Intervista a Claudio Pozzani

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Claudio Pozzani, poeta e narratore genovese le cui opere sono tradotte in oltre dieci lingue, è noto anche per le performance poetiche che ha effettuato nei più importanti festival poetici e letterari internazionali. In questi giorni è estremamente impegnato nei preparativi del Festival Internazionale di Poesia di Genova, giunto quest’anno alla sua XX edizione, di cui egli è direttore artistico. Gli abbiamo rubato alcune confidenze che volentieri condividiamo con i lettori di Mangialibri.




Come nasce l’idea del Festival Internazionale della poesia di Genova?
L'idea di fare un Festival è nata nel mio locale, il CVT, dove insieme ad altri amici poeti abbiamo iniziato a dare vita a reading che sono continuati in altre parti della città. Poi nel 1995 abbiamo realizzato il Festival. Era un momento nel quale la poesia non era minimamente considerata dai media, in Italia non c'era più alcun festival di poesia importante. E' stata una scommessa che, 20 anni dopo, direi che abbiamo vinto. Il vero scatto il Festival l'ha avuto dal 1997, anno in cui hanno iniziato a partecipare premi Nobel e grandi personaggi da tutto il mondo, facendo di questo evento la più grande manifestazione di poesia in Italia.


Quali sono le finalità che vi proponete?
Una è relativa alla diffusione della poesia. Abbiamo dimostrato che la poesia è spettacolare, è uno straordinario medium di comunicazione e soprattutto è trasversale a tutte le arti. Sembra banale, ma la poesia è la forma d'arte più devastata da luoghi comuni negativi, difficili da debellare perché vengono iniettati fin dalla scuola dove, fatta eccezione per alcuni eroici, appassionati e illuminati docenti, l'insegnamento della poesia è marginale, asettico, soporifero se non addirittura assente. L'altra finalità è contribuire in modo fattivo alla rinascita e alla crescita della vita culturale e internazionale di Genova. Da venti anni promuoviamo Genova all'estero come nessun altro, dedicando ad essa almeno una giornata di ogni festival che abbiamo organizzato in Francia, Giappone, Germania, Austria, Finlandia, Belgio. E ogni anno portiamo qui per la prima volta poeti e artisti da tutto il mondo che poi invariabilmente, dopo essere rimasti colpiti dalla bellezza di Genova, diventano suoi ambasciatori nel proprio Paese. Ecco: vogliamo potenziare queste due peculiarità del Festival.



In questi vent’anni di attività quali tra i numerosi ospiti di prestigio hanno lasciato un ricordo più significativo?
E' una domanda difficile... Sono venuti qui oltre 1000 poeti nelle passate 19 edizioni. Però posso senz'altro citare Alvaro Mutis, innamorato dei caruggi dove avrebbe voluto ambientare un nuovo romanzo; Manuel Vasquez Montalban, poeta e scrittore gastronomo, con la sua automobile con frigobar incorporato; Ferlinghetti, icona della Beat Generation e uomo estremamente gentile; Jodorowsky, personaggio di un'intelligenza finissima; John Giorno, l'anello infaticabile tra Beat e Pop art; Ray Manzarek dei Doors, un vero signore per eleganza e disponibilità; Tonino Guerra, con la continua e sterminata fantasia e passione da adolescente, ma la lista potrebbe proseguire molto a lungo.



Quali sono stati i maggiori riscontri ottenuti sotto il profilo del riconoscimento artistico?
Al di là di quelli materiali, pur prestigiosi, come il Premio del Ministero dei Beni e Attività Culturali come migliore evento italiano di poesia e il Premio Catullo per la diffusione della poesia internazionale in Italia, direi che ci sono degli indicatori che anche se sono invisibili sono il segnale di un riscontro importante: la longevità ad alti livelli, la grande affluenza di pubblico anche per autori sconosciuti e l'apprezzamento del Festival a livello internazionale. All'inizio per invitare un poeta straniero dovevo spiegare cosa era il Festival, ora la maggior parte lo conosce direttamente o di fama. 



Come vive la città di Genova questo evento?
Il pubblico lo segue numeroso e interessato ed è il vero tesoro del Festival, le istituzioni lo sostengono convintamente, anche se per prestigio internazionale, per il fatto che nella sua categoria è il primo in Italia e per i suoi contenuti, oggettivamente meriterebbe maggiori attenzioni. La complessità e la ricchezza di eventi all'interno del Festival ha bisogno di molto aiuto da parte dei media per fare arrivare le informazioni al pubblico. Tra l'altro noi per calendario non possiamo giovarci dei numeri delle scolaresche e per filosofia non vogliamo attirare spettatori con il cibo ma cerchiamo di far venire le persone con la forza dell'arte, dell'espressione e della parola.



Quali sono le caratteristiche preminenti di questa nuova edizione?
Una partecipazione ancor più numerosa e variegata di poeti stranieri, che provengono da 40 Paesi mondiali. Poi il gemellaggio con il Festival Voix Vives di Sète, che accoglieremo per due giorni proprio in Via Garibaldi, a due passi dalla casa dove Valéry (che è nato a Sète) visse la sua "Nuit de Genes". Poi una follia: una maratona di 24 ore di poesia, dalle 18 di venerdi 13 giugno alle 18 del giorno dopo, con un'intera notte in riva al mare con poesie, suoni, sogni. Vogliamo scoprire quanti sognatori, persone libere e romantici sono rimasti... Poi il progetto "Poeti dentro" che permette a detenuti di venire a recitare i propri versi a Palazzo Ducale, e infine, naturalmente i grandi poeti e personaggi che si alterneranno sul palco e che presenteremo nei prossimi giorni.



Perché nel nostro Paese sono in molti a scrivere poesia, ma in pochi a leggerla?
E' un paradigma della società contemporanea: tutti vogliono esprimersi su tutto ma non sono disponibili ad ascoltare gli altri. Guardate un talk show qualsiasi: sprecano più tempo a interrompere l'altro relatore che a dire qualcosa. Devo dire che internet e in particolare i social network hanno dato ai tuttologi frustrati una droga perfetta. E poi al posto di workshop di scrittura creativa che per la maggior parte sono trappole per vanitosi ci vorrebbero più laboratori per apprendere a leggere. Infine penso che se uno canta sotto la doccia è vero che sta cantando ma non è detto che sia un cantante: dovrebbe valere anche per la poesia. Gettare su un foglio dei pensieri non vuol dire che si stia facendo poesia, specie se si ricorre a immagini stereotipate e stra-usate, che all'autore sembrano originali perché, appunto, non legge nient'altro.



Quali sono i poeti che ti sentiresti di consigliare al lettore di Mangialibri?
Per ragioni di spazio mi limito, ma il mio consiglio è quello di leggere il più possibile, anche lasciandosi trasportare dal caso. Andate nelle librerie nel reparto Poesia (dove c'è...) e lasciatevi guidare dall'istinto, prendete un libro e sfogliatelo. Prima o poi troverete quello che vi parlerà, e non sarà forzatamente di un autore noto. Per iniziare a fare dei nomi: Sbarbaro, Baudelaire, Pessoa, Sexton, Plath, Benedetti, Ungaretti, Whitman, Lautreamont, Achmatova, Szymborska, Darwish, Storni, Leopardi.

 

 

 
 
 
 
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