Intervista a Claudio Volpe

Claudio Volpe
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Claudio, giovanissimo scrittore di Pontinia ma di origini siciliane, presentato al Premio Strega 2012 da Dacia Maraini e vincitore del Premio Franco Enriquez per l’impegno sociale e civile, è senza dubbio un talento tutto da scoprire. Noi l'abbiamo incontrato per voi: ecco cosa ci ha detto.




Un libro 'maturo' per un autore 'giovane'. Dove hai pescato la storia de Il vuoto intorno?
Sì, un libro che è stato definito maturo e contundente, "impossibile" per un ragazzo di ventuno anni. Ma sinceramente credo che di impossibile ci sia solo la non capacità di accettare che anche a vent'anni (soprattutto a vent'anni) si abbia qualcosa da dire al mondo. La storia de Il vuoto intorno è il frutto di quello che accade attorno a ciascuno di noi e che io ho cercato di elaborare e razionalizzare mediante la parola. La scrittura riesce a farsi portatrice di istanze importanti come l'elogio della complessità del reale, il tentativo di non indugiare o soccombere in un dolore fine a se stesso, la meravigliosa bellezza degli esseri umani. Non si tratta di una storia autobiografica ma di un lungo racconto di vita fatto da un ragazzo padre a suo figlio, affetto dalla sindrome di Down. E' una storia fortemente metaforica dove, spero, ognuno potrà intravedere una parte di sé, del proprio dolore e del proprio vissuto. Non so con precisione da dove nascano le storie. So solo che sono lì, nel mio stomaco a premere, a spingere e ad urlare per essere consegnate al mondo. Le storie sono tutto, sono quello che siamo, quello che non siamo, quello che vorremmo essere.


Quanto per te è importante la scrittura in quanto tale? Adotti un lessico molto forbito, a mio parere non per tutti: come mai?
La scrittura per me è indispensabile, necessaria, inevitabile. La considero la mia peggior condanna e la mia miglior salvezza. Scrivere presuppone spesso una particolare predisposizione alla somatizzazione della sofferenza propria e altrui ma al contempo rappresenta lo strumento attraverso il quale salvarsi e salvare, evolversi e sopravvivere. Come ho detto più volte, io sono uno scrittore disorganico, caotico, non mi do dei tempi massimi né delle ore precise nelle quali scrivere. Non riuscirei: la scrittura non è un lavoro che si può svolgere meccanicamente ma è l’estrinsecazione della propria anima nelle vesti dell’arte. Mi ritrovo all’improvviso preso da un irrefrenabile bisogno di scrivere, quasi la parola mi venisse su come un conato di vomito, e allora dovunque mi trovi o qualunque cosa stia facendo, prendo e scrivo, farsi, pensieri, parole singole su qualunque supporto abbia a mia disposizione, fogli, scontrini, cellulare. Così dopo qualche tempo mi ritrovo con in mano una sorta di zibaldone di pensieri dai quali poi parto per stendere la storia, o meglio, per arricchirla. La scrittura è un viaggio dentro te stesso e dentro il mistero e l’intuizione, non sai mai dove andrai a finire. È la storia che guida te, lei che ti spiega cos’è la vita, lei che ti mostra le parole adatte per scrivere quello che tu hai in mente di comunicare senza sapere come. La scrittura è un’epifania, un buco nell’esistenza si apre davanti ai nostri occhi e ci inonda di luce. Lo scrittore non deve fare altro che tuffarsi dentro a questo buco accettando anche di potersi smarrire. Il lessico molto forbito non è frutto di una scelta mirata. Scrivo così e questo mi piace. Nel lirismo riesco a far vibrare la mia anima.
 


Ti aspettavi un riconoscimento importante come il Premio Franco Enriquez per l’impegno sociale e civile?
No, non mi aspettavo di vincere il Premio Franco Enriquez per l’impegno sociale e civile 2012 perché quello cui guarda questo premio è un panorama nazionale e vastissimo dove, inoltre, non è possibile alcuna forma di segnalazione da parte di editori o altri giurati. La scelta dell'opera da premiare avviene esclusivamente ad opera del comitato di ricerca del premio. L'Enriquez è un riconoscimento che mi riempie di gioia perché riguarda l'impegno civile e sociale e dunque si adatta pienamente alla mia idea di letteratura  che è quella di una forma d'arte che vada a costruire la civiltà, insegnando l'importanza della diversità e del rispetto degli altrui modelli di esistenza.
 
 

Cosa alimenta  il tuo narrare?
L'urgenza di vivere: questo muove il mio narrare. L'urgenza di comunicare, di capire e di capirmi, di perdermi per ritrovarmi. Credo che scrivere sia un atto di fede. Scrivere significa partorire se stessi, rinascere in modo consapevole, consegnarsi al mondo.
 


Da giovanissimo hai scritto anche poesia: pensi di continuare o la narrativa è la tua strada?
Fin da piccolo ho scritto poesie, anzi, il mio approccio alla scrittura ha riguardato subito la poesia. Il mio desiderio è quello di continuare a scrivere si in prosa che in versi anche perché la concezione che mi muove è quella di un romanzo che sia una lunga poesia, un romanzo colmo della stessa incisività e della stessa intensità lirica di un componimento poetico. Nella narrativa si ha più spazio e maggiore possibilità di comunicazione e di raggiungere un pubblico più vasto ma questo non mi farà desistere dal comporre poesie anche perché la scrittura, in prosa o in versi, è per me sempre frutto di urgenza, bisogno e ispirazione.
 


Quanto la sicilianità entra nel tuo lavoro?
Amo la Sicilia, anche se vi ho abitato solo per poco quando ero molto piccolo. Amo molti autori siciliani, Pirandello primo fra tutti. I colori e gli odori della Sicilia sono indimenticabili e mi hanno marchiato indelebilmente. Non so però quanto questapossa entrare nella mai scrittura. In realtà non credo che si possa individuare l'influenza predominante di un luogo preciso nel mio scrivere. Per me tutto il mondo è paese come si suol dire. E in questo io credo fermamente.

 

 

 

 
 
 
 
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