Intervista a Christian Frascella

Christian Frascella
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Uno si aspetta di trovarsi di fronte un ribelle che non deve chiedere mai, un autore che sfoggi almeno l’espressione di sfida del ragazzo sulla copertina di Mia sorella è una foca monaca, di sicuro uno poco raccomandabile, e invece Christian Frascella è una persona introversa, timida, uno che non ama stare tra la folla e che, se potesse, penserebbe solo ed esclusivamente a scrivere evitando di avere contatto con il pubblico. Questioni caratteriali legittime, d’altronde non ha tutti i torti, se sei uno scrittore scrivi, le public relations le si lascia a chi ha manie da show-biz. Detto questo Christian si rivela tragicomicamente ironico, disponibile, concentrato davvero a 360° sulla scrittura dopo una vita passata in fabbrica. Ha fatto il grande salto e nonostante il successo resta con i piedi piantati per terra.

Sette piccoli sospetti: di nuovo una storia ambientata negli anni '80, di nuovo la strada come terreno su cui i personaggi si muovono privi di costrizioni/costruzioni.
Il decennio 80 mi interessa da un punto di vista anagrafico, ero ragazzino anch'io allora, e talvolta mi pare necessario guardarmi indietro per ritrovare un tipo di 'voce'. In realtà, i personaggi sentono una smania di libertà, che in fondo è una forma di costrizione, ragionando in paradosso.


Per quale ragione hai deciso di dare voce a sette adolescenti? Quale tipo di spaccato sociale hai voluto descrivere?
È nato tutto da una domanda, il famoso 'e se' del raccontatore di storie: e se un gruppo di ragazzini decidesse di rapinare la banca del paese? Sono partito da lì, da una situazione assurda, e ho raccontato una certa Italia di periferia, quella in cui sognare è già un lavoro. Non vorrei che le mie storie fossero mai intese come disquisizioni sociologiche. Solo come storie pure.


Si sa, grande successo con Mia sorella è una foca monaca e di conseguenza grandi aspettative. La pressione emotiva ti ha reso difficoltosa la stesura di Sette piccoli sospetti?
Non ho avuto pressioni di alcun tipo, il libro è nato da un'esigenza di racconto. Anche Mia sorella è una foca monaca era nato così, c'era questo personaggio che quasi mi implorava – a suo modo – di dargli voce. L'editore mi ha lasciato decidere se uscire o no col secondo libro a distanza di un anno. Nessun patema da opera seconda, a dire il vero.


L'importanza dei dialoghi, punto nodale della tua narrazione?
I dialoghi e l'azione sono il centro delle storie che racconto. Con personaggi forti si possono fare storie forti. Il mio sistema è parlare con la voce di ognuno dei miei personaggi, immaginare cosa direi io se mi trovassi nella loro stessa situazione. Poi ripulisco, cercando il nocciolo, il midollo: il dialogo è una questione di ritmo – se manca in quella fase manca in tutto il romanzo.


Dimensione corale, personaggi che emergono in tutte le loro sfaccettature gradualmente e a cui il lettore si affeziona. Sono le stesse cose che cerchi nei romanzi degli altri?
Non esattamente. Mi piacciono anche i personaggi non 'a tutto tondo', quelli che restano ambigui e quasi incomprensibili per tutta la durata della storia. Un esempio che mi viene in mente è quello di Gatsby: cosa voglia esattamente il lettore non riesce a comprenderlo del tutto. Ed è in quel mistero della personalità che risiede il suo fascino, a mio modo di vedere. Nelle mie storie occorre che alcuni dei protagonisti siano sfaccettati, come il personaggio del Messicano. Il mistero fa scorrere l'adrenalina, non c'è storia senza mistero.


Il disagio. Con se stessi, in famiglia,con gli amici. la ricerca di un'identità, anche quando sembra difficile riconoscersi...
Considero Sette piccoli sospetti un romanzo di formazione corale. Credo che ognuno dei personaggi si consegni al lettore, alla fine, con qualcosa in più: il disagio iniziale trova il suo inevitabile sbocco in una soluzione che completa, senza che il disagio scompaia del tutto. Manca ancora tanto, e crescere è una faccenda assai complicata.


Si è detto, e io concordo, che la tua letteratura è di intrattenimento. Un concetto su cui si dibatte ormai sempre più. Cosa significa, per te, letteratura di intrattenimento? E perché viene bistrattata?
Tutto ciò che desta la nostra attenzione è intrattenimento. Per meglio dire, tutto ciò che ci allontana per un po' da noi stessi è intrattenimento. Se scelgo di raccontare storie, e se queste storie sono in grado di far passare qualche ora il lettore lontano dal suo quotidiano, pur lambendolo – perché la narrativa, tutta, da quella d'appendice a quella di fantascienza fa comunque riferimento alla vita – allora ho raggiunto il mio proposito. Le autobioflagellazioni dei narratori troppo ombelicali mi scocciano, non ho bisogno di sapere quanto sta male un tizio e perché – voglio che succeda qualcosa, e non un suicidio. Voglio una storia. Chi non ama le storie ama troppo se stesso, ma quando scrivo narrativa scrivo narrativa, quando tengo un diario tengo un diario. E non pretendo che gli affari miei interessino al resto del mondo. Il mondo ha già troppo da fare che starmi dietro e compatirmi.


Post Fiera del Libro: esperienza necessaria? Chi non è del settore cosa può trovare di così illuminante nella manifestazione torinese?
Niente è necessario, tranne i bisogni fisici. Il Salone è dotato di servizi igienici funzionanti. Il resto è contorno, a volte piacevole e a volte no. È sufficiente non pretendere troppo e godersi lo spettacolino.


Mia sorella è una foca monaca al cinema. Felice? Quanta aderenza ci sarà al libro?
Sì, sono soddisfatto. Con Martani abbiamo cercato di restare fedeli al romanzo e, allo stesso tempo, lo abbiamo 'riletto' per immagini. Mi sono divertito, anche perché lui è molto paziente e in ufficio tiene un sacco di merendine del Mulino Bianco.

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