Intervista a Claudia Durastanti

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Claudia è cosmopolita per definizione. Nata a Brooklyn, la intercettiamo di ritorno (a Londra, dove vive) dal Marocco e grazie al social network che comincia per F riusciamo a porle qualche domanda. Scrive su «Indie for bunnies» e su «Il Mucchio Selvaggio», ma soprattutto è una delle giovani scrittrici italiane più promettenti. Il suo primo romanzo ha vinto il Premio Mondello Giovani, il Premio Castiglioncello Opera Prima ed è stato finalista al Premio John Fante. E il secondo promette di alzare ancora un po' l'asticella.




La sofferenza, sia fisica che emotiva, è una componente importante nei tuoi romanzi, ma è sempre raccontata con semplicità, senza esagerazioni. Come descriveresti invece la felicità?
Ci penso spesso: cosa succede quando esaurisci la narrazione del dolore? Cos’altro c’è da raccontare? Ho sempre cercato di decostruire degli stereotipi nei miei romanzi. Nell’ultimo volevo confutare il mito dell’autodistruzione o della predestinazione familiare. E quindi forse la felicità è questo: immaginare che una ragazza ammaccata possa dimenticare di esserlo stata. La felicità senza un paragone non mi interessa. Penso alla felicità in termini di seconda occasione, e possibilità di dimenticare.

 


L'ambientazione delle tue storie è sempre quella di un'America metropolitana e fredda, pensi che una realtà così complessa complichi ulteriormente la capacità delle persone di vivere serenamente?
Non credo. Prendi Cesare Pavese, Jay Gatsby o Don Draper: diventano creature urbane e romanticizzano la campagna, ma quando ci si ritrovano sentono che è avvenuto un divorzio, e che il conforto degli spazi aperti ha più valore nella memoria che nella realtà. È vero che reagiamo alle pressioni di un ambiente fisico, ma più cresco più tendo a pensare che sia la città a reagire a noi. Possiamo essere felici in posti imprevedibili, e infelici in città che abbiamo aspettato tutta la vita.


Sei bilingue (inglese e italiano). In quale lingua inizi a pensare i tuoi personaggi e le tue storie?
In entrambe. Di base, le descrizioni degli ambienti e degli stati d’animo nascono in italiano, mentre i dialoghi solo in inglese.


La tua doppia componente culturale in che modo influisce sul tuo stile e sulla scelta degli argomenti?
Per me l’America è un metodo: mette distanza tra me e quello che voglio raccontare, tenendomi al riparo da eccessi di autobiografia, e dal punto di vista stilistico mi permette di profanare delle regole. Posso essere meno rispettosa: l’italiano pretende tanto. Invece così posso essere un po’ più disordinata. E poi certo, è anche una questione di immaginario: quel che succede lì, succede prima e su scala più grande. Tende a interessarmi di più.


La scrittura può essere considerata una forma di catarsi in situazioni difficili?
Può nascere come quello, ma deve essere più di quello. Alla fine, scrivere è imparare a essere soli per non volerlo essere mai più. C’è una grossa soddisfazione intellettuale a lavorare sulla forma, la lingua e la trama, ma un romanzo deve avere qualche ragione in più. Se questa ragione coincide con la liberazione da uno stato di sofferenza, pazienza. Non è detto che sarà più bello. Forse solo più necessario, almeno per chi scrive.

I libri di Claudia Durastanti

 

 

 
 
 
 
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