, di Vanity Fair e de Il Sole 24 Ore, Caterina Soffici scrive ormai da alcuni anni da Londra, dove si è trasferita con la sua famiglia. La incontro però nel paese natio, dopo un’affollata presentazione in una libreria nel centro di Roma, rispettando l’ordinata fila (quasi inglese, a ben vedere) dei lettori che oltre ad una firma le chiedono – incuranti del suo sguardo perplesso - anche consigli per la possibile partenza del figlio in Inghilterra o delle migliori strade da percorrere per far trovare al pargolo una sistemazione.




La vita londinese in cosa ti ha reso meno italiana?
Nel rendermi intollerante a certe piccole cose italiane che stando all’estero ti danno molto più fastidio, perché quando sei in Italia non ti rendi conto di quello che stai vivendo. E quando invece torni, soprattutto quando sei appena arrivato, vedi subito - mmm, quanto mi dà fastidio dire questa cosa, perché vorrei fosse diversa - quando semplicemente atterri in aeroporto noti delle differenze, e ti dispiace perché vorresti che fosse diverso.


Un popolo assuefatto?
Ecco sì, noti un popolo assuefatto e ti dispiace…


Di contro, c’è un difetto tipicamente inglese che adesso riscontri in te? Lasci ad esempio che i tuoi figli escano dagli spogliatoi della piscina con i capelli bagnati?
Assolutamente, quelli non sono neanche difetti! Assorbo tutte le cose sbagliate che fanno gli inglesi. Anche la loro ottusità… Ecco, una cosa che ho cominciato a fare a Londra è fare le liste, cioè faccio le liste delle cose che devo fare e le metto in ordine come solo un inglese - o un pazzo - potrebbe fare! In genere un italiano fa una lista e cancella: no, io ci metto anche l’orario. Ore 12 questo, ore 12:15 quest’altro. E questo è abbastanza preoccupante.


L’ottusità, quindi, è la via d’uscita?
No, no, l’ottusità è il risvolto negativo dell’ordine. Quindi, la via d’uscita è rispettare le regole, la legalità, la lealtà e tutte quelle cose che il popolo italiano ha perso. E’ quello che abbiamo lasciato, è come se avessimo iniziato dopo il dopoguerra da un popolo rurale, contadino, quello di Roma città aperta, quello raccontato da Rossellini nella Sicilia appena liberata. Ecco, noi siamo usciti da quel popolo lì e ci siamo incamminati verso una democrazia moderna. Poi ad un certo punto c’è stato come un crack e questo processo si è interrotto. L’Italia del Boom, degli anni ’60, quella che da un popolo scalzo è passata al G8, porta su di sé ancora quei difetti di cui parlava Barzini nel 1964. Se da una parte è riuscita, ad esempio, a superare i dialetti creando una lingua comune, non è stata in grado di fare quel salto verso la creazione di un popolo con dei valori condivisi, con una cultura comune che vuole difendere. Viaggiamo ancora in ordine sparso e ognuno pensa per sé.


La banalità della normalità è un concetto estraneo al lettore italiano che al solo leggerlo prova un leggero fastidio alla bocca dello stomaco. La normalità può essere perciò banale?
La normalità è banale in Inghilterra. Le cose che fanno non sono speciali, è più speciale quello che facciamo noi che riusciamo ad incasinarci, a rovinare un Paese come questo, così bello e che potrebbe fare molto. A scuola ci incasiniamo con le circolari e con un’istruzione vecchia, accademica, didattica e che non ci apre al mondo. Se parliamo di burocrazia, in molti uffici non hanno ancora neanche il computer o l’email, manca tutto, ci incasiniamo sulla banalità della stupidaggine.


Il tuo faldone “Confronti” (che descrivi nel tuo libro Italia yes, Italia no e nel libro precedente) è sempre più voluminoso?
Ho questa mania, ho questo tarlo: mi piace raccogliere come i vecchi giornalisti i ritagli di giornale, è un po’ romantico. Adesso il faldone è un po’ cartaceo e un po’ elettronico e mi serve per fissare alcune cose nella memoria. E comunque, in effetti, fissare dei fatti ti permette di avere una percezione chiara di quello che hai davanti.


Dal tuo Ma le donne no qualcosa è cambiato per le donne in Italia?
Secondo le cifre, sì, perché quest’ultimo governo è composto a metà da donne. Sulla carta, sì. Bisogna vedere se questo può comportare un aumento di stipendio o un cambiamento di mentalità. La grossa vera discriminazione non è sulle ministre, che può essere un effetto mediatico, ha un’importanza simbolica, quello che invece cambia e che è diversa dall’Inghilterra, è la discriminazione che in Inghilterra è un problema da risolvere. In Italia ancora non si pone come problema, è che le donne devono ancora scegliere tra lavoro e famiglia come se fosse scontato che una donna che vuole mettere su una famiglia deve sacrificare il lavoro. In Inghilterra, all’estero, nei Paesi cosidetti civili, è un problema affrontato come vero problema della società per riuscire a prendere i provvedimenti necessari.

I libri di Caterina Soffici

 

 

 
 
 
 
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