Intervista a Chiara Lico

Chiara Lico
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Chiara è una delle giornaliste RAI più radicate sul territorio romano, una delle più stimate e amate (non ama sentirselo dire, lo so, ma sul web ci sono fior fiore di forum di suoi fans perché oltretutto è anche una delle giornaliste italiane più belle). La sua trasmissione "Buongiorno Regione" e i suoi servizi di cronaca sul Tg Lazio sono puntuali e impietose fotografie di una situazione spesso non facile a livello sociale e ambientale. Oltre all'impegno giornalistico Chiara coltiva anche la passione per la scrittura, e proprio di questo chiacchieriamo in questa intervista tutta per noi.

Zitto e scrivi fotografa una situazione tanto drammatica da risultare grottesca: il mondo professionale del giornalismo è davvero ridotto così male o hai esagerato per esigenze letterarie?

Il giornalismo è affaticato. Su questo non ci sono dubbi. Oggi la professione risulta annebbiata e appesantita dall’eccessiva ingerenza della politica e dalla sempre più debole preparazione di chi si avvicina al mestiere. Per non parlare, poi delle scuole di giornalismo: aziende dell’illusione e fabbriche del praticantato per chi non sarebbe capace di cavarsela facendo una sana gavetta. A questa situazione, già di per sé sufficiente a non garantire un patto fiduciario tra chi scrive e chi legge, va aggiunta la difficoltà contrattuale di più di diecimila giornalisti che faticosamente arrancano alla ricerca della stabilità contrattuale. La loro ricattabilità di fatto è un ostacolo al giornalismo corretto, serio, forte. Capace anche – quando serve - di dire no a chi detta linee editoriali. Nel mio romanzo la realtà descritta non è esagerata. Io descrivo quello che accade. L’estremizzazione, l’esasperazione ci sono. Ma come cifra stilistica. Non vengono mai applicate astrattamente. Trovano ragione solo dove puntano il riflettore sul vero, ecco perché fungono da denuncia.

 

Quanto c'è di autobiografico nel tuo romanzo?

C’è quel tanto che basta a permettermi di dire che so di che cosa sto parlando perché conosco ciò che racconto.

 

Si può mandare un messaggio di speranza a chi vive la situazione professionale di Pieffe (o giù di lì), o moriremo tutti precari?

La fotografia del mondo del lavoro di oggi non mi permette di dispensare grandi ottimismi. I sindacati dove sono? La sinistra sulla quale si contava ce lo batte un colpo? C’è da sperare che se precariato deve continuare a essere, perlomeno si smussi la società sulla quale si innesta. Quindi nuove normative, nuove regolamentazioni e soprattutto flessibilità. Ma quella vera, non quella che ci è stata venduta a parole e che fa rima con mobilità.

 

Ci risulta che il manoscritto di Zitto e scrivi sia datato 2002: hai qualche rimpianto per questi 5 anni di ritardo nella pubblicazione?

In realtà è datato 2001. Nel 2002 l’ho depositato alla Siae. Di rimpianti ne ho avuti molti, dico la verità. Ho covato anche grande rabbia per quell’editoria patinata per la quale conta più vendere che divulgare e che non mi aveva dato un piccolissimo spazio in un momento in cui questo romanzo poteva davvero anticipare un filone. Tuttavia, sono fatalista: così doveva andare. D’altra parte io non avevo chi mi imponeva o chi allungava il dattiloscritto al giusto editor. Le bozze di Zitto e scrivi hanno sempre viaggiato per posta prioritaria. Poi il 2006. E la decisione di ritirarlo fuori dal cassetto e mandarlo a Stampa Alternativa. Devo a Marcello Baraghini se il mio sogno si è trasformato in realtà.

 

Cosa stai scrivendo in questo momento? Ti occuperai ancora di temi simili o prevedi di cambiare del tutto registro in futuro?

Adesso ho finito di riunire in una raccolta alcuni racconti di breve e media lunghezza. La misura ridotta mi ha dato molto: è stato un vero e proprio esercizio. Ho capito che si può asciugare sempre di più. Fino al punto che ho scritto anche racconti che non raggiungono la pagina. E poi sono alle prese con un altro romanzo. Anche qui c’è una piaga sociale che fa da sfondo alla vicenda, ma non è dichiarata come in Zitto e scrivi. Lo stile è sicuramente diverso. E non può essere diversamente: ogni storia richiede la sua chiave. In ogni caso, raccontare per me significa puntare il riflettore sull’imperfezione umana. Dietro c’è sempre l’uomo, con le sue debolezze e i suoi dolori.


I libri di Chiara Lico

 

 

 
 
 
 
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