Intervista a Chika Unigwe

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Chika è nata a Enugu, in Nigeria, ma vive a Turnhout, Belgio, con il marito e quattro figli. E non si limita a provare sulla sua pelle una stagione di razzismo, discriminazione e tensioni: la racconta in poesie, romanzi, racconti. Storie di ragazze senza alcuna prospettiva che quella di tirare a campare facendo le prostitute sul ciglio delle strade d'Europa, trattae come animali senza dignità. Storie terribili di rabbia e malinconia che ci racconta anche in questa lunga ed emozionante chiacchierata.




In Europa soffiano venti di razzismo: qual è la tua esperienza personale? Hai avuto problemi di integrazione in Belgio?
È del tutto impossibile vivere in Europa oggi e non essere testimoni di razzismo, magari non lo subisci personalmente tu ma qualcuno che ti è vicino, però non si scappa. Credo che il fenomeno sia legato alla grave crisi economica che stiamo vivendo: del resto quando c'è una situazione di crisi la gente riscopre il populismo, si chiude in sé stessa, tende a rifugiarsi nelle tradizioni, nell'identità, nella conservazione. Quanto alla mia esperienza personale, mi ricordo che nel 1999 in una pausa del mio lavoro per la laurea mi recai all'Ufficio di Collocamento per trovare una occupazione e mentre presentavo il mio curriculum all'impiegata allo sportello, quella mi squadrò dalla testa ai piedi e disse: “Tanto per fare la donna delle pulizie tutta questa roba mica serve!”.

Spesso l’Europa, a livello di singoli paesi o di federazione, si interroga sulla regolazione del flusso migratorio, le soluzioni tuttavia sembrano sempre inadatte: qual è il tuo pensiero a riguardo e come vive l’Africa il problema dell’emigrazione dei suoi cittadini?
Per quanto ne sappia non c’è una politica particolare, non ci sono vere e proprie leggi che limitano il flusso dell’emigrazione. In Nigeria l’opportunità di lasciare il paese è legata spesso a particolari “conoscenze” e questo rende tutto ancora più frustrante proprio per chi, essendo più povero, non può avere le “conoscenze” necessarie per partire. Ecco, più che una politica di limitazione dell’emigrazione è in atto negli ultimi anni un tentativo di rimpatrio verso chi ha già lasciato il paese, promettendo loro un lavoro migliore che abbia posizioni economiche più vantaggiose: tuttavia spesso si tratta di promesse che non sempre vengono rispettate e questo non fa che spaventare ulteriormente le persone.

E tu, hai mai pensato all’opportunità di tornare a vivere in Nigeria? C’è qualcosa che ti spaventa all’idea?
Mentirei se ti dicessi che non provo nostalgia per il mio paese, mi accade spesso, ma in questo periodo della mia vita molte scelte non dipendono solo da me: ora ho una famiglia, un marito, dei figli e non so quanto sarebbe giusto allontanarli da quello che in fondo è il loro paese natale, le loro radici sono qui a differenza delle mie. Pochi anni fa mi hanno proposto di tornare a Lagos e di ricoprire il ruolo di insegnante universitaria, questa è un’opzione che tengo in considerazione, magari per un futuro, ma ora non è il momento giusto, devono ancora cambiare molte cose in Nigeria e in questo sì, non ti nascono, sono un po’ sconfortata.

Un fronte a sé nella questione-immigrazione è quello della prostituzione. Perché è una piaga che colpisce così profondamente la Nigeria?
In Nigeria la crisi è così netta e profonda che molte donne non hanno altra soluzione che prostituirsi per sopravvivere. E poi molte ragazze vengono da famiglie che sono povere da generazioni e generazioni e cercano di ribellarsi al sistema, allo status quo, e cercano una vita migliore. In qualunque modo. Poi, sai, per gli uomini ci sono maggiori opportunità di lavoro - anche se umili - nei loro paesi di origine, ad esempio possono fare i meccanici, i carpentieri, lavorare nell’edilizia, il vero dramma è soprattutto quello delle donne che hanno davvero poche possibilità e per questo spesso accettano di tutto pur di arrivare in occidente.

E cosa si può fare per la Nigeria? Per Le nigeriane, le protagoniste del tuo romanzo?
Bisognerebbe spiegare loro che l'Europa non è la terra promessa, che la vita sul marciapiede è drammatica, che vanno incontro all'emarginazione, soprattutto se emigrano clandestinamente. Insegnare a queste ragazze un lavoro aiuterebbe il loro inserimento, le renderebbe più razionali e diminuirebbe le aspettative irrealizzabili.

Leggendo Le nigeriane balza subito all’occhio l’importanza della pianificazione strutturale del testo. Sembra quasi di essere di fronte a quattro racconti che, intrecciandosi tra di loro, danno vita al romanzo…
Sì, hai colto uno degli aspetti principali della stesura, che ha comportato un lavoro non facile durante la fase di scrittura del bozzetto da cui poi sarebbe nato il libro. Pensa che sono servite diciassette rielaborazioni prima di arrivare a quella definitiva. Comunque l’idea di partenza non era così lontana dal risultato finale, avevo ben in mente le quattro narrazioni che, confluendo tra loro, avrebbero originato il romanzo, però non riuscivo a trovare un filo conduttore che unificasse il tutto. E’ stato un amico ad avermi suggerito la soluzione: l’idea di collegare le differenti storie all’interno degli eventi riguardanti la vita di Sisi, diventata così la vera e propria protagonista del romanzo.

Il romanzo sembra quasi scegliere una via più intimista che di denuncia sociale: c'è più rabbia o più malinconia?
Più rabbia. La rabbia che sento nei confronti delle persone che in Nigeria potrebbero cambiare la situazione e aiutare le nostre ragazze e invece poiché non hanno un interesse economico diretto a farlo, lasciano che la prostituzione sia l'unica soluzione, la rabbia che hanno queste donne sfruttate. Ma sono certo anche triste, triste per le ragazze che devono usare la propria pelle, la propria carne per sopravvivere. Cosa provare se non rabbia e tristezza di fronte a realtà come le aste durante le quali le ragazze nigeriane, prima di essere avviate alla prostituzione in Europa, vengono esaminate nude, pesate e valutate come animali?

Racconti, poesie, romanzi, libri per ragazzi: in quale dimensione ti trovi più a tuo agio?
Sinceramente i racconti, perché con i romanzi mi annoio e quindi amo prendermi delle pause durante la loro stesura per scrivere dei racconti per distrarmi. La poesia mi appartiene profondamente, ma si tratta di qualcosa di troppo intimo, che in questo momento della mia vita non mi sento di affrontare, anche se ci tornerò senza dubbio.

All’interno della tua produzione letteraria oltre che attraverso generi spazi anche attraverso le lingue, dall’inglese all’olandese: cosa ti spinge ad iniziare un’opera in una lingua piuttosto che un’altra?
Certamente le ragioni dipendono da quello che scrivo, oppure dal mio stato d’animo in quel momento, alle volte mi capita di iniziare in una lingua per poi rivedere tutto e procedere nell’altra. Però c’è un lato pratico, lo potremmo chiamare quasi di marketing, che mi spinge in direzione dell’inglese: come sai è una lingua molto diffusa, quindi scrivere in inglese può aiutarmi all’interno dell’ambiente editoriale per incontrare più editori interessati ai miei scritti. Ma al di là di questo l’inglese mi serve soprattutto per un confronto diretto su ciò che produco, inviando le bozze ad amici posso ricevere un consiglio sui miei scritti e questo per me è molto importante, perché l’ambiente letterario belga non è molto aperto e dinamico, quindi attraverso l’inglese posso confrontarmi facilmente con persone di tutto il mondo.

Vista da lontano com'è la letteratura africana?
La seguo con affetto e attenzione, soprattutto mi commuove l'emozione del saper riconoscere ciò che conosco, le mie radici. E il nostro linguaggio, il nostro ritmo, la cadenza. Si percepiscono anche se un libro è scritto in inglese, sai?

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